Archive for April, 2008
Monday, April 28th, 2008
di Valerio Evangelisti (da Carmilla)
Azzarderò – pur non ritenendomi per niente un esperto in politica – qualche considerazione sulle elezioni che si sono appena svolte in Italia. I commenti che le hanno seguite si sono incentrati su alcuni temi. Il permanere del sex appeal di Berlusconi, la sostanziale sconfitta del Partito Democratico di Walter Veltroni, la scomparsa del raggruppamento “La Sinistra l’Arcobaleno” (mai denominazione fu così imbecille), il consenso di larga parte della classe operaia alla Lega Nord.
Quest’ultimo è il solo argomento che mi interessa davvero. Mi lascia sbalordito la strana nozione di “classe operaia” che pare aversi nel 2008. Si crede ancora che esista una compagine operaia compatta, portatrice in teoria dei valori della sinistra? Sono almeno trent’anni (se non quaranta) che il concetto è stato sezionato, sbugiardato, messo a nudo nella sua incongruità. La classe operaia cui si fa riferimento non esiste più dagli anni Settanta del Novecento.
Qui si fa sentire il peso della scomparsa di un pensiero marxista radicale, represso quale “cattiva scuola” introduttiva al terrorismo (come marijuana e hashish introdurrebbero, in teoria, alle “droghe pesanti”). Si è scordato completamente il concetto marxiano di “sussunzione reale” (del lavoro al capitale). Una fase avanzata del capitalismo in cui il plusvalore non è più estorto nei soli luoghi di lavoro, ma permea l’intera vita delle classi subordinate e ne domina l’intera esistenza, non-lavoro incluso. Lungi da me l’idea di difendere l’integralità del pensiero di Marx, che non era Nostradamus e non poteva prevedere altro che ciò che aveva sotto gli occhi. Poteva però estrapolare. Tra le sue estrapolazioni più felici vi fu quella che, prima o poi, lo sfruttamento non sarebbe passato solo attraverso la fabbrica.
Sulla scorta di questa nozione, tra gli anni Sessanta e i Settanta, numerosi teorici “estremisti” (gli “operaisti”) si accorsero che la classe operaia tradizionale perdeva terreno, e veniva smembrata pezzo per pezzo. Vi fu il “decentramento produttivo”, per cui la grande fabbrica cedeva attività a imprese minori nelle quali operai e impiegati godevano di un numero irrisorio di diritti. Seguì l’inganno del falso “lavoro autonomo”, in cui l’impresa stipulava con soggetti presuntivamente indipendenti accordi di collaborazione a termine. La caduta del Muro di Berlino e la globalizzazione permisero di impiantare attività produttive in ogni parte del globo, purché il lavoro vi fosse mal pagato e gli oneri fiscali vi fossero labili. Infine la glorificazione del precariato, con la Legge Biagi e altre, consentì di disporre di manodopera per il periodo voluto, dentro o fuori la tradizionale officina. Ciò stava avvenendo anche con l’immigrazione massiccia innescata dalle imposizioni del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale su paesi non in grado di reggerla.
Il ricatto ai lavoratori italiani era: o accettate le condizioni che vi offriamo, o andiamo a produrre in Croazia, in Polonia, in India, in Cina. Oppure assumiamo al vostro posto poveracci pronti a piegarsi a qualsiasi salario che li strappi alla fame. E voi, di lavoro, non ne troverete mai più.
In un quadro simile, la classe operaia poteva solo contrarsi e indebolirsi, come in effetti è accaduto. Si parla tanto dei metalmeccanici della FIOM, ma quanti sono oggi gli operai della categoria, rispetto a trenta anni fa? Hanno forse lo stesso grado di “coscienza di classe”?
No, non l’hanno. Decimati, sulla difensiva, stentano a riconoscersi persino come categoria. I sindacati che dicono di rappresentarli (e che, crollati i partiti di riferimento, si passano la staffetta del comando al di là di ogni procedura democratica, per investitura diretta) sono composti per metà da pensionati reclutati a forza nei Caaf. Hanno sopportato di tutto da chi doveva difenderli: flessibilizzazione, decentramento, allungamento dell’orario di lavoro attraverso l’imposizione di fatto dello straordinario, ecc. Se vogliono ancora protestare, lo faranno contro chi è pagato ancor meno di loro (gli immigrati), e su base territoriale, non di classe. E’ logico che chi sta fuggendo si rifugi anzitutto in casa propria.
Il voto alla Lega Nord (peraltro ampiamente sopravvalutato) meraviglia, a questo punto, solo gli ingenui. Ma passiamo ai restanti segmenti delle classi subalterne.
La sinistra, quando aveva un cervello e leggeva ancora, poteva trovare qualche indicazione sulla mappa perduta di classe in un aureo libretto dell’americano Henry Braverman, Lavoro e capitale monopolistico, Einaudi, Torino, 1978. Braverman, un ex operaio americano, scriveva che la classe lavoratrice “protesta e si sottomette, si ribella o si lascia integrare nella società borghese, si considera classe o perde coscienza della propria esistenza, a seconda delle forze che agiscono su di essa e degli umori, delle congiunture e dei conflitti della vita politica e sociale. Ma poiché nella sua esistenza permanente essa è la parte viva del capitale, la sua struttura occupazionale, i modi di lavorare e la distribuzione nei settori industriali della società vengono determinati dal processo di accumulazione. Essa è presa, abbandonata, gettata in varie parti del meccanismo sociale ed espulsa da altre non in base alla propria volontà e attività, ma secondo il movimento del capitale” (pp. 379-380).
Il proletariato, in effetti, nella sussunzione reale non è affatto sparito, in particolare quello giovanile. Come aveva cercato di spiegare un’ampia letteratura fin dagli anni Settanta, si trova oggi disperso in mille forme di lavoro precario, falsamente autonomo, falsamente intellettuale. Si salda oggettivamente ad altri lavoratori, importati per eseguire quel tanto di lavoro manuale che è ancora indispensabile. Perseguitati, reclusi nei CPT, condannati socialmente perché la loro condizione non diventi mai regolare – ciò che condurrebbe a un intollerabile aumento di costo delle loro prestazioni.
Non ne posso più di sentire portare a esempio di precariato i “lavoratori dei call center”, come se facessero parte di una sorta di mercato accessorio e marginale, e la loro precarietà discendesse da quella delle loro imprese. Andrebbe capito il ruolo sociale di un “call center”, nella sussunzione reale. Si tratta di aggiungere valore alle merci unendovi la comunicazione e l’informazione. Un “Tonno X” è identico a un “Tonno Y”, sugli scaffali. Ma se io faccio in modo che “X” sia legato alla nozione stessa di tonno, il “Tonno Y” resterà invenduto, al di là del suo valore d’uso, mentre il “Tonno X” andrà a ruba.
Comunicazione e informazione aggiungono valore, nell’attuale assetto del capitalismo. Ciò anche se questo non avviene in un luogo di lavoro riconoscibile. Anzi, la sua sede è proprio esterna. Cosa che vale per tantissime altre forme di immaterialità produttiva (altro tema ampiamente esaminato negli anni Settanta). L’obiettivo è sussumere il soggetto subalterno fuori dell’orario canonico di lavoro, quando si illude che il suo tempo sia “libero”. Condizionarne fantasia, immaginario, reazioni. Fargli produrre valore allorché si crede a riposo. Buona parte delle attività precarie è indirizzata a questa conquista. Antitetica alla vecchia formula socialista “Otto ore per lavorare, otto ore per istruirsi, otto ore per riposare”. Istruirsi e lavorare (nel senso di aggiungere valore alle merci) è diventato la stessa cosa. Ma si potrebbe aggiungere il riposo, visto che è il momento dei sogni, e quei sogni nascono condizionati.
Discorso astratto e visionario? Mica tanto. Negli Stati Uniti e in buona parte dell’Occidente l’industria dello spettacolo (cinema e soprattutto tv) e quella informatica sono oggi trainanti. Entrambe sono “immateriali”. Invece la finanza si è completamente staccata dalle attività concretamente produttive, e raggiunge livelli di scambio quotidiano impressionanti, senza riferimento al valore effettivo delle singole aziende.
In un quadro simile, in cui l’Occidente si specializza nella valorizzazione delle merci brute provenienti da altri continenti o da aree depresse, il proletariato bisognerebbe andarlo a cercare tra chi sta molto in basso (gli immigrati) o chi, apparentemente collocato meglio, ai margini della produzione diretta, in realtà contribuisce in maniera strategica all’aggiunta di valore alle merci. Operatori dei “call center”, certo, ma anche informatici subalterni, studenti inseriti nella “scuola-impresa”, figure effimere che transitano da un lavoro temporaneo a un altro, immigrati eternamente disponibili a reperire risorse con qualsiasi mezzo (“angeli” per la sinistra, “demoni” per la destra, quando non sono né l’una né l’altra cosa, bensì semplicemente proletari disperati), disoccupati, insegnanti, e via enumerando. Le nuove forme che il capitale ha modellato per la propria autovalorizzazione. Agenti e vittime dell’estensione del potere del sistema alle ore di non-lavoro, in cui è l’immaginario che domina, e prefigura i comportamenti del giorno dopo. Anche le “otto ore per riposarsi” si sono saldate, nel dominio, alle restanti sedici.
Soggetti di questo tipo o votano (in minoranza) per Berlusconi, che in qualche modo ha capito la loro funzione, sia pure da padrone, o non votano affatto. Come si potrebbero sentire rappresentati da una sinistra parlamentare (parlo della sconcia “La Sinistra l’Arcobaleno”, non del Partito Democratico, che è una sfumatura della destra) che non ha nemmeno capito la configurazione attuale della società? Che, suddivisa in molteplici “partiti comunisti”, è rimasta ancorata ai canoni di tre decenni orsono? La “centralità operaia” è indiscutibile, la FIOM (tanto antidemocratica quanto i vertici di CGIL-CISL-UIL) ne è il cuore. Spazio marginale abbiano i Cobas, le RdB, le varie espressioni del sindacalismo di base. I centri sociali, naturale raggruppamento a sinistra di migliaia, o decine di migliaia, di giovani, stiano calmi. Idem per i movimenti locali: No TAV, No Dal Molin, decine di altri. La lotta di classe diventa lotta per le poltrone. Bertinotti pontifica e lancia diktat: la non violenza è un dogma inviolabile, l’adesione alla dialettica parlamentare è fatto acquisito, le “liberalizzazioni” sono un valore da accettare criticamente però da appoggiare, il comunismo è un’idea puramente filosofica.
Raccoglie omaggi e consensi dagli avversari. “Che brava persona”, “Che uomo distinto”, “Con lui sì che si può ragionare”.
Peccato che l’attuale composizione di classe non lo segua. La classe operaia che reggeva il PCI gli preferisce la Lega e la sua concretezza territoriale. Le aree che costituiscono la composizione proletaria presente ed egemonica non vanno nemmeno alle urne, per votare un partito comunista qualsiasi, tra i quattro o cinque in lizza. In chi mai dovrebbero identificarsi? Nessuno sembra capire le loro istanze e l’attuale assetto del lavoro. Le loro posizioni sono ferme agli anni Cinquanta. Trotzkismo? E che diavolo è oggi il trotzkismo?
Una composizione di classe nuova attende oggi risposte concrete. Ha trascinato i burocrati fuori dal Parlamento per farli, a forza, extraparlamentari. O troveranno una nuova vita nelle piazze, o Beppe Grillo seguiterà a godere dei frutti di una scelta strategica giusta. La sinistra consapevole di sé è diffusa nella marcia società italiana. Centinaia di centri sociali, di organizzazioni locali nate su problemi specifici, di istanze sindacali di base attendono di prendere la parola.
La si pianti di essere partitino – la falce e martello, chissenefrega – e si sia composizione di classe. Forse, allora, si troveranno i voti necessari, se è a questo a cui si tiene.
Altrimenti si riceveranno pernacchie. Il degno accompagnamento delle ultime elezioni. Una composizione di classe non ha pietà. Spernacchia ex alleati passati al nemico, “classi operaie” prossime alla pensione e diventate razziste, forme istituzionali che non la rispettano, sindaci che si inventano nemici per meglio abbatterli.
Che tutto ciò vada affanculo. Si vota (a volte) per dovere, ogni tanto per piacere. E’ nella società che li si contrasta, i porconi. Qui, nelle piazze, è atteso ciò che resta della sinistra parlamentare. O viene in tempi utili o si farà da soli.
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Sunday, April 27th, 2008
di Girolamo De Michele
Sandro Mezzadra, La condizione postcoloniale. Storia e politica nel presente globale, Ombre corte, 2008, 172 pp., € 16.00
Il libro si apre con l’immagine del comandante Achab che, chino sulle carte nautiche dei quattro oceani, traccia le rotte «con l’intento di portare a compimento il pensiero monomaniaco della sua anima», quasi a voler suggerire un primo uso di questo testo: una cartografia critica degli studi postcoloniali, che con colpevole ritardo cominciano ad essere tradotti e studiati anche in Italia.
Si tratta di autori – Dipesh Chakrabarty, Partha Chatterjee, Achille Mbembe, Gayatri Chakravorty Spivak, Kalyan Sanyal, Naoki Sakai, Yann Moulier Boutang – che ridefiniscono «i processi di ibridazione, negoziazione e resistenza che l’intervento dei soggetti colonizzati ha iscritto fin dalle origini della modernità» nella trama del discorso coloniale. E che, attuando un radicale mutamento di paradigma nel rovesciare il rapporto centro-periferia (dall’occidente europeo al mondo globale), mostrano la maggiore ricchezza di un approccio orientato a «provincializzare l’Europa». Questa mappa degli studi postcoloniali, cartografata con perizia e competenza da Sandro Mezzadra (docente di “Studi coloniali e postcoloniali”), varrebbe da sola la fatica della lettura: ma chi intraprende questa lettura difficilmente riuscirà a fermarsi al livello della bibliografia ragionata, perché Mezzadra mostra una spiccata propensione – tipica di chi ha una lunga frequentazione con il pensiero radicale – a complicare, piuttosto che a ridurre, la complessità dell’argomento, mostrando come gli stessi studi postcoloniali non siano sottesi da un paradigma unitario, ma descrivono, nelle loro linee di fuga e di sviluppo, un campo di studi in continua frammentazione. E l’autore, piuttosto che cercare di ricondurre la teoria ad unità, prova a «cogliere le opportunità implicite in questa situazione, ponendo le basi per un uso più libero delle categorie e delle acquisizioni della critica postcoloniale». Un uso che continuamente rinvia alle pratiche, ai conflitti, alle lotte che ridisegnano ogni giorno lo stato dei rapporti di forza nel contesto globale. In altri termini, questo libro per un verso esiste in conseguenza dell’esistere e del confliggere di una condizione migrante globale; per altro verso, esso sa di essere non una esposizione teorica buona per quei talk show televisivi o quelle pagine dei grandi quotidiani dove i Sartori e i Panebianco ci annunciano che il latte è ricco di calcio e i neri hanno il ritmo nel sangue, ma uno strumento al servizio di quelle lotte e di quella critica allo stato di cose esistente – «nella fuga portarsi dietro un’arma», scriveva George Jackson (e ripeteva spesso Gilles Deleuze). Dalla critica postcoloniale, sostiene Mezzadra, si può estrapolare un’immagine del presente come «un tempo in cui l’insieme dei passati che il moderno capitalismo ha incontrato sulla sua strada riemerge disordinatamente in una sorta di “esposizione universale”, in cui “sussunzione formale” e “sussunzione reale del lavoro sotto il capitale”, lungi dal poter definire una tendenza lineare, si ibridano e coesistono fianco a fianco». Il presente, dal punto di vista a-centrico assunto da Mezzadra (qui è consistente la presenza di Benjamin) è un intreccio di forme vecchie e nuovissime di sfruttamento, di soggettività stratificate e in continuo mutamento: più che le carte di Achab, ci viene in mente quel Freud che nel mentre tracciava la mappa delle istanze che compongono l’Io, criticava i propri schemi perché fissavano sulla carta ciò che è in perpetuo movimento. Nondimeno, se questo libro è una bussola per orientarsi in questi mari, il merito è anche dell’autore e del metodo di lavoro:
il recupero della lezione operaista (il metodo della tendenza, lo studio dei soggetti a partire dai conflitti che li generano) incrociata con quella «globalizzazione dell’eredità teorica dell’operaismo italiano» avviata da Negri e Hardt con Impero. A questo metodo Mezzadra aggiunge l’approccio meta-linguistico all’economia politica derivato da Marazzi, ma soprattutto dai lavori del giapponese Naoki Sakai [a sinistra] sui rapporti tra soggettività e traduzione come chiave di lettura della transizione senza fine nella quale siamo in situazione: se il domino del capitale significa traduzione della dimensione globale nell’unico linguaggio del valore - «l’indirizzo omolinguale», dice Sakai -, la moltitudine può essere ripensata come «comunità non aggregata di stranieri», una comunità «al cui interno ci rivolgiamo l’un l’altro attraverso l’attitudine dell’indirizzo eterolinguale».
Solo un folle si mette tra Achab e la sua balena, ha detto un filosofo contemporaneo. L’ambizione di Mezzadra è proprio questa follia che consiste nel mettersi nel mezzo, tra la “naturale” potenza distruttiva del mostro e la riduzione della pluralità dell’umano a monomania paranoica del baleniere: dalla parte di quella moltitudine umana e linguistica che brulica sulla tolda del Pequod - il «sogno di una cosa che dobbiamo finalmente tornare a sognare».
[questa recensione è uscita su “Liberazione” il 23 aprile 2008]
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Sunday, April 27th, 2008
di I. Domanin
[…] Al termine, di questa ricognizione il libro indica una strada promettente e, a mio avviso, decisiva: il potere nelle mani della filosofia è quello di costruire una filosofia del potere. La filosofia non può certo riproporsi nella chiave spoliticizzata e ideologica della metafisica…
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Sunday, April 27th, 2008
di Tito Pulsinelli Il Fondo Monetario Internazionale (FMI), lunedì scorso ha deciso di mettere in vendita 400 tonnellate d’oro stivate…
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Sunday, April 27th, 2008
(a cura di Sbancor) Ripubblicare oggi un testo di J.P. Sartre, scritto nel 1973, edito allora, non è filologia dei movimenti. Chiunque lo legga con attenzione potrà trovarvi riferimenti alle scelte elettorali che dovremo fare fra in questi giorni. E riflettere su cosa fare.
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Original source : http://www.carmillaonline.com/archives/2008/04/002…
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Sunday, April 27th, 2008
di S. Quadruppani
Venerdì 4 aprile, prima vera giornata di primavera parigina, la dolcezza e la luminosità che c’era nell’aria si accordava perfettamente con la personalità di Roberto Silvi, morto tre giorni prima, e al quale abbiamo detto addio quel giorno, al cimitero di Père Lachaise…
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Original source : http://www.carmillaonline.com/archives/2008/04/002…
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Sunday, April 27th, 2008
di S. Fattori
Era subentrato in un tempo remoto a un vecchio ingegnere dai modi nobili e dorotei alla guida del mio ente. Unascesa veloce e spregiudicata che aveva gettato lo scompiglio tra le nostre fila.
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Thursday, April 24th, 2008
Mercoledì 30 aprile ore 20
Monica Mazzitelli e Yari Selvetella presentano
Tutti giù all’inferno. Anagnina che togli i peccati del mondo
(Giulio Perrone editore, 2007)
Antologia di racconti a cura di Monica Mazzitelli
con i video di Monica Mazzitelli
La metropolitana della Linea A di Roma. Meglio: la metro A, da Battistini ad Anagnina, “che toglie i peccati del mondo”, giù, nell’inferno di una estate bollente. Ecco i 33 “canti” del gruppo de iQuindici, lettori in rete illuminati dalla saggezza “senza nome” della post-blissettiana Wu Ming Foundation. Brevi racconti, alcuni quasi flash, altri divertissement, raccolti da Monica Mazzitelli in “Tutti giù all’inferno. Anagnina che toglie i peccati del mondo”, Giulio Perrone editore, 10 euro, 160 pp.
(more…)
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Wednesday, April 23rd, 2008
di Wu Ming (dalla newsletter Giap!)
La sensazione si va diffondendo, entro e oltre i confini nazionali.
Mentre la politica, la rappresentanza e i tradizionali modi di gestione del
conflitto entravano nell’ultima fase di una crisi iniziata molto tempo fa,
forme e pratiche di resistenza, discorso critico, prefigurazione di futuri
possibili si facevano strada nella letteratura.
Sarà che gli artisti prosperano sul caos.
Sarà che abbiamo la maledizione di vivere in tempi interessanti.
Sarà che si e’ lavorato sodo per tanti anni e ora finalmente i contorni sono
nitidi…
Sarà.
Fatto sta che sta accadendo qualcosa di importante, e se ne accorge chi riesce a
spostare lo sguardo, ad andare oltre la “mentalità del ghetto” di cui parlavamo
tempo fa.
Nel saggio che abbiamo appena messo on line - “annunciato” da un articoletto
uscito oggi su Repubblica, una specie di abstract, probabilmente inadeguato -
Wu Ming 1 ha tentato di spiegare e raccontare.
Si intitola “New Italian Epic”, e’ basato sulle conferenze tenute un mese fa in
Canada e negli USA.
Formato PDF qui, formato RTF qui
Speriamo vi stimoli.
La realtà intorno non è tutta scoramento.
Nessuna vittoria è definitiva.
Ogni ritorno all’ordine è in buona parte illusorio.
Ogni “semplificazione del quadro” sarà seguita da nuovi scompigli di creazione.
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Tuesday, April 22nd, 2008
di Cristiano de Majo (da deriveapprodi.org)
Siamo quelli che non vedono il futuro, che dicono: «Quando chiudo gli occhi e penso a me stesso tra dieci anni, non riesco a vedere niente, non riesco a pensarmi più vecchio di come sono».
Guardiamo Amici di Maria De Filippi e ci commuoviamo di nascosto quando Marco – il sardo – alza la coppa e urla «Mamma! Non ci credo! È un sogno!». Però abbiamo difficoltà a confessare i nostri sentimenti; alcuni amici non capirebbero, anche se poi guardano Uomini & Donne per sfottere i tronisti.
Beviamo bottiglie di Nero d’Avola da otto euro, ma non ce lo possiamo permettere. Qualche volta andiamo al giapponese, ordiniamo cotoletta di maiale e California maki, una volta ogni quindici giorni si può fare.
Compriamo «Repubblica» perché così ci hanno abituato i nostri genitori, e perché «certo Scalfari ragiona ancora bene»; qualche volta scriviamo lettere a Corrado Augias per sfogare la rabbia – lui non ci risponde – e guardiamo il video di un tizio che per protesta corre nudo su un campo da baseball a Pasadena.
Abbiamo allargato le nostre percezioni varie volte. Abbiamo installato il nuovo decoder Alice Home Tv. Abbiamo comprato un mobiletto Ikea. Ci piace essere sincretici e accettare i compromessi della modernità. Ci piace indossare scarpe Adidas ed evitare le Nike. Siamo andati a qualche rave con animazioni meccaniche. Anni fa eravamo amici di uno che pippava eroina.
Utilizziamo la giusta dose di retorica quando si parla di morti sul lavoro. I fascisti ci ripugnano perché non sanno cos’è la cultura. I leghisti ci sembrano una nuova specie animale che la domenica veste tute Diadora. Ci sentiamo migliori e vorremmo continuare a vederci tra di noi.
Siamo fuorisede che ascoltano musica salentina, Siamo travestiti che frequentano Mucca assassina. Facciamo lavori interessanti, leggiamo «l’Espresso» sul cesso la mattina e consumiamo grosse dosi di pornografia. Quando sentiamo il panico vicino, facciamo cadere sulle nostre lingue il sapore dei fiori di Bach.
Cerami per noi è comunque un personaggio della cultura. Filippo Timi è bravo e c’ha coraggio. Fabio Volo dipende, ma alcuni non dispiace. «La Dandini invita sempre personaggi interessanti». Abbiamo stipendi da settecento euro e una monocamera con terrazzino che nostro padre ci ha comprato con una parte della sua liquidazione. Per noi è importante conoscere i retroscena delle cose. Michael Moore per esempio è da stimare. Noi che negli anni Novanta leggevamo Pennac e ci riconoscevamo nel marchio Feltrinelli, oggi scegliamo Montalbano e i noir di Massimo Carlotto.
Non siamo i soliti turisti. A Sharm el Sheik d’inverno ci puoi andare, ma è importante essere diversi. Siamo newyorkesi, parigini, berlinesi, siamo quelli che non amano le visite guidate. Andiamo al pub coi compagni di specializzazione – per lo più stranieri d’impronta multiculturale – e usando il nostro inglese elementare, facciamo a meno delle nostre differenze.
Concordiamo con la classe dirigente di sinistra – ma anche di centro riformista – che dà sempre la colpa agli altri, quelli che non capiscono quanto siamo migliori. E diamo ragione a Ezio Mauro quando trova motivi di soddisfazione: per esempio passi avanti in termini di zero virgola qualcosa, o il coraggio di fare certe scelte; siamo anche facce di cazzo con la riga a destra che amano la semplificazione del quadro politico. Siamo noi, siamo in tanti, e arriviamo a circa un terzo del paese.
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Tuesday, April 22nd, 2008
Venerdì scorso alla libreria Flexi si è tenuto un dibattito (organizzato dalla casa editrice Elèuthera) a sostegno del Critical Art Ensemble, gruppo di artisti e scienziati che, per la loro critica alle biotecnologie, erano stati accusati di bio-terrorismo. L’inchiesta, partita 4 anni fa, si era conclusa con un’accusa corrispondente a 20 anni di reclusione per Steven J. Kurtz. Il dibattito alla libreria Flexi si è rivelato parecchio animato ed ha convinto il giudice Arcara ad assolvere Kurtz dalle accuse.
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Tuesday, April 22nd, 2008
Lunedì 28 aprile 2008 ore 21 e 22
“The iron wall” documentario di M. Alatar
(Palestina, 2006, 57′)
v.o. con sott. it.
ingresso libero
“La colonizzazione sionista nella terra di Israele può solo arrestarsi o procedere a dispetto della popolazione nativa palestinese. Questo
significa che può procedere e svilupparsi solo con la protezione di una potenza indipendente – dietro un muro di ferro, che i nativi non
potranno penetrare.” con queste parole, nel 1923, Vladmir Jabotinsky indicava la strada per la colonizzazione della Palestina. “The iron wall” ripercorre le tappe della colonizzazione israeliana dei territori palestinesi, in cui la costruzione del muro si pone solo come la fine di un processo iniziato molti anni fa.
il sito del documentario | gli altri appuntamenti del cineforum
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Monday, April 21st, 2008

giovedì 24 aprile ore 18:45
cospirazione pornologica e reclutamento corpi rubati al piacere
mostra di foto e video fino al 5 maggio 2008
con aperitivo afrodisiaco di astronza.net
musica di hugo sanchez el tremendizmo
Libreria Flexi, via clementina 9, Roma
Il 24 Aprile a Roma presso la Libreria Flexi si inaugura l’esposizione fotografica del gruppo myjemmatemp, un progetto di pornografia queer indipendente nato nel 2006 e sviluppatosi sulle traiettorie del linguaggio video, fotografico e performativo.
La ricerca mira a costruire degli spazi-tempi in cui l’immagine è opera-aperta-performativa ovvero viene definita dall’intervento di elementi esterni, imprevisti e casuali. Il carattere performativo e azionista dei set fotografici nasce dagli interventi che myjemmatemp ha allestito in diversi party che sperimentano sulle tematiche di genere ed orientamento sessuale. Tra questi in primis Phag Off, che ha ospitato tutti i set di myjemmatemp dalla sua nascita, ma anche Subwoofer, Sick Marylin e Carniscelte di Bologna. In happening metafisici e surreali ispirati dai temi e i dresscodes delle serate, le protagoniste, i protagonisti, i modelli e le modelle improvvisati/e, generano situazioni imprevedibili anche per gli stessi fotografi, spostando e moltiplicando la percezione del sé proprio attraverso la casualità del momento performativo, che diventa gioco eccitante all’auto-esposizione e al crollo degli stilemi e delle tradizionali norme di rappresentazione dell’essere, in uno spazio-tempo del libero divenire.
Le foto e i video sono di Aira02, Databhi, Federica Ponteggi, Henry Horenstein, Kenny, Kevin Pistone, Monkey T, Nikky, Valerio Puccianti.
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Monday, April 21st, 2008
mercoledì 23 aprile ore 19.30
G. Morelli, F. Soriga e S. Bianchi presentano
“L’accalappiacani”, settemestrale letterario
Libreria Caffè Flexi - via Clementina 9
Cosa succede quando per una volta al mese per un anno e mezzo si rinchiudono in un cinema Arci di Reggio Emilia alcuni dei più innovativi, sarcastici e audaci scrittori italiani contemporanei? Nasce “L’accalappiacani“, il primo ed unico settemestrale di letteratura comparata al nulla, edito dalla casa editrice DeriveApprodi.
l’indice del primo numero | perché non possiamo non dirci cani
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Monday, April 21st, 2008
di salgalaluna
Non è la Storia (con la s maiuscola), ma la storia, quella che si racconta in questo fumetto: è la storia di Rinaldo, un ragazzo che studia architettura, e vive (anzi “vivacchia”) negli anni ‘70 a Milano, conoscendo il mondo del ‘68 e di quello che verrà dopo. La storia di Rinaldo comincia alla Calusca, la libreria di Primo Moroni, ma torna indietro e va avanti, con episodi, volantini, gruppi, personaggi, che Rinaldo si trova davanti.
Lui, timido e “uno dei tanti”, ma non spettatore. I disegni mescolano fotografia, documentazione e ogni tanto fanno una panoramica dall’alto di Milano, e sono la cosa migliore del fumetto di Elfo.
link: libreria pagina dodici | smemoranda
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Wednesday, April 16th, 2008
di Andrea Capocci
Marco Rovelli, scrittore di denuncia e musicista di opposizione, mi scrive per avvertirmi dell’uscita del suo nuovo libro. Si intitola Lavorare uccide e glielo pubblica Rizzoli in una collana importante e fortunata. Me ne rallegro, e un po’ mi stupisco di tanto prestigio editoriale, dato il tema e l’autore. Ma non troppo.
Per anni, da sinistra si sono accusati i media di censurare la morte sul lavoro. Si diceva: la cronaca nera, o rosa, o a paillettes, serve a nascondere la realtà dello sfruttamento, poco attraente e ancor meno rassicurante; se i giornalisti facessero il loro lavoro… Da un anno a questa parte, però, le cose sono cambiate. Lo conferma il sito Google Trends, che misura il numero di notizie legate ad una certa parola: dal 2007 in poi, di morti bianche si parla assai. Anche nei TG, che prima evitavano accuratamente il tema. Dopo il rogo di Torino, i dirigenti della ThyssenKrupp, nei loro memorandum interni, lamentavano l’eccessiva visibilità mediatica dei loro operai. La pentola, insomma, è stata scoperchiata. I numeri delle morti sul lavoro non sono più noti solo a statistici e sindacalisti.
Il risultato è quello che è. Per ogni tragedia servirebbe un’inchiesta giornalistica che cancelli le parole «tragica fatalità». Invece, le notizie si dipingono di folklore: per evitare che l’audience cali, si indugia sulle circostanze spesso bizzarre e paradossali che caratterizzano le morti bianche. Fa notizia il trentaduenne morto sotto una montagna di zucchero nel ferrarese. O lo stuntman morto mentre recitava un incidente sul lavoro in una fiction televisiva girata in un’acciaieria in disuso, un corto-circuito tra realtà e rappresentazione da far girare la testa. Anche lui un segno dei tempi: la flessibilità ha moltiplicato le forme del lavoro, e di conseguenza anche le forme della morte sul lavoro. La grande anomalia italiana non sono i morti sui cantieri, secondo le statistiche, ma quelli che lasciano la pelle su un marciapiede, su un motorino o su un’auto spostandosi tra la vita e il lavoro, o tra un lavoro e un altro. La morte bianca nell’Italia postfordista è atipica come il contratto.
In ogni caso, malgrado la copertura mediatica nel Paese non si registra particolare scandalo per le vittime del lavoro. Le mobilitazioni sul tema rimangono limitate. La televisione, tanto efficace nel dirigere l’immaginario collettivo (si pensi al terrorismo contro gli immigrati), in questo caso sembra creare assuefazione, abitudine, vaccino. Si sbagliava, chi pensava che fosse solo una questione di censura e di informazione corretta: la faccenda è un po’ più complicata.
Che si muoia ancora di lavoro, e quanto, è notizia di dominio pubblico; ma la soglia di indignazione sembra alzarsi a dismisura, perché il resto delle notizie, sui giornali, alla tv o in metropolitana, ci descrivono una società sempre più disgregata e competitiva. Si muore di lavoro, ma è normale che accada: perché il padrone non dovrebbe risparmiare sulla prevenzione? Perché l’operaio non dovrebbe fare gli straordinari, per arrivare alla fine del mese o per comprarsi la bella macchina? E se il lavoratore è un «imprenditore di se stesso», come avviene sempre più spesso in tutti i settori, perché cercare colpe e responsabilità altrui? Senza risposte a questi perché, scandalizzarsi è più difficile di prima. Nella giungla le prede mica si stupiscono, se fanno una brutta fine: non si è mai vista una manifestazione di antilopi contro il leone. Fate la prova, abbassate il volume durante i documentari: senza la voce narrante, anche la più crudele lotta per la sopravvivenza si svolge nell’indifferenza generale nonostante le telecamere di Quark. Non è più tempo di diritti sociali. Cerchiamo almeno di vendere quelli televisivi a un buon prezzo.
(da deriveapprodi.org)
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Monday, April 14th, 2008
lunedì 21 aprile 2008 ore 21
di E. Sivan e M. Khlefi (Fr/Be/Ge/GB, 2004, 135′)
v.o. con sottotitoli in italiano
ingresso libero
“Route 181. Frammenti di un viaggio in Palestina-Israele” è uno sguardo inedito: lo sguardo comune, unitario, di un palestinese e di un israeliano che, nell’estate del 2002, hanno viaggiato dal sud al nord del loro paese d’origine, tracciando il proprio percorso su una mappa e chiamandolo Route 181. Questa linea virtuale segue il confine stabilito dalla risoluzione 181, votata dalle Nazioni Unite nel novembre del 1947 allo scopo di dividere la Palestina in due differenti stati. Lungo la strada incontrano donne e uomini, israeliani e palestinesi, giovani e vecchi, civili e soldati, riprendendoli nei momenti della vita di tutti i giorni.
>> gli altri appuntamenti del cineforum | il sito del film
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Monday, April 14th, 2008
lunedì 14 aprile 2008 ore 21
Fotogrammi di un conflitto: 8 film/8 temi
Secondo appuntamento
Cortometraggi inediti, una mostra fotografica, suggerimenti di lettura e un buffet palestinese per presentare il cineforum sul conflitto in Israele/Palestina (dal 7 aprile, ogni lunedì alle 21). Un percorso cinematografico su Palestina e Israele attraverso la storia, i popoli, il territorio, i muri, la propaganda e le forme di resistenza. A cura delle associazioni Assopace, Aktivamente, Wael Zwuaiter.
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Monday, April 14th, 2008
APERTURA STRAORDINARIA
martedì 22 aprile ore 19
Incontro con Michela Murgia
autrice di “Il mondo deve sapere.
Ritratto tragicomico di una telefonista precaria”
in scena al Teatro Piccolo Eliseo dal 28.4 al 4.5
Libreria Caffè Flexi // via Clementina 9 al rione Monti (Roma)
Il mondo deve sapere, adattamento teatrale del libro di Michela Murgia nato da un blog tematico sul lavoro, mette in scena la “tragicommedia quotidiana del lavoro precario”: è il diario in presa diretta di un mese vissuto nell’inferno del telemarketing ma raccontato in modo estremamente ironico. E’ il libro che ha ispirato “Tutta la vita davanti” di P. Virzì.
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Monday, April 14th, 2008
Domenica 20 aprile ore 18>22
Sostieni le tue visioni… sostieni il Tekfestival.
Tekaperitif alla libreria Flexi Via Clementina, 9 - Rione Monti.
Quattro passi tra i film di Roberto Nanni, da Derek Jarman a Steven Brown.
Presentazione della prossima edizione del Tekfestival a Roma 6-11 maggio al Cinema Farnese e al Cinema Trevi.
Per sostenere l’edizione 2008, si è aperta la campagna annuale “Sostieni le tue visioni”, attraverso la quale potete diventare soci sostenitori del festival.
Sottoscrivete la CartaTek da 30 euro (20 euro per chi rinnova): l’adesione alla campagna dà diritto al catalogo e a sconti per l’ingresso al festival. Inoltre, tutti i soci avranno in omaggio un DVD a sorpresa.
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Monday, April 14th, 2008
Venerdì 18 aprile ore 19
“Strange Culture”
di L. Hershmann Leeson
(documentario, Usa 2007, 75′)
Dibattito con
Luciana Migliore
docente di biotecnologia, univ. di Tor Vergata
e Mauro Garofalo
giornalista, Nòva/Il Sole-24Ore
Libreria Caffè Flexi // via Clementina 9 al rione Monti (Roma)
Il Critical Art Ensemble è un collettivo formato da cinque artisti di varie specializzazioni impegnato ad esplorare l’intersezione tra arte, tecnologia, politica radicale e teoria critica. “Strange Culture” racconta il caso del prof. Steve Kurtz, membro del Critical Art Ensemble accusato di terrorismo nell’America post 9/11.
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Monday, April 14th, 2008
Giovedì 17 aprile ore 20
reading da “Tre volte giugno” di Julia Glass (Nutrimenti, 2008 - collana Greenwich)
presentano: Leonardo G. Luccone (editor della collana Greenwich), Caterina Barboni (traduttrice del romanzo) e Veronica Raimo (autrice di “Il dolore secondo Matteo”, minimum fax). Letture dell’attore Nicola Sorrenti.
a cura della casa editrice Nutrimenti
Libreria Caffè Flexi
via Clementina 9 al rione Monti (Roma)
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Monday, April 14th, 2008
Mercoledì 16 aprile 2008 ore 19.30
5 at Penguin jazz (jazz quintet).
Improvvisazioni all’ora dell’aperitivo.
Ingresso libero.
Libreria Caffè Flexi
via Clementina 9 al rione Monti (Roma)
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Sunday, April 13th, 2008
I libri più venduti al Flexi (13 dicembre- 13 aprile):
1) Cristiano De Majo e Fabio Viola - Italia 2. Viaggio nel paese che abbiamo inventato (-)
2) Simone Turchetti - Il caso Pontecorvo (-)
3) Agota Kristof - La trilogia della città di K (↑)
4) Marco Damilano, Mariagrazia Gerina, Fabio Martini - Veltroni il piccolo principe (-)
5) Roberto Saviano - Gomorra (new entry)
6) Cristiano De Majo e Francesco Longo - Vita di Isaia Carter, Avatar (-)
7) Alessandro Bertante - Contro il ‘68 (↓)
8) Valeria Parrella - Lo spazio bianco (↑)
9) Gianrico Carofiglio - Ragionevoli dubbi (↓)
10) Daniel Pennac - Diario di scuola (new entry)
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Thursday, April 10th, 2008
domenica 13 aprile ore 21
Paolo Coppini in concerto
prima del concerto verrà proiettato il documentario
“Romanina Blues” di Stefano Romani (29′, 2004)
Paolo Coppini è un cantastorie satirico che miscela versi e strumenti artigianali come kazoo, pettine, carta velina e slive, svariando dal folk al rap. Ha iniziato sulle assi del Folkstudio insieme a tutta la scuola romana da De Gregori in poi. Però, invece di isolarsi in una torre di carte di credito, Coppini ha continuato ad innovarsi ed innovare, come testimonia l’anomala collaborazione tra il sessantenne cantastorie e l’hip hop degli “Inquilini”. Coppini è anche il protagonista del pluripremiato documentario “Romanina Blues” di Stefano Romani, dedicato al quartiere abitato da Paolo e dal suo entourage di cani sciolti.
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Sunday, April 6th, 2008
Il romanzo di Silvia Pingitore è tutto dentro una classe di liceo. Siamo a Roma, il liceo è l’Artistico di Via Ripetta, centrale ma non troppo. Gli studenti si dividono in varie categorie: la più gettonata è quella delle “soggettone”, ma c’è anche un secchione con problemi di udito (Enrico), un aspirante criminale del condono (Cosimo), un paio di sgallettate (Elvira e Adriana) e poi c’è Lei. Lei vorrebbe portare Oscar Wilde alla maturità ed esprimersi nel disegno. Ma contro di Lei ci sono tante difficoltà. Soprattutto il corpo docente: una gerarchia ittiologica, dalla preside Squalo, fino al Nasello, la Tracina e soprattutto all’Orata, l’insegnante di italiano, sempre con quel quotidiano di sinistra pieno di inserti colorati sotto il braccio (proprio le vicende dell’Orata proseguiranno anche dopo la maturità).
Il libro dell’esordiente Silvia Pingitore, paragonato (impropriamente) a Moccia, non ha la struttura di un vero e proprio romanzo. Ma è ben scritto, molto divertente e - qui e là - lascia emergere tratti di lirismo vero e proprio, considerazioni valide non solo per capire la scuola di oggi e i suoi tanto vituperati studenti, ma anche il mondo del lavoro precario, la città e i suoi spazi. Insuperabile la parodia dannunziana dedicata a Leonora Mastrichelli:
E piove su i nostri volti
sempre più incazzati,
piove sulle nostre mani
tristemente italiane,
sui nostri vestimenti
sempre più zuppi e meno alla moda.
Su gli invidiosi pensieri
che le tue cervella schiudono
cattivelle,
sulle tue compagne che di te son meglio
che già ieri
eran belle, ma oggi di più.
Oh orrida Mastrichelli.
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Friday, April 4th, 2008
Narrativa italiana
Sofia è la protagonista di “L’equilibrio degli squali”, di Caterina Bonvicini (Garzanti), sospesa fra gli squali sudafricani amati dal padre e gli uomini (a cominciare dal marito) che le girano attorno, non tanto diversi dagli affascinanti e pericolosi pesci predatori. Leo Peggioni fa il commesso al supermercato ed è accusato di omicidio: questo lo spunto iniziale del nuovo romanzo di Yari Selvetella “Male e peggio” (Avagliano editore). I poveri “Diavoli di Nuraiò”, di Flavio Soriga (già autore di “Sardinia blues”) edito da “il Maestrale” sono gli abitanti di un paese immaginario della Sardegna. “Il campo del vasaio” (Sellerio) di Camilleri parla di uno straniero trovato morto in un campo. Sono stranieri anche gli albanesi adoratori di Santa Sofia a Isola Sacra, vicino Roma, fra i protagonisti di “La metà di Sophia”, di Marco Baliani (Rizzoli). “L’ottava vibrazione”, appena uscito per Einaudi, è il libro di Carlo Lucarelli ambientato alla fine dell’800 in Eritrea.
Per Laterza è in libreria “Amori bicolori“, antologia di racconti di coppie miste, mentre un’altra antologia curata da Sandrone Dazieri per la collana Strade Blu di Mondadori s’intitola “I confini della realtà” e raccoglie racconti di genere fantastico. Prosegue il recupero da parte di Stampa Alternativa dell’opera di Luciano Bianciardi con la pubblicazione dell’ultimo romanzo: “Le cinque giornate. Bisognerebbe anche occupare le banche”, con audiolibro e DVD. Luca Casarini si scopre romanziere con “La parte della fortuna” (Mondadori), la storia di un avvocato impegnato nella difesa dei diritti degli immigrati. Carola Susani, con “L’infanzia è un terremoto” (Laterza), racconta gli anni trascorsi, bambina, nella valle del Belice dopo il disastro. Francesco Gungui, con “Nel catalogo c’è tutto. Per chi va o torna a vivere da solo” (Feltrinelli) costruisce un romanzo/non romanzo di storie, curriculum, appartamenti.
Narrativa straniera
“Il levantino” è un armatore coinvolto nel progetto di bombardamento di un villaggio israeliano, nella fantasia di Eric Ambler (Adelphi). Siamo a Mosca, nel 1939, e un giovane archivista è incaricato di sequestrare i manoscritti di uno scrittore, vittima come tanti delle purghe staliniane: il rapporto speciale che si crea tra i due è il tema di “Storia di un archivista” (Guanda), di Travis Holland. Una storia d’amore tra Kiev e Parigi è descritta nell’ultimo romanzo uscito, sempre per Adelphi, di Irène Nemirovsky: “I cani e i lupi”. Sempre a Parigi, ma con inquietanti riferimenti al periodo nazista, si svolge il thriller di Nicolas Estienne D’Orves “Gli orfani del male” (Sperling & Kupfer). E’ ambientato in Canada invece “Senza via d’uscita” di Barbara Gowdy (edizioni e/o): una bambina scompare durante un black out notturno. Ci spostiamo in Bangladesh e troviamo il romanzo di Tahmima Anam “I giorni dell’amore e della guerra”, appena uscito per Garzanti, che racconta vicessitudini familiari che si incrociano con la guerra di liberazione dal Pakistan. E’ ambientato in Giappone invece l’ultimo romanzo di Amélie Nothomb, “Né di Eva né di Adamo”, edito da Voland. Un incontro letterario a Tel Aviv è la base per l’ultima uscita di Amos Oz, “La Vita fa rima con la morte” (Feltrinelli). Fra Sarajevo e il Caucaso sono ambientati i racconti scelti (si tratta della seconda raccolta) da Dave Eggers tra gli autori della rivista Mc Sweeney’s, appena edito da Minimum Fax: “Non vogliamo male a nessuno”.
Numeri
Nella sezione di scienza trovate alcuni libri appena usciti che hanno a che fare con la matematica: “Le meraviglie della matematica. Sessantasei esperienze spiegate attraverso i numeri” (Ponte alle Grazie) di Albrecht Beutelspacher parla di applicazioni di celebri formule alla vita reale; “Tutti pazzi per Gödel” di Francesco Berto (Laterza) ricostruisce la storia e le implicazioni del notissimo Teorema di incompletezza dell’aritmetica di Gödel, dimostrato negli anni ‘30; infine “Super crunchers” (ovvero i masticanumeri), di Ian Ayres, parla dei dati e dei numeri, che ormai pretendono di farci decidere tutto: consumi, gusti, cure.
Saggi
In tempi di crisi Alitalia, può essere utile leggere il saggio su Ryanair di Siobhan Créaton (Egea) . E’ in libreria “Fantasmi. Dispacci dalla Cambogia” (Longanesi), raccolta di scritti di Tiziano Terzani. Il libro contiene anche una serie di scatti fotografici realizzati da Terzani stesso. Con “Fausto e Iaio: 18 marzo 1978. Trent’anni dopo. Con DVD” (Costa&Nolan) si racconta la vicenda dei due ragazzi uccisi a Milano, senza giustizia. Agli anni di piombo torna anche Annachiara Valle, con “Parole, opere e omissioni” (Rizzoli), che ricostruisce il complicato rapporto fra la Chiesa cattolica e il terrorismo rosso negli anni ‘70. “Il lavoro recuperato. Imprese e autogestione in Argentina” (Bruno Mondadori) cerca di spiegare come funzionano le imprese autogestite dai lavoratori in seguito alla crisi argentina. Alan Weisman, con “Il mondo senza di noi” (Einaudi), si chiede cosa succederebbe nel caso si estinguesse il genere umano. Il saggio di Everett True “Nirvana. La vera st
oria” (Mondadori) racconta la storia del gruppo più famoso degli anni ‘90. Anche dei Nirvana (nome non casuale) parla il saggio di Leonardo V. Arena, “Orient pop” (Fazi), che racconta i rapporti tra la musica pop occidentale e il misticismo orientale. In esclusiva al Flexi dall’Inghilterra trovate alcune copie di “Wall and peace” di Banksy, la raccolta delle opere del famosissimo graffitaro inglese, provocatorie e antimilitariste (tra queste quella che fa da copertina al libro di Casarini, qui riportata). E’ “una nutrita serie di racconti brevi, saggi brevi, testi teatrali brevi, poesie brevi, articoli brevi” sugli argomenti più disparati il divertente “Scritti scelti male” di Rocco Tanica (Bompiani).
Fumetti e Graphic Novel
“Neuro Habitat. Cronache dall’isolazionismo” (Coniglio editore) è una raccolta di storie assurde di Miguel Angel Martín, autore del notissimo “Brian the brain”, recensita su questo sito. “E vai con la guerra” (Isbn edizioni) di David Rees affronta con ironia le paure dell’America. Jean-Philippe Stassen è l’autore di “ABC Africa. Guida pratica di un genocidio” (Becco Giallo), che - attraverso i fumetti - racconta la tragedia del Rwanda.
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Thursday, April 3rd, 2008
Un ragazzo senza lineamenti vive tutta la sua giornata sul divano del suo soggiorno con un telecomando in mano. Gli unici compagni di vita sono strani animali, reali o meccanici. Chiama servizi al telefono, ma cerca di interagire il meno possibile con l’esterno. L’autore di Brian the brain continua ad ossessionare ed inquietare i lettori con questo libro, edito anche questo dalla Coniglio editore.
link:
| Coniglio editore | Comics blog | lo spazio bianco |
da salgalaluna
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