Archive for May, 2008
Friday, May 30th, 2008
dal blog di Loredana Lipperini
Metropoli per principianti di Gianni Biondillo è un libro da leggere, assolutamente: per capire davvero cosa significano parole come “paesaggio urbano” e svicolare dalle dispute architettoniche ufficiali. E perchè è un gran bel libro, soprattutto. Estratto.
Perché dire che, in fondo, le periferie sono tutte uguali significa non dare loro una dignità di spazio, di territorio. Non riconoscere loro le dinamiche storicosociali che le hanno create, non restituire la diversità delle popolazioni che le abitano, che le vivono. Fosse per me sarei pronto a dire, provocatoriamente, l’esatto opposto: le periferie sono tutte diverse, l’una dall’altra, sempre. Molto più diversificate dei centri storici, tutti uguali, tutti riconoscibili come tali, tutti simbolicamente immobili. È come se volessimo negare il ‘900, è come se ci fossimo rinchiusi nel confortante panorama della Storia, colmi di nostalgia. A questo ci serve ormai il centro storico. È la quinta teatrale della rappresentazione di una identità collettiva spesso fittizia. Come tale è molto più falso degli spazi che viviamo, quotidianamente. Ma la rappresentazione identitaria ci rassicura. È l’idea di una rassicurante immutabilità del passato, rispetto alla mobilità incontenibile del presente. Inutile dire che il passato si modella, sempre, in funzione del nostro presente. Inutile dire che ogni nostro panorama (fisico e umano) è destinato alla mutevolezza, pena l’atrofia, pena la sconfitta del futuro.
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Thursday, May 29th, 2008
Ecco alcuni resoconti dalla rete della serata del 28 maggio al Flexi:
| zoro | nicolamattina | quadernino | gemella | chamito | webgol | malaerba |
| foto (artefatti) | foto (avtuvo) | foto (giovani tromboni) | foto (webgol) |
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Wednesday, May 28th, 2008
di Monica Mazzitelli (da giugenna.com)
Ho letto questo romanzo in 24 ore, sapendo che non avrei dovuto; che avrei fatto meglio a rallentare, tornare indietro a certi passaggi, lasciar scendere alcuni dialoghi, ripensare alla Storia e le metafore del presente, le scatole cinesi geopolitiche stratificate che avrebbero entusiasmato Sbancor. Ma non ci sono riuscita. Avevo urgenza di restare nel flusso, di correre con i personaggi nella loro stessa smania.
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Tuesday, May 27th, 2008
da Reset DOCMassimo Carlotto con Amara Lakhous
“I 300 mila cristiani europei che si convertirono all’Islam tra Cinquecento e Ottocento erano in fuga da un sistema oppressivo che non permetteva nessun riscatto sociale. L’Islam rappresentava una reale possibilità di cambiamento delle proprie condizioni di vita”. Massimo Carlotto ha raccontato la storia dei “cristiani di Allah” nel suo ultimo romanzo (Cristiani di Allah, 200 pagine, 12,50 euro, edizioni e/o 2008), un “noir mediterraneo” ambientato ad Algeri nel 1542: “Per sconfiggere lo ‘scontro di civiltà’ dobbiamo rivendicare le nostre radici comuni di “mediterranei” – dice in questa intervista a Resetdoc – Io vedo il Mediterraneo come un mare chiuso dove è nata un’unica civiltà divisa poi in due culture”.
Perché scrivere oggi un romanzo sui rinnegati nel Mediterraneo?
Per recuperare una storia “negata”, scomparsa dalla memoria collettiva occidentale per motivi religiosi e politici. Io vedo il Mediterraneo come un mare chiuso dove è nata un’unica civiltà divisa poi in due culture. L’identità aperta è lo strumento per poter vivere questa consapevolezza e sviluppare un dialogo.
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Monday, May 26th, 2008
di Letizia Muratori
(tratto da carmilla on line)
[Letizia Muratori è una delle più importanti autrici italiane contemporanee. Ha pubblicato per Einaudi Stile Libero i romanzi Tu non c’entri e La vita in comune. Per Adelphi sta per uscire La casa madre, chiasmo tra due racconti lunghi su cui si ragionerà in Carmilla. La recensione di Muratori allo splendido “oggetto narrativo” di Giacopini è condotta utilizzando alcuni parametri del memorandum sul
New Italian Epic, enunciati da WM1. gg]
Documentare vite alternative, fare storia alternativa.
Nel saggio New Italian Epic Wu Ming 1 segnala tre esempi di mockbiopic, cioè biografie deviate e alternative rispetto ai fatti storici: Il signor figlio di Alessandro Zaccuri,
L’uomo che volle essere Perón di Giovanni Maria Bellu [clicca per leggere la recensione di Giancarlo De Cataldo, N.d.R.] e Havana Glam di Wu Ming 5. Ovvero Leopardi a Londra dopo il 1837, Perón sardo, e David Bowie simpatizzante comunista.
Su necessità e importanza del lavoro di WM1 tornerò al più presto e con l’attenzione che merita. Al momento ne approfitto per ragionare su
Re in fuga di Vittorio Giacopini (Mondadori, € 17.50), libro che per certi versi rientra nella categoria dei titoli appena citati. Si tratta della vita di Bobby Fischer. Anche in questo caso siamo in territorio mock. (more…)
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Saturday, May 24th, 2008
di Rotafixa* (da Alias-il Manifesto)
Le città saranno salvate da ciclisti, giardinieri urbani, hackers e biofuelers, tra le poche categorie oggi a saper inventare un nuovo futuro. Tesi stravagante, può darsi. Ma esposta seriamente e con argomentazioni che non possono essere liquidate con un’alzata di spalle. A sostenerla è Chris Carlsson nel suo libro Nowtopia, uscito ad aprile in Usa e ora in giro per il mondo con l’autore. Carlsson, noto per la sbrigativa e non del tutto esatta - per sua stessa ammissione - definizione di «inventore della Critical Mass», il movimento mondiale di gente in bicicletta che rivendica anche per sé le strade intasate da automobili, sarà in Italia e a Roma il 29 maggio, in coincidenza con i 4 giorni della Critical Mass Intergalattica (www.ciemmona. org). Ne parlerà alla libreria Flexi di v.Clementina 9, a partire dalle 20.00.
Quando hai scoperto l’importanza del «tempo autorganizzato» per raggiungere scopi radicalmente differenti dal «lavora, compra, paga, crepa»?
Ho aiutato a far partire la rivista Processed World nel 1981, e ci siamo resi conto subito che per molti di noi il «vero lavoro» iniziava una volta finito ciò che ci pagava. La passione e il desiderio di fare lavori come scrittura, organizzazione, teatri di strada, musica, storia, filosofia erano forti e il lavoro pagato non faceva altro che toglierci il tempo per il nostro
lavoro importante. Certo bisognava comunque avere soldi per affitto e cibo, quindi rubavamo tempo e risorse ai lavori pagati per poter svolgere il lavoro che ritenevamo importante. Nowtopia è cresciuta grazie a questi 25 anni d’esperienze
e di sensibilità.
E trovi che stia effettivamente succedendo qualcosa? Intendo qualche cambiamento nella concezione di «impegno».
Il concetto di «esodo» così come descritto da Virno e Hardt/Negri è uno strumento concettuale molto utile per capire cosa sta succedendo. Invece di rimanere in impieghi deludenti, la gente sta cominciando a lasciare il lavoro appena può. Ma non sanno dove andare, quindi invece di tentare di trovare significato e utilità nel lavoro pagato, danno vita a nuovi tipi di iniziative e progetti: molti nell’ultimo decennio, ma anche due o tre generazioni dopo la seconda guerra mondiale la gente si metteva assieme per fare del lavoro visto come espressione della loro completa umanità, per affrontare i veri problemi: quelli ecologici o della vita quotidiana. Ma tutto ciò può solo essere fatto sotto il loro controllo, secondo i loro termini, con persone liberamente scelte e in modi che decidono loro. In altre parole, non come un lavoro.
Nel tuo libro parli spesso dei lavoratori come epicentro e fulcro del cambiamento. Ma in tutto il mondo la «working class» ha paura e si sposta a destra, si chiude. Di che classe parli, quante ce ne sono?
Ho una definizione molto ampia della «working class» che racchiude chiunque lavori per uno stipendio o un salario. La mia discussione sulla classe, che serve in parte per smontare
il mito della «middle class», prova a enfatizzare come il nostro lavoro comune produce il mondo che ci opprime tutti, in vari modi. I flussi e riflussi delle politiche elettorali hanno parecchie spiegazioni. Non mi sorprende che molti impiegati che vedono la loro vita scivolare nella globalizzazione e nella ristrutturazione possano abbracciare programmi di destra che promettano stabilizzazione e protezione delle loro vite. È una menzogna, ma la voglia di sicurezza e tranquillità è molto forte, ed è un aspetto che i radical non sono riusciti a indirizzare bene. In Nowtopia descrivo attività già in corso, che pongono la base sociale e tecnologica per una vita post-capitalistica, molto probabilmente largamente post-petrolio.
Non c’è nessuna certezza che questi sforzi riescano e, anche se diffusi, siano sufficienti a cambiare la vita sul pianeta. Ma sono un punto di partenza molto importante, un luogo dove le persone sono già occupate a riappropriarsi del loro tempo e sapere tecnologico, dirigendo l’apparato della vita moderna verso nuovi obiettivi che siano in linea con la crisi ecologica, con la crisi di significato, con il crollo delle classi e delle comunità, e con la voglia di un nuovo tipo di vita sociale: animati da uno scopo condiviso, basato su un nuovo popolo con un forte senso di quanto meglio la vita possa essere in confronto ad ora.
Insisto: in 25 anni qualcosa sarà pur successo.
Il più grande cambiamento negli ultimi 25 anni e stato il crollo di qualsiasi componente della sinistra tradizionale e la ristrutturazione del lavoro in modo tale che nessuno possa contare su un impiego che possa durare a lungo. Sono tutti precari ora, non c’è più quella stabilità associata a molti impieghi. Il lavoratore raramente resta nello stesso posto per più di un paio d’anni al massimo. Ne deriva il crollo di qualsiasi senso di storia, la trasmissione di esperienze e di vite si perde, le relazioni sono transitorie e temporanee. Una delle conseguenze più evidenti è ciò che io chiamo «la più grande accelerazione nella storia umana». Nessuno va a vedere l’amico se non ha mandato un paio di mail o di telefonate prima della visita. Nessuno ha più tempo per la spontaneità. A ciò si oppongono le iniziative «nowtopiche» che descrivo: sforzi deliberati per ristabilire comunità attraverso attività pratiche spesso rivolte a necessità di base, quali trasporto, carburante, cibo, comunicazioni.
In queste comunità neonate vediamo l’inizio di una ricomposizione della «working class»
in termini estremamente generici, basato sul vero lavoro che si svolge al di fuori della rapporto salariale.
Passiamo alla bici e al movimento personale in città, «nowtopismo» che tu indichi come uno dei fattori di «rivoluzione urbana». È difficile pensare che davvero il concetto di «esodo» possa attecchire in un paese dalla mentalità devastata come il nostro. In Italia c’ è la più alta concentrazione di automobili del mondo, e la macchina è vista come un membro della famiglia. Le esperienze che descrivi possono essere utili per guarire da questa schiavitù mentale, o ci riuscirà solo la tempesta economica in arrivo?
Non ho mai parlato di un movimento di massa che possa diventare maggioranza. Sto descrivendo tentativi, nella maggior parte di invisibili comunità, di rifiuto pratico della vita in termini capitalistici, che vengono appoggiate da relativamente piccole quantità di persone sul momento.
Ma potrebbe essere un inizio di cambio culturale con la rapida espansione della Critical Mass in giro per il mondo, l’incremento dell’uso della bicicletta nelle zone urbane e l’emergere dei legami fra il «cool » e l’andare in bicicletta. Potrebbe significare che l’ossessione predominante (e pesantemente finanziata) per le macchine troverà la sua sfida nell’alternativa della bicicletta.
Tu citi anche i «biofuelers» come gruppi in grado di creare cambiamento. Ma cresce la consapevolezza che usare l’agricoltura come fonte di carburante può portare a disastri alimentari di portata mondiale.
I «biofuelers» di cui parlo sono attivisti che stanno cercando alternative di piccola scala. Sono estremamente critici sull’invasione aziendale dei «biofuels» e si oppongono all’approccio capitalistico che sta contribuendo alle crisi alimentari, anche se non ne sono la sola causa. Nel mio capitolo sui «biofuels» faccio una distinzione netta fra «biofuels» sostenibili, basati sui rifiuti locali, olio vegetale e provviste locali di rifiuti tossici e la produzione di etanolo e di carburanti provenienti da materie alimentari guidate da grosse
multinazionali come la Archer Daniels Midland o la Chevron.
*autore di www.movimentofisso.it
ha collaborato Felix Reid
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Friday, May 23rd, 2008
da carmilla on line
di Saverio Fattori
Federico Platania, Il primo sangue, Fernandel edizioni, 2008, pagg. 128, € 12,00
Platania fa i conti con le nuove paure metropolitane, che di nuovo non hanno nulla, è l’incapacità di reazione che ci mette all’angolo, la mancanza di anticorpi ad emergenze che pensavamo storicamente risolte a metterci nei guai. Si è inceppato il meccanismo che vuole i figli comunque più ricchi dei padri, la progressione economica è deragliata, la miseria è un mostriciattolo che non si stacca di dosso e che umilia Andrea, un io narrante assolutamente credibile. Non c’è lotta di classe, diritti e identità da rivendicare, nessun riferimento politico, solo disordine, no-future. Rimane l’impotenza e la vergogna per non essere altro.
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Tuesday, May 20th, 2008
Venerdì 20 giugno ore 20
FortePressa, Crack! e Galago presentano
“PONTI/bridges” di AA.VV. (Italia/Svezia)
ed. Ordfront
Ponti è frutto di un lavoro di connessione e di rete che Crack, il festival di fumetti e arte stampata e disegnata, sta producendo da ormai quattro edizioni. Una rete viva e che cresce veloce. Un libro che lega il fumetto indipendente italiano a quello svedese, e Crack a Galago, la rivista/rete all’ombra delle luci del nord.
In PONTI trovi fumetti di:
Chiba.To/let.MP5.Marco Corona.Valerio Bindi/Nedzad Maksumic.Vincenzo Filosa.Federica Del Proposto.Tsò/propaganda666 (italia)
Gunnar Lundkvist.Sara Granér.Marcus Nyblom.Fabian Göranson.Liv Strömquist.Loka Kanarp (svezia)
info
Crack! Fumetti dirompenti | Galago
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Monday, May 19th, 2008
Intervista di Luca Fazio a Chris Carlsson, l’ideatore della Critical Mass di S. Francisco nel 1992, tratta da “il manifesto”, domenica 11 agosto 2002.
Com’era la situazione nel 1992?
A San Francisco per le biciclette è sempre stata piuttosto dura. Negli Stati uniti, anche se per legge le biciclette hanno tutto il diritto di circolare, l’automobile è sacra. L’impianto stradale di San Francisco è stato concepito solo per le automobili e fino a dieci anni fa poche persone avevano il coraggio di scendere dall’auto per salire su una bicicletta. Se pedalavi, rischiavi di finire per terra fuori strada. I ciclisti prima di Critical Mass erano degli individui che passavano nella stessa strada senza conoscersi e senza entrare mai in contatto tra loro. Poi, una scelta individuale considerata stravagante si è trasformata in una svolta collettiva per la conquista di uno spazio di libertà. Una specie di “xerocrazia” dove ognuno fa quello che gli pare, nel gruppo si chiacchiera, si stringono amicizie, ognuno è libero di prendere l’iniziativa.
Come è andata la prima volta?
Dopo cinque o sei mesi di interminabili discussioni, ho proposto di incontrarci una volta al mese per organizzare una sorta di coincidenza collettiva. Per due settimane ho girato San Francisco mettendo un volantino su ogni bicicletta. Alla fine, era il 25 settembre del 1992, un venerdì, ci siamo trovati in un punto preciso alle 18 del pomeriggio - in Market Street - perché volevamo riunirci tutti insieme per tornare a casa dal lavoro in bicicletta, come una massa compatta che le automobili non avrebbero potuto fare a meno di superare. Avevamo intenzione di chiamare tutto questo “Commute Clot”, come un blocco nelle vene che fa saltare il sistema circolatorio, poi abbiamo scelto “Critical Mass.”
E’ filato tutto liscio?
Le prime volte eravamo come invisibili, circa 45 biciclette, la gente ci salutava sorridendo come si sorride a una comitiva che va a farsi una scampagnata. Fin da subito la piccola massa critica ha espresso una contraddizione: c’erano ciclisti che non vedevano l’ora di bloccare il traffico e fare casino con gli automobilisti perché li consideravano avversari, altri invece, la maggioranza, cercavano di farseli alleati: scendete dall’automobile, gridavano. Il nostro slogan era: “Noi non blocchiamo il traffico, noi siamo il traffico”. E’ stato subito un successo, perché non si trattava di una manifestazione per conquistare qualcosa in futuro ma di una cosa bella da vivere nell’immediato, era come se si fosse concretizzata la possibilità di crearsi uno spazio dove sperimentare un mondo migliore da vivere subito. Le prime volte arrivava gente che ci portava fiori e noi li gettavamo agli automobilisti.
Possibile che nessuno ce l’avesse con voi?
Beh, quando siamo diventati un migliaio il traffico di San Francisco si è bloccato completamente. La polizia non sapeva come comportarsi, arrivava e cercava di individuare chi avesse organizzato la manifestazione, voleva parlare con il “leader”, chiedevano se era un appuntamento politico o sportivo. Facevano multe a caso, 50 o 200 dollari, per esempio se un ciclista passava col rosso, ma non ha funzionato: presentavamo ricorso in tribunale, poi è bastato rispettare le regole del traffico per farli impazzire.
Un venerdì però è finita male…
Nel luglio del 1997 il sindaco di San Francisco si era messo in testa di sradicare Critical Mass. Voleva aprire una trattativa e si affannava a cercare un leader per raggiungere un ragionevole compromesso. Insomma, voleva stabilire una specie di percorso protetto per trasformare il tutto in un’insipida parata ecologica. A dire il vero, qualche leader improvvisato è andato a trattare, ma Critical Mass non ha mai risposto ad alcun leader e il tentativo del sindaco è fallito. Quel giorno il sindaco si è presentato all’appuntamento per augurarci buon divertimento, ma ha raccolto solo una tremenda bordata di fischi. La polizia era già piuttosto nervosa. Al primo tentativo di blocco, più di 7 mila ciclisti si sono sparpagliati come uno sciame per tutta la città bloccandola completamente. Non sapevano più cosa fare. Gli elicotteri volteggiavano in cielo senza sapere dove andare, sono arrivati i poliziotti con i caschi anti-sommossa e hanno inutilmente cercato di costruire una diga per bloccare la massa critica. Alla fine, sono riusciti a imbottigliare un centinaio di ciclisti, prima li hanno pestati per bene e poi li hanno arrestati: a ripensarci adesso fa anche un po’ ridere vedere un cop tutto bardato che manganella una povera ciclista, ci sono le foto…
Adesso il venerdì è tutto ok?
I poliziotti hanno imparato che non possono controllare Critical Mass, hanno anche imparato che devono stare alla larga. Ci tollerano. Ormai siamo circa 7-800 ciclisti fedeli e un venerdì al mese San Francisco ha lo stesso “problema”.
Ma essere ignorati non può anche significare che la massa critica è stata assorbita e quindi disinnescata? Insomma, la mancanza di conflitto non rischia di fiaccare i movimenti?
La storia non finisce mai. E’ proprio in quel momento che si può portare un’esperienza a un altro livello: perché se veniamo lasciati soli siamo davvero liberi di rendere le nostre iniziative più interessanti, il difficile è che a questo punto tocca a noi. Quando il conflitto rientra, siamo gli unici responsabili dello spazio che ci siamo guadagnati.
Dopo dieci anni, quali risultati concreti avete ottenuto?
Molti. Intanto la città è cambiata radicalmente: basta pensare che dal 1992 a San Francisco ci sono in circolazione il 700% di biciclette in più. Oggi finalmente la bicicletta esiste nella testa della gente, anche se è difficile misurare il grado di consapevolezza delle persone sulla reale portata politica di questo cambiamento. Sono convinto che chi ha partecipato a Critical Mass è cambiato, perché la gente, anche persone che con la politica non avevano niente a che fare, ha sperimentato per una volta che si può essere protagonisti di un cambiamento, anche se piccolo.
Davvero non c’è niente che non abbia funzionato?
Mi sarebbe piaciuto che lo spirito situazionista di Critical Mass avesse contagiato altri punti di rottura del sistema dove stanno nascendo i conflitti. Invece non è così.
Perché proprio attraverso la bicicletta è stato possibile aggregare una massa inedita capace di porre con forza una questione fondamentalmente politica? Quanto conta il mezzo?
In una società dove il capitalismo governa tutto e lo scontro di classe, incredibilmente, sembra superato - in America tutti sgobbano ma si credono potenziali milionari… - credo che nel trasporto ci sia ancora un piccolo spazio per sottrarsi alla strategia del controllo: staccarsi dal volante dell’automobile. Magari lo fai anche perché sei spinto da alcuni principi anti-sistema, ma il fatto è che appena pedali stai bene perché realizzi subito alcuni tuoi bisogni. Salire in bici è un modo immediato per disertare un mondo atomizzato realizzando subito qualcosa di diverso.
Il problema è come tradurre una scelta individuale in una azione politica.
Per molti la forma più normale di resistenza alle forze economiche più deteriori è il sabotaggio, l’attacco frontale, l’azione collettiva. Io personalmente sono molto più individualista. Se qualcosa nei meccanismi che regolano la società non mi piace, semplicemente dico “ciao, io me ne vado”. Per molti della mia generazione la forma più normale di opposizione è la diserzione. Non mi piace stare fermo in coda col culo incollato al sedile? Mollo l’auto e mi diverto molto di più. Il problema però è che le scelte individuali sono poco visibili, poco politiche. Noi disertori dobbiamo metterci insieme in gruppi temporanei e far vedere agli altri quanto si viva meglio da disertori, in un’azione di comunicazione in positivo, da individuo a individuo. Credo che questo sia il significato di Critical Mass.
Immagino che attorno alla massa critica sarà fiorito un marketing molto insidioso. Siete di moda?
In America si vende tutto e ce l’aspettavamo, eppure non è successo. Siamo sempre stati tutti d’accordo nel non voler commercializzare questo spazio libero, sottrarsi al consumo è un altro modo per disertare questo tipo di mondo.
A Milano ho visto una bici in vetrina, mi ha colpito l’estetica aggressiva del modello e il fatto che venisse pubblicizzata con lo slogan “illegal bike”. Forse il mercato ha già inventato il prodotto giusto per il ciclista critico?
Non penso che si siano ispirati a noi. Nelle città americane ci sono i “messangers“, quelli che voi chiamate pony express. Forse quella bicicletta riprende l’estetica dei ciclisti-postini. Sono molto aggressivi e spericolati, fanno i duri, hanno i polpacci tatuati…anche loro vengono con noi il venerdì sera ma si annoiano subito se non ci sono scontri con la polizia. In America c’è una vera sub-cultura dei ciclisti machos, organizzano bike-rodeos, gare a lancia in resta, ci sono anche bici con razzetti sputa fuoco…
Un consiglio per le neonate masse critiche italiane
Concentratevi sul piacere e divertitevi: Critical Mass serve a dire che non bisogna aver paura di abbassare lo standard di vita. Si può vivere bene anche guadagnando meno, spendendo meno, lavorando meno. L’auto è una macchina che succhia energie, soldi, tempo. La sua funzionalità è sopravvalutata, la verità è che le auto servono a far girare soldi e produrre posti di lavoro. Anche l’industria bellica crea lavoro, ma questo non vuol dire che vada difesa
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Sunday, May 18th, 2008
Giovedì 19 giugno ore 20
presentazione di
“Voci dal Cile, echi dall’Italia”
di Carlotta Venturi (Ibiskos Risolo, 2008)
Sarà presente l’autrice.
In un clima di crisi economica e di voglia di cambiamenti sociali e politici, le vicende del Cile s’incontrano con quelle dell’Italia creando legami di solidarietà e antagonismo, di dibattiti politici e forme inedite di organizzazione partitica. La partenza dal Cile diviene un evento di massa negli anni Settanta, quando, nel 1973, il generale Augusto Pinochet rovescia il governo di Allende ed instaura un regime militare. È principalmente una fuga spinta dalla volontà o dal bisogno di lasciare in breve tempo il paese. (more…)
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Sunday, May 18th, 2008
Sabato 14 giugno ore 21
Narrazione concerto
Da “Amore e Psiche” di Apuleio
A cura della compagnia ErrarePersona
con una presentazione di Ivan Bedini
autore di “Eros e Psiche.
Viaggio dell’anima nelle terre dell’amore”
(Edizioni Univ. Romane)
Lettura e canti con improvvisazioni musicali
con
Damiana Leone voce
Gianluigi Leone pianoforte
Paolo Rossetti percussioni
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Saturday, May 17th, 2008
Sabato 14 giugno ore 18
Gruppo di lettura su
“L’eleganza del Riccio” di M. Barbery
L’incontro del gruppo di lettura è dedicato al dibattito sul libro che abbiamo letto questo mese “L’eleganza del Riccio” di Muriel Barbery. Non è indispensabile, ma per partecipare è meglio averlo letto. Inoltre ci sarà un approfondimento sull’opera di uno dei più grandi maestri del cinema, il giapponese Ozu Yasujiro, che viene più volte citato nel romanzo. I suoi film rarefatti e contemplativi forniscono alla Barbery un altro dei tasselli con i quali compone la visione unitaria e coerente di uno stile di vita fuori da quegli schemi e quelle regole che la nostra società occidentale sta iniziando a riconsiderare e mettere in discussione.
Parte dell’incontro sarà dedicata all’organizzazione di una serie di “serate Vittoriane”, dedicate ai romanzi vittoriani di Emily Brontë, Jane Austen & C. I dettagli delle serate verranno resi noti al più presto. Vi anticipiamo che per l’incontro successivo è stato scelto il romanzo “Sardinia Blues” di Flavio Soriga (ed. Bompiani).
Per avere informazioni o comunicare la vostra adesione al circolo di lettura, potete scrivere all’indirizzo e-mail falpa69@libero.it.
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Saturday, May 17th, 2008
…farla finita con la commedia postmoderna
di Alessandro Bertante*
[Articolo apparso sul quotidiano Liberazione dell’8 maggio 2008]
(da carmilla on line)
Da circa una ventina di giorni è scaricabile sul sito dei Wu Ming un breve saggio di Wu Ming 1 (Roberto Bui) intitolato “New Italian Epic”. Titolo evocativo per una riflessione culturale che parte da lontano, dal settembre 2001 di fronte agli aerei schiantatisi sulle Twin Towers, sebbene sia stata formulata in occasione di una recente conferenza dello stesso Bui al Mit di Boston. Il testo fa il punto su quella che è stata individuata da Bui, ma anche da Carlo Lucarelli su Repubblica, come la nuova tendenza della narrativa italiana degli ultimi cinque anni.
Che sta succedendo quindi? Esiste davvero un movimento coeso e inedito, nonché chiaramente identificabile, che possa dare il segno di una discontinuità tematica e stilistica con il recente passato? Secondo me esiste, ma la questione non è semplice, né riconducibile a una sola scuola o a un preciso comune sentire.
Nel suo scritto, già scaricato da oltre undicimila persone, Bui compie un percorso teorico di grande interesse, proponendo una chiave interpretativa globale nei confronti di “opere letterarie” - e non di autori - che coinvolge, solo per citarne alcuni, scrittori come gli stessi Wu Ming, Evangelisti, Saviano, Genna, Scurati, Lucarelli, Guarnieri, De Cataldo, Balocchi, Muratori ma anche Camilleri e Carlotto. Il punto di partenza sono gli anni Novanta, «il decennio più avido della storia» secondo Joseph Stiglitz, e il «più illuso, megalomane e barocco», nell’analisi certo condivisibile di Bui.
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Friday, May 16th, 2008
di Silvio Bernelli (da Il primo amore)
Una storia d’amore improvvisa che strappa uno scrittore dalle braccia della moglie per gettarlo in quelle di una nuova donna. Lo stordimento colposo che colpisce un uomo nel pieno delle forze quando si trova a scegliere tra una persona e un’altra. La necessità di scendere a patti con le proprie pulsioni. Tutto questo e molto di più si trova in Prima di sparire (Einaudi, 16€) ultima fatica letteraria di Mauro Covacich. Scrittore tra i più in vista della generazione dei quarantenni, autore del potente A perdifiato e del best seller Fiona, Covacich sceglie questa volta la strada dell’autobiografia. Tutto romanzesco il suo approccio alla messa in pagina del passato. Uomini e donne in carne e ossa, ciascuno con il proprio vero nome, entrano ed escono di scena come personaggi letterari. La tecnica del dialogo diretto aiuta a comprimere in unità narrative brani di realtà che da soli in un libro proprio non ci potrebbero stare. Un filo tirato dalla prima all’ultima pagina tiene il lettore agganciato alla storia.
Insieme alle vicende dell’uomo alle prese con i drammi del tradimento coniugale, Covacich racconta la sua vita di scrittore di successo. Ed ecco quindi gli squarci aperti sul mondo degli autori di professione, presi in una girandola di articoli per giornali patinati, riunioni per mettere a punto sceneggiature di fiction puntualmente abortite, incontri con il pubblico degli eventi letterari.
Fa in qualche modo da contrappunto all’esperienza dell’autore la storia che questi tenta di scrivere, utilizzando alcuni personaggi di A perdifiato.
Non si tratta qui però di un escamotage simile a quello usato da Mario Vargas Llosa nel celebre La zia Julia e lo scribacchino, in cui la narrazione fantastica che alterna quella autobiografica – appena nascosta da un velo fiction – rispecchia il deragliamento emotivo dei protagonisti di quest’ultima vicenda. In questo Prima di sparire la parabola del maratoneta-artista Dario Rensich serve invece a Covacich a proiettare sulla pagina un altro sé tradito invece che traditore, tentando di riscattare la propria debolezza umana con la forza della letteratura. Una forza che il libro dispiega soprattutto grazie alla scrittura imperiosa e percussiva con cui l’autore offre al lettore il proprio stesso sbigottimento per la piega presa dagli eventi. Da questo assunto Covacich giunge, freddo, disturbante, a condividere con il lettore una dura verità: la nascita di un amore richiede in pari quota passione e spietatezza.
Anche Franz Krauspenhaar, appena più vecchio di Covacich, è in libreria con un nuovo romanzo di matrice autobiografica, Era mio padre (Fazi, 16,50€). Lo scrittore milanese racconta l’avventura esistenziale del padre Karl, un uomo davvero “larger than life”, per usare una felice espressione americana. Rampollo di una famiglia della borghesia Ceca dei Sudeti, terra di lingua e tradizioni tedesche, l’appena diciassettenne Karl si trova a combattere tra le file della Wehrmacht, l’esercito di Hitler, una delle campagne belliche più spaventose della storia: l’assalto, con successiva disfatta, all’Unione Sovietica. Scampato a una lunga serie di traumi e lutti, il giovane torna in Italia, già sua terra di nascita per caso, si sposa, mette al mondo tre figli maschi, si costruisce una carriera nel commercio, muore improvvisamente durante un viaggio di lavoro in Svizzera.
Franz Krauspenhaar, già autore di un pugno di romanzi ma più noto come blogger di Nazione Indiana, mette nero su bianco la vicenda dello scomparso Karl, ma fin dalle prime pagine di Era mio padre è chiaro che l’omaggio al genitore amatissimo è anche il pretesto per lo scrittore di raccontare le sue faccende. Gli amori pigri e malandati con donne spesso impegnate in altre relazioni. Il continuo arrovellarsi sul suo ruolo di autore. Le difficoltà di una vita divisa tra lavoro regolare e letteratura. I legami famigliari traumatizzati dal suicidio del fratello Stefano. Al centro di questo universo narrativo troneggia il padre Karl, così imponente da divorare tutte le altre presenze del libro. Una figura titanica, con la quale Krauspenhaar si confronta grazie alla sola fiducia nella letteratura in questo romanzo che ha l’andamento frammentato e circolare del mémoire, privo di veri punti d’inizio e di fine, ma con un colpo di scena nelle ultime pagine.
Interessanti gli strumenti narrativi utilizzati da Krauspenhaar: l’introspezione, l’affabulazione e più di tutto di una scrittura partecipata, toccante e sopra le righe che sembra fatta apposta per essere contrapposta a quella rigorosa e spietata di Covacich. Due autori inconciliabili tra loro. Due modi speculari d’intendere la letteratura autobiografica. Un solo tratto comune: la fiducia in uno scrivere di sé che riesce a comunicare con intensità agli altri un mondo intimo segnato da una perdita. Una ferita che, Covacich e Krauspenhaar lo sanno benissimo, continuerà a sanguinare. Ed è proprio in questa ammissione pubblica di vulnerabilità che entrambi i romanzi trovano il loro senso ultimo. La loro urgenza. La loro verità irrinunciabile.
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Thursday, May 15th, 2008
di Marco Imarisio (dal Corriere della Sera)
All’inizio è soltanto una colonna di fumo, un segnale che nessuno collega allo sciame di motorini che attraversano sparati l’incrocio di via Argine, due ragazzi in sella a ogni scooter.
L’esplosione arriva qualche attimo dopo, sono le bombole del gas custodite in una baracca avvolta dal fuoco. Le fiamme arrivano fino all’estremità dei pali della luce, il fumo diventa una nuvola nera e tossica, gonfia com’è di rifiuti e plastica che stanno bruciando. Le baracche dei Rom di via Malibrand sono un enorme rogo.
Ponticelli, ore 13.30, la resa dei conti con gli «zingari» è definitiva, senza pietà. Il traffico che impazzisce, il suono delle sirene, i camion dei pompieri, carta annerita che volteggia nell’aria, i poliziotti di guardia all’accampamento che si guardano in faccia, perplessi. Loro stavano davanti, quelli con il motorino sono arrivati da dietro. Allargano le braccia, succede, non è poi così grave, tanto i rom se n’erano andati nella notte. «Meglio se c’erano», si rammarica un signore in tuta nera dell’Adidas. «Quelli dovrebbero ammazzarli tutti». Parla dall’abitacolo della sua Punto, in bella evidenza sul cruscotto c’è un santino, «Santa Maria dell’Arco, proteggimi».
Il primo spettacolo, perché ce ne saranno altri, va in scena davanti alla Villa comunale, l’unica oasi verde, con annessa pista ciclabile, di questo quartiere alla periferia orientale di Napoli, dove l’orizzonte è delimitato dalle vecchie case popolari figlie della speculazione edilizia voluta da Achille Lauro. Un uomo brizzolato con un giubbotto di jeans sulle spalle è il più entusiasta. «Chi fatica onestamente può anche restare, ma per gli altri bisogna prendere precauzioni, anche con il fuoco». Il fuoco purifica, bonifica il terreno «da queste merde che non si lavano mai», aggiunge un ragazzo con occhiali a specchio, capelli impomatati, maglietta alla moda con il cuore disegnato sopra, quella prodotta da Vieri e Maldini. Siccome non c’è democrazia e lo Stato non ci protegge, dice, «la pulizia etnica si fa necessaria» e chissà se capisce davvero il significato di quella frase.
Quando si fanno avanti le televisioni, la realtà diventa recita, si imbellisce. Il donnone con la sporta della spesa che un attimo prima batteva le mani e inveiva contro i pompieri — «lasciateli bruciare, altrimenti tornano»—assume di colpo la faccia contrita, Madonna mia che disastro, poveracci, meno male che là dentro non ci stanno le creature. Il ragazzo con gli occhialoni a specchio diventa saggio all’improvviso: «Giusto cacciarli, ma non così». La telecamera si spegne, lui scoppia a ridere. Sotto a un albero dall’altra parte della strada c’è un gruppo di ragazzi che osserva la scena. Guardano tutto e tutti, nessuno li guarda. Sembrano invisibili. I loro scooter sono parcheggiati sul marciapiede. Il capo è un ragazzo con una maglietta nera aderente, i capelli tagliati cortissimi ai lati della testa. Tutti i presenti sanno chi è, ne conoscono con precisione il grado e la parentela. È uno dei nipoti del cugino del «sindaco » di Ponticelli, quel Ciro Sarno che anche dal carcere continua ad essere il signore del quartiere, capo di un clan di camorra che ha fatto del radicamento nel quartiere la sua forza. Quando vede che la confusione è al massimo, fa un cenno agli altri. Si muovono, accendono i motorini. Dieci minuti dopo, dal campo adiacente, quello di fronte ai palazzoni da dodici piani chiamati le Cinque torri, si alza un’altra nuvola di fumo denso e spesso. L’accampamento è delimitato da una massicciata di rifiuti e copertoni. Sono i primi a bruciare, con il fumo che avvolge le case popolari. La claque si sposta, ad appena 200 metri c’è un nuovo incendio da applaudire. I ragazzi in motorino scompaiono.
La radio di una Volante informa che ci sono fiamme anche nei due campi di via Virginia Woolf, al confine con il comune di Cercola. Sul prato bagnato ci sono un paio di rudimentali bombe incendiarie. I rom sono scappati in fretta. Nelle baracche ci sono ancora le pentole sui fornelli, gli zaini dei bambini. All’ingresso di una di queste abitazioni in lamiera e compensato, tenute insieme da una gomma spugnosa, c’è un quadro con cornice che contiene la foto ingrandita di un bimbo sorridente, vestito da Pulcinella. Florin, carnevale 2008, la festa della scuola elementare di Ponticelli. Alle 14.50 comincia a diluviare, una pioggia battente che spegne tutto. «Era meglio finire il lavoro», dice un anziano mentre si ripara sotto ad una tettoia della Villa comunale.
Mezz’ora più tardi, nel rione De Gasperi si vedono molte delle facce giovani che salivano e scendevano dai motorini. È il fortino dei Sarno, un grumo di case cinte da un vecchio muro, con una sola strada per entrare e una per uscire, con vedette che fingono di leggere il giornale su una panchina e invece sono pagate per segnalare chi va e soprattutto chi viene. Ma questa caccia all’uomo non si spiega solo con la camorra. Sarebbe persino consolante, però non è così.
Sotto al cavalcavia della Napoli-Salerno ci sono gli ultimi tre campi Rom ancora abitati. Dai lastroni di cemento dell’autostrada cadono fiotti di acqua marrone sulle baracche, recintate da una serie di pannelli in legno. Un gruppo di donne e ragazzi che abita nelle case più fatiscenti, quelle in via delle Madonnelle, attraversa la piazza e si fa avanti. «Venite fuori che vi ammazziamo», «Abbiamo pronti i bastoni». La polizia si mette in mezzo, un ispettore cerca di far ragionare queste donne furenti. Siete brava gente, dice, la domenica andate in chiesa, e adesso volete buttare per strada dei poveri bambini? «Sììììì» è il coro di risposta.
Dai pannelli divelti si affaccia una ragazza, il capo coperto da un foulard fradicio di pioggia. Trema, di freddo e paura. Quasi per proteggersi, tiene al seno una bambina di pochi mesi. Saluta una delle donne più esagitate, una signora in carne, che indossa un giubbino di pelo grigio. La conosce. «Stanotte partiamo. Per favore, non fateci del male ». La signora ascolta in silenzio. Poi muove un passo verso la rom, e sputa. Sbaglia bersaglio, colpisce in faccia la bambina. L’ispettore, che stava sulla traiettoria dello sputo, incenerisce con lo sguardo la donna. Tutti gli altri applaudono. «Brava, bravissima». Avanti verso il Medioevo, ognuno con il suo passo.
Napoli, 15 maggio 2008
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Wednesday, May 14th, 2008
I libri più venduti al Flexi (13 dicembre- 13 maggio):
1) Cristiano De Majo e Fabio Viola - Italia 2. Viaggio nel paese che abbiamo inventato (-)
2) Simone Turchetti - Il caso Pontecorvo (-)
3) Alessandro Bertante - Contro il ‘68 (↑)
4) Roberto Saviano - Gomorra (↑)
5) Valeria Parrella - Lo spazio bianco (↑)
6) Agota Kristof - La trilogia della città di K (↓)
7) Marco Damilano, Mariagrazia Gerina, Fabio Martini - Veltroni il piccolo principe (-)
8) Cristiano De Majo e Francesco Longo - Vita di Isaia Carter, Avatar (-)
9) Michela Murgia - Il mondo deve sapere (new entry)
10) Johnathan Franzen - Le correzioni (new entry)
11) Stieg Larsson - Uomini che odiano le donne (new entry)
12) Letizia Muratori - La vita in comune (new entry)
13) Belinda Starling - La rilegatrice di libri proibiti (new entry)
14) Simone Colafarnceschi - Autogrill. Una storia Italiana (new entry)
15) Gianrico Carofiglio - Ragionevoli dubbi (↓)
16) Marco Imarisio - Mal di scuola (new entry)
17) Marjane Satrapi - Taglia e cuci (new entry)
18) Daniel Pennac - Diario di scuola (↓)
19) Francesco + Gianrico Carofiglio - Cacciatori nelle tenebre (new entry)
20) Muriel Barbery - L’eleganza del riccio (new entry)
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Tuesday, May 13th, 2008
di Nero (da noblogs.org)
Una riflessione sul saggio New Italian Epic, sul libro Stella del Mattino, su Blackswift e la Reality Fiction; insomma una riflessione su quello che vogliamo fare con i miti.
Quando ho preso in mano Stella del Mattino avevo appena finito di leggere il breve saggio di Wu Ming 1 “New Italian Epic”, ma non solo. Avevo in testa anche le due brevi mail scambiate con lo stesso WM1 e due chiacchiere fatte con il mio socio circa il concetto contenuto in New Italian Epic. Già perché con il mio socio in parole e pagine come Blackswift non riusciamo a prenderci sul serio come scrittori, ma prendiamo molto sul serio la necessità di impegnarsi a scrivere del nostro presente. Non riusciamo a dedicare il giusto tempo a scrivere, forse perché saremmo costretti ad ammettere che la cosa necessita di un impegno quanto e più faticoso della militanza a cui ci siamo già fin troppo disabituati - nonostante la nostra professione di intenti come uomini di azione.
Quando ho preso in mano Stella del Mattino dopo le prime pagine mi sono chiesto se era necessario parlare del passato per poter trasfigurare il presente in un’epica. Ovvero, se fosse strettamente necessario narrare epicamente uno scorcio di storia, per poter ispirare un’epica nel presente disastrato in cui viviamo.
Mi sono chiesto se non fosse altrettanto utile narrare epicamente il presente, trasfigurandolo in qualcosa che al tempo stesso parla di noi e parla di quello che vorremmo essere o che vorremmo che fosse.
In pratica, mi sono fatto la seguente domanda: quando io e il mio socio parliamo di Reality Fiction, cercando di descrivere la robaccia di genere che insistiamo ad amare e scrivere, stiamo parlando della New Italian Epic di cui parla WM1, oppure no?
Come si potrà facilmente desumere da questa introduzione in parte la risposta è sì, in parte è no. Io penso che ci siano molti punti di contatto su come scriviamo noi e come scrivono gli autori che WM1 cita nel suo breve saggio. Ovviamente non penso che scriviamo altrettanto bene, ma sono sicuro che proviamo a fare del nostro meglio, e tanto mi basta. Come sostiene Lucarelli nel suo intervento sulla Nuova Epica Italiana su L’Unità, “chiunque, dal più intimo minimalista al giallista più classico, se scrive con sincerità, è altrettanto utile e importante”. Senza per questo implicare che chiunque scriva fa qualcosa di utile alla causa di intervento culturale che mi sembra sempre più necessaria e prioritaria.
Peraltro, aggiungo, sono poche le persone in Italia che sommano a una tecnica ottima, un forte talento narrativo. WM1 credo sia uno di questi, per cui non oserei mai compararmi su un piano paritetico.
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Tuesday, May 13th, 2008
di Valerio Evangelisti (da Carmilla)
Wu Ming 1, prima con una serie di conferenze tenute al MIT di Boston e in altre università americane, poi con un saggio che sta avendo ampia circolazione in rete (”New Italian Epic”), sta contribuendo a dare forma e identità a scrittori che avevano un’oscura percezione di qualcosa che li legava, senza peraltro sapere cosa fosse esattamente. Scrittori di generazioni diverse, apparsi a partire dalla metà degli anni Novanta, spesso gratificati da un successo di pubblico (e, talora, di critica) apparentemente inspiegabile, nell’epoca in cui si teorizzava la fine del romanzo e in cui il post-moderno, nel riesumarne il cadavere, lo faceva per coprirlo d’ironia - dunque, in sostanza, per affrettarne il seppellimento.
Qualche nome e qualche titolo fatti da Wu Ming 1? Giancarlo De Cataldo con Romanzo criminale e Nelle mani giuste, Giuseppe Genna con Grande Madre Rossa, Dies Irae e Hitler, Antonio Scurati con Una storia romantica, chi scrive con il suo “ciclo del metallo”, gli stessi Wu Ming / Luther Blissett con Q, 54, Manituana, Roberto Saviano con Gomorra (oggetto narrativo di collocazione incerta, nelle sue forme di reportage iperrealista, da troppi ascritto per abbaglio al filone giornalistico), Carlo Lucarelli con L’ottava vibrazione, Girolamo De Michele con Scirocco, ecc. E poi Zaccuri, Philopat, Babsi Jones, Helena Janeczek, il Camilleri de La presa di Macallè, il Carlotto di Cristiani di Allah, e decine d’altri.
Gli elementi unificatori, tra costoro che certo non costituiscono una “scuola”, e spesso nemmeno si conoscono reciprocamente? Una certa avversione alla post-modernità e alla sua sistematica presa di distanze, l’amore per narrazioni partecipate e pulsanti, l’empatia narratore/lettore tipica del romanzo classico, l’indifferenza alle barriere tra i generi (e tra i generi e la letteratura “alta”), la predilezione per “grandi storie” – epiche, appunto – capaci di proiettarsi fuori del contesto e, nei toni del dramma, della tragedia, della metafora, riflettere su temi salienti della contemporaneità, dei suoi antecedenti, dei suoi sviluppi.
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Tuesday, May 13th, 2008
di Stefano Gallerani (da Alias)
Tra i suoi coetanei, cioè dei nati negli anni cinquanta, probabilmente Eraldo Affinati è lo scrittore che più degli altri – e sin dall’esordio, nel 1992, con Veglia d’armi. L’uomo di Tolstòj (Marietti) - è andato costruendosi un mondo in tutto e per tutto riconoscibile, l’immagine rifratta di un’idea di letteratura, e dunque di vita; o meglio, insieme a Michele Mari e Gabriele Frasca è sicuramente quello che ha praticato con più accanimento, anche assumendosi il rischio di esiti alterni, la coerenza a un’idea come forma di ricerca, ossia come strumento di conoscenza.
Era evidente nella raccolta di scritti pubblicata nel 2006 per Fandango, Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori, che di questa ricerca rappresenta, per così dire, il carnet di studio, e lo è tanto più ne La città dei ragazzi, appena uscito per Mondadori (“Scrittori italiani e stranieri”, pp. 210, € 17,00). Tornando a praticare, quattro anni dopo Secoli di gioventù, la forma di scrittura a lui più congeniale – una sorta di autobiografismo ibrido in cui la prima persona tracima dal piano personale a quello più propriamente emblematico, e dunque etico -, Affinati sviluppa ora, tra romanzo e diario, due modalità ricorrenti nei suoi libri, due leitmotiv: da un lato, come in Bandiera bianca (1995), c’è il ritratto di un ambiente chiuso, delimitato, còlto nei suoi attimi di cedimento alla realtà: la romana “Città dei ragazzi” fondata nel ’53 dal sacerdote irlandese John Patrick Carroll-Abbing per accogliere, secondo quanto recita oggi il sito ufficiale dell’istituzione, “giovani in particolare stato di disagio sociale, che, privi di un valido sostegno familiare per i più svariati motivi e di un adeguato supporto delle strutture pubbliche, versano in grave rischio di devianza”; dall’altro viene stilato il resoconto del viaggio compiuto in Nordafrica assieme a Omar e Faris, due “cittadini”, nel segno di un’insanabile contraddizione: «scoprire l’enigma delle origini» e confermarsi nella convinzione che «un fatto, al di là della sua flagranza, si riduce alla visione di chi lo riporta».
Ma la circoscrizione di un luogo, la sua clausura eccentrica, o il pellegrinaggio verso un altrove fortemente simbolico (in Campo del sangue, del ’97, si trattava di Auschwitz, qui è il Marocco) non testimoniano, come pure potrebbe sembrare, di un disagio verso il presente (era così, invece, nella dislocazione temporale de Il nemico negli occhi, 2001), bensì esprimono una precisa volontà di comprensione e un accorato sentimento di indulgenza. Ma indulgenza per cosa? In primo luogo, nei confronti dei ragazzi cui Affinati insegna a compitare in italiano, a loro modo tutti illegittimi - che lo siano davvero oppure no, gettati comunque in pasto alla vita illegittimamente, col solo bagaglio, poco più che decenni, di un’esistenza già segnata da un prefisso costante: rialzarsi, ripartire, ricrescere. E poi, appunto, verso la condizione stessa di illegittimità, quella dei suoi allievi, certo, ma anche quella vissuta dal padre dello scrittore, e a questi trasmessa quasi fosse un’eredità biologica, il dramma non redimibile di una famiglia e il suo beffardo stemma araldico. Ecco, dunque, nel legame tra destino e arbitrio, il nucleo intorno a cui il libro si addensa approssimandosi al suo tema effettivo: ovvero, non la paternità – tradita, illegittima, perduta -, che ne è piuttosto la foggia, l’abito, ma la responsabilità dei gesti che compiamo e delle parole che scriviamo avanzando «a testa bassa negli entusiasmi e nei tranelli di cui è tessuto il mondo».
Eppure, il senso del dovere, che della responsabilità è il contrafforte morale, difficilmente si coniuga con quello del divenire, il quale, scrive Affinati chiosando L’adolescente di Dostoevskij, «si esprime nell’identità paterna. Se essa risulta alterata, come in Arkadij, diviso fra due padri, quello naturale, Versilov, e quello putativo, Makarij, entra in crisi il nesso causa-effetto, cioè la stabilità della condizione umana. Dostoevskij studia questa rottura. Vuole comprendere come reagisce l’uomo quando perde i suoi puntelli. Lo scrittore sa che in quella reazione troverà il massimo di verità possibile, qui e ora». Così nasce la volontà di comprensione di cui si diceva, e in questo modo si spiega anche, ne La città, l’ossessione con cui lo scrittore romano annota nomi e redige cataloghi caratteriali e tipologici: «Tu Gianni e la tua ironia profonda. Tu Nabi e la tua balbuzie percussiva. Tu Faris e il tuo rigore morale», e via di seguito in un moltiplicarsi non indistinto di destinatari. Per puntellare la propria esistenza, innanzitutto, e per ricomporre il rapporto eziologico di quella dei ragazzi - amati come farebbe un padre e protetti come farebbe un fratello - Affinati sceglie la forza testimoniale dell’espressione nonché l’inconfondibile, e ambigua, individualità di un nome. Nello specchio di una pagina a tratti fortemente incisa da periodi secchi, perentori e a tratti frastagliata da inserzioni e puntualizzazioni si riflettono, senza soluzione di continuità che non sia quella tipografica dei paragrafi che tramano le sezioni del libro - tre corredate da un epilogo e da un prologo - il “settore privato” dell’uomo Affinati e il presente del narratore. A tenere insieme i due piani - e sono, unitamente alle lettere degli scolari, col loro italiano imbastardito, tra i momenti più toccanti del libro -, le parole con cui, dal passato, la voce del padre torna per spiegare quanto troppo a lungo è rimasto sepolto nella memoria e tuttavia quanto solo il tempo poteva dirimere «eseguendo un compito le cui ragioni non lo riguardano». Parole a cui l’autore di Soldati nel 1956 (1993) affida per se stesso le speranze che, immaginiamo, sono consegnate anche ai ragazzi della Città perché il loro esempio non si cancelli e perché un domani di loro si possa dire, come Don Lorenzo Milani scriveva alla madre in una lettera datata 30.7.1962, che «col libro alla mano improvvisamente tutti hanno imparato a stare a galla e i più agili anche a nuotare».
L’articolo è apparso su Alias n. 15 del 19 aprile 2008.
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Monday, May 12th, 2008
di Carla Benedetti (da l’Espresso)
Nel mare magnum dei discorsi sul ‘68, il saggio di Anna Bravo ‘A colpi di cuore. Storie del Sessantotto’ (Laterza, pp. 322, E 15) si fa notare per l’approccio ampio e trasversale, felice proprio in quanto sghembo. Invece di tracciare una storia dei movimenti, o accumulare dati e riflessioni in vista di una tesi interpretativa generale (ne circolano tante in questo anniversario: Zizek vede nella liberazione sessuale di quegli anni i germi dell’odierno edonismo e, richiamando Lacan invece di Pasolini, si chiede se tutto quell’entusiasmo per la libertà non sia stato in realtà solo un mezzo per sostituire una forma di dominio con un’altra; Scalfari vi vede una “resa al presente” e al “qui e ora”; altri, richiamando Badiou, parlano di fine dell’epoca delle rivoluzioni), la Bravo mette fuoco alcuni temi cruciali, lasciando che i materiali e le riflessioni si orientino attorno a essi come a dei magneti.
Il primo, a cui sono dedicati due capitoli, è ‘Radici’. Seguono ‘Amore’, ‘Dolore’, ‘Violenza’. Si tratta di questioni particolarmente ‘calde’ e, nel caso del dolore, quasi di un tabù. Per i movimenti di quegli anni esso restò infatti ‘un corpo estraneo’ - per esempio, in tutta la battaglia per l’aborto nessuno parlò mai del ‘dolore del feto’ - ma la stessa cosa vale per i loro interpreti odierni.
Gli anni ‘60 e i primi ‘70 sono ricordati oggi soprattutto per le trasformazioni culturali e di mentalità che hanno innescato. La Bravo invece, che è storica dei movimenti delle donne, del genocidio e della deportazione, si rifiuta di considerarli nella ristretta prospettiva culturalista e porta dentro al suo discorso ciò che gli altri di solito lasciano fuori.
Così, in questa ‘cognizione del dolore’ (è l’autrice a usare l’espressione) la prospettiva si allarga fino a prendere dentro i corpi, “la materia vivente’, i “limiti della condizione umana” e tante domande che di solito non vengono, né allora né oggi, considerate ‘politiche’. E se c’è un limite in questo libro ricco e vivace, esso sta solo nel non aver imboccato questa via ancor più radicalmente.
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Sunday, May 11th, 2008
di Michela Murgia (da www.michelamurgia.com)
Io, che mi credevo una persona fantasiosa, un’artigiana del possibile, una serva della verità come essenza potenziale delle cose, confronto alle agenzie immobiliari di Milano ci ho la creatività di un’obliteratrice automatica. Solo il genio visionario di Bradbury si approcciava a descrivere la realtà con altrettanta disinvoltura. Gli agenti immobiliari sono la letteratura fantasy del futuro, creatori di mondi da 70 mq, sognatori di orizzonti futuri fuori dalle finestre, gente le cui bugie sono eventi in attesa di verificarsi. Tutto sta a capire il linguaggio. Prendiamo ad esempio il loft.
E’ il sogno di ogni coppia agli esordi di convivenza, uno di quegli spazi aperti dove devi pregare di non litigare mai, perchè non c’è manco una porta da sbattere a scopo dimostrativo, magari gridando: “stronzo, me ne vado nell’altra stanza”. Sorpresa: non c’è un’altra stanza.
A Milano loft indica prevalentemente un posto di 40 mq dove dal cesso si vede la cucina, e viceversa. Nel miniloft cucina e cesso si vedono anche meglio a vicenda, perchè sono nello stesso metro quadro.
Mansarda è un sottotetto dove non esistono le mezze stagioni: quando non è rovente è congelato, ma è ideale per chi è in ricerca spirituale, visto che ci si cammina genuflessi.
Se il bilocale è angusto e pieno di spifferi, l’agenzia dirà che è “fresco e intimo“.
Se il letto è a scomparsa incassato in verticale dietro il frigo, scriveranno “adatto a giovani coppie“, e in effetti quelle anziane le vedo male a far freeclimbing ogni sera per dormire. Se vedete un frigo a rotelle, chiedetevi sempre il perchè.
Prossima alla metro significa che la linea metropolitana arriverà prossimamente in quel quartiere, all’incirca nell’anno in cui i figli dei tuoi figli andranno alle medie.
Diciture come “arredamento minimal” indicano che nella casa c’è un tappeto, gli infissi alle finestre e un quadro tridimensionale di padrepio all’ingresso. Un vecchio frullimix dimenticato dall’inquilino precedente è più che sufficiente all’agenzia per scrivere che la casa è dotata di elettrodomestici. “Piccolo giardino privato” è una striscia di terra anemica dimensione scendiletto con due ficus benjamin sospettosamente gloriosi, che a verifica risulteranno infatti finti.
E’ un mondo meraviglioso quello delle agenzie immobiliari, la fantasia comanda anche quello che va oltre l’appartamento in vendita. “Suggestioni panoramiche” è probabilmente una vista sull’inceneritore di Sesto San Giovanni, dove la suggestione è data dall’inalazione di sostanze tossiche a tutte le ore del giorno. “Ottima vista su palazzina vintage” indica che lo stabile fatiscente dirimpetto vi leverà la luce migliore del giorno. Forte del mio mese di ricerca di appartamento, mi sento di affermare che dopo la chick lit la nuova frontiera della letteratura sono le brochures immobiliari. E a chi contesta la fondatezza di questo nascente genere narrativo vorrei opporre l’argomento che la letteratura è a suo modo una forma di religione: qualunque desiderio di realismo è fuori luogo. I luoghi e i personaggi non vanno conosciuti nè verificati, vanno semplicemente creduti.
Agli agenti immobiliari siamo noi che abbiamo rivelato che il fantasy ci piaceva. Se abbiamo sbancato il botteghino del Signore degli Anelli, perchè non dovremmo amare quello dei Tinelli? Dagli Incredibili agli Improbabili il salto è breve, diciamolo, ce la siamo voluta. Chi semina raccoglie, ma chi raccoglie si china, e allora è un attimo.
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Sunday, May 11th, 2008
Narrativa italiana
Il nuovo libro di Massimo Carlotto (”Cristiani di Allah”), edito come sempre da e/o, si ambienta ad Algeri, nel 1541, fra pirateria, scontri di religioni e battaglie nel cuore del Mediterraneo. L’ultimo prodotto della “ditta” Wu Ming è “Stella del mattino” (Einaudi), di Wu Ming 4: tre studenti inglesi usciti dalla prima guerra mondiale e il “mito” T. H. Lawrence. Intorno a una compagnia di comici falliti si dipana la trama di “Visto che siete cani” di Walter Fontana (Rizzoli). Un’estate pugliese è raccontata da Francesco Carofiglio con “L’estate del cane nero” (Marsilio). Sempre d’estate, ma a Roma, la storia di Michele, protagonista dell’ultimo romanzo di Francesca Sanvitale: “L’inizio è in autunno” (Einaudi). Nella periferia romana, tra povertà, violenza e mito del denaro, si svolge “Il primo sangue” di Federico Platania (Fernandel). In Sardegna vive e lavora invece Rudy Saporito, cronista spregiudicato e protagonista di “Così si dice” di Francesco Abate (Einaudi). Le esperienze jugoslave di Erri De Luca sono raccolte nella nuova edizione di “Pianoterra” (Nottetempo). Il rapporto fra giustizia e giustizialismo è analizzato nel romanzo, ambientato a Napoli, di Antonio Monda (”Assoluzione), edito da Mondadori.
Narrativa straniera
“La tenerezza dei lupi” (Einaudi) di Stef Penney racconta un delitto nel Canada di fine ‘800. “Tanta vita” di Alejandro Palomas (Neri Pozza) è invece il racconto di una famiglia con sei donne, a Minorca. Una donna è la protagonista dell”ultimo romanzo di Marcela Serrano, “I quaderni del pianto” (Feltrinelli). Olypmia Brezinsky è la protagonista di “Carnival Love” (Elliot edizioni), di Katherine Dunne: un personaggio da circo che racconta le sue disavventure. L’ultimo romanzo di Nick Hornby (”Tutto per una ragazza”, edito da Guanda) narra l’adolescenza di Sam, alle prese con la passione per lo skateboard e per Alicia.
Henning Mankell, il re dei polizieschi scandinavi, è uscito in Italia con “Scarpe italiane” (Marsilio), racconto di un lungo viaggio nelle fredde e ghiacciate pianure svedesi. E’ dall’assassinio di due prostitute a Tokyo che partono le oltre novecento pagine di storie di “Grotesque” (Neri Pozza), di Natsuo Kirino.
Saggistica
Il “Re in fuga” di Vittorio Giacopini (Mondadori) racconta la storia di Bobby Fisher, leggendario campione di scacchi americano. “Rock’n'roll” (Coniglio editore) è una raccolta di incontri-interviste fra lo scrittore William Burroughs e alcune icone del rock: Patti Smith, David Bowie, Blondie…
“Lavorare uccide” di Marco Rovelli (Rizzoli) affronta il tema delle cosiddette morti bianche (il libro sarà presentato al Flexi il 18 maggio). “A Sud di Lampedusa” va Stefano Liberti (edizioni Minimum Fax), cercando di capire da dove vengono i migranti che sbarcano in Italia. In Marocco parte il libro di Bochaib Mhamka, “La scelta di Said. Storia di un kamikaze” (Sperling & Kupfer). L’autore si interroga sull’amico di infanzia che nell’aprile 2006 si fece esplodere a Casablanca.
Nel delirio post-elettorale esce per Feltrinelli il “Rancore” di Aldo Bonomi, che si interroga proprio sul “malessere del nord”. Anche “Nord” di Giuseppe Berta (Mondadori) scava nella “Padania” del dopoguerra.
Due libri si occupano di Beppe Grillo: “Chi ha paura di Beppe Grillo?” (di De Maria, Flashner e Targia) , delle edizioni Selene e “Ve lo do io Beppe Grillo” di Andrea Scanzi (Mondadori).
Continuano ad uscire libri sul ‘68. “A colpi di cuore” di Anna Bravo (Laterza) affronta la questione per temi (femminismo, violenza, cultura..), mentre per le edizioni del Manifesto è uscita una vera e propria “Enciclopedia del’68″.
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Saturday, May 10th, 2008
di Andrea Bajani (da Lo Straniero)
Quando la mia generazione si è affacciata al mondo, tutti parlavano della Famosa Italia del boom. Arrivava sempre qualcuno, tra i grandi, che prima o poi tirava fuori il discorso dei Famosi anni dell’Italia del boom, dei frigoriferi, delle lavatrici, le famiglie che si compravano le automobili, e poi tutti insieme che si andava al mare. La televisione ne parlava, i giornali ne parlavano, e noi seduti sul divano guardavamo tutto a cose fatte, il panino spalmato di Nutella, i cartoni animati delle quattro del pomeriggio, e la Famosa Italia del boom che era già stata molto tempo fa. Era stata, era passata, e i suoi segni erano tutti disposti a forma di mobilio dentro casa: il mormorio del frigorifero la notte, la biancheria che si rivoltava dentro l’oblò della lavatrice, le fette di pane che saltavano fuori come salmoni dal tostapane, il frullatore che trucidava i pomodori per il sugo, il mangiadischi che sequestrava i 45 giri per il tempo di una canzone, e poi ovviamente la televisione, che ci teneva impietriti contro il tempo che passava. Ed era proprio la televisione a trasmettere ogni tanto dei lunghi servizi in bianco e nero sui Famosi anni dell’Italia del boom. L’Italia, lì seduti sul divano, perdeva in colore e acquistava in fantasia, gli italiani felici compravano elettrodomestici, e tutti dicevano, commentando con entusiasmo misurato quei servizi, che quella era l’Italia del Miracolo economico. C’era stato un momento, pensavamo noi impietriti contro il tempo che passava, che nel paese in cui stavamo avvenivano miracoli. C’era stato un momento, pensavamo mangiando il panino alla Nutella, in cui le cose cambiano per magia, e c’erano cose che prima non esistevano, poi all’improvviso venivano alla luce. C’era stata un’epoca lontana in cui il cambiamento, il mutamento delle forme, la metamorfosi era una condizione intrinseca del paese alla cui anagrafe eravamo iscritti pure noi. C’era stato un momento in cui il tempo passava, correva, gli orologi giravano, il mondo si srotolava davanti alle persone come un tappeto che portava chissà dove. Ma poi era finito, quel momento, e a noi sembrava che lì seduti sul divano di fronte alla televisione con i cartoni animati, il tempo si fosse fermato. Ci sembrava che l’Italia corresse sì a rotta di collo, ma sul tapis roulant, sempre allo stesso punto ma con un gran fiatone addosso, e la maglietta con il cono di sudore sulla schiena. La Famosa Italia del boom era passata, e a noi non restava che certificarne il trapasso, commemorarla senza averla vista. Questo era uno dei più grandi crucci della mia generazione, essere arrivati quando tutto era già fatto, mettersi in mare quando era calato il vento.
Ecco, quando ho deciso di andare in Romania, nella primavera del 2006, quando ho comprato il biglietto di un volo Alitalia da Milano Malpensa per Bucarest, quando sono atterrato a Otopeni, quando ho preso un autobus e ho attraversato prima la campagna e poi la periferia della capitale romena; quando ho costeggiato i mille cantieri che sembravano esploderci accanto come mine, quando ho visto case, palazzi e condomini venire su contro la campagna, le impalcature con gli operai che ci si arrampicavano sopra; quando ho visto i camioncini delle imprese edili sfrecciare accanto al bus, tagliarci la strada in mezzo al traffico, parcheggiarsi sul ciglio della strada; quando ho visto i fuoristrada degli imprenditori italiani fermi al semaforo accanto alle vecchie Dacia dei romeni, i gomiti fuori dai finestrini, gli occhiali da sole e l’espressione arrogante dei padroni; quando ho visto, seduto sull’autobus con la valigia tra le gambe, i manifesti dell’imminente trionfale apertura dell’Ikea tappezzare Bucarest, per poi vedere il capannello di persone assembrate sotto quei manifesti; quando arrivando dall’Italia in Romania ho visto tutto questo, entrando a Bucarest, ho pensato che era l’unica possibilità che avevo io, nato nel 1975, di vedere che cosa era successo in Italia nei Famosi anni Cinquanta. Era l’unica possibilità che mi era concessa di vedere che cosa era stata la Famosa Italia del boom: il tempo che si rimetteva in moto, il vento che soffiava, le lancette che giravano, gli elettrodomestici nelle case, le lavatrici caricate sulla schiena, i frigoferi che salivano su lungo i tornanti delle scale. Soprattutto, avevo la possibilità di vedere qual è il punto in cui poi tutto questo andare avanti delle cose all’improvviso si blocca, di calcolare l’istante in cui il tempo si schianta, sparato alle spalle.
Quando la mia generazione si è affacciata al mondo l’uomo non era più quello che era stato fino a qualche decina d’anni prima, fino ai Famosi anni del boom economico. Era cambiato, gli era cambiata la faccia, era cambiata la sua postura, il modo in cui camminava lungo la superficie convessa della terra. Si era mangiato la campagna, e tutti ci dicevano che là dove noi guardavamo, con le mani allacciate alle ringhiere dei balconi, là una volta era tutta campagna. Dove il nostro occhio si scontrava con i balconi dei condomini che ci stavano davanti, ci dicevano, una volta invece poteva sconfinare, andarsene per prati fino in fondo dove poi cominciavano a salire le montagne. Quei prati noi non li avevamo visti mai, perché noi non c’eravamo ancora, in quei Famosi anni. Noi eravamo già l’uomo che era cambiato, e nemmeno con tutta la buona volontà saremmo riusciti a vedere il prato che non c’era più davanti. Era avvenuta, aveva scritto Pasolini, una profonda mutazione antropologica. Noi Pasolini lo leggevamo, lo sottolineavamo facendo solchi sulle pagine dei libri, e facevamo sì con la testa. Ma potevamo crederci soltanto per una specie di atto di fede, e così guardandoci in faccia non potevamo che vederci molto diversi da come in effetti, per vizio d’anagrafe, non eravamo stati mai. Ma c’era di più. Pasolini scriveva (e noi sottolineavamo facendo solchi sulle pagine dei libri) che la società dei consumi era riuscita a cambiare quello che il fascismo in Italia non era riuscito a cambiare, che la società dei consumi era riuscita a rivoltare l’anima degli italiani, a trasformarli nel profondo. La società dei consumi, in quei Famosi anni del boom, era riuscita a bruttare l’Italia, a sfigurarle la faccia. Pasolini scriveva così, e noi negli anni ottanta pensavamo a un’Italietta che chissà dov’era finita, che chissà com’era stata. Chissà come dovevano essere quegli italiani che poi, una volta sfigurati, rovinati nell’anima, corrotti, eravamo diventati noi.
La Romania io l’ho poi fatta avanti e indietro per un anno, salendo e scendendo dai tram, dai treni, dai taxi, atterrando e decollando tra Torino e Bucarest, tra Milano e Timisoara, in quella che mi sembrava un’altalena tra l’Italia di oggi e quella del Miracolo, un’andare e venire tra il colore e il bianco e nero. Per un anno, nelle incursioni che ho fatto in Romania, ho cercato il punto in cui tutto si ferma, in cui il movimento decade, in cui un popolo poi finisce seduto su un divano impietrito contro il tempo, con i baffi di Nutella sulla bocca, e cartoni animati davanti a rotazione. E quel punto l’ho trovato un pomeriggio in cui mi sono perso, scappato da Bucarest e finito per caso in Transilvania, preda di uno smarrimento culturale, se così si può chiamare la percezione angosciante, violenta, di un massacro in atto, di un mondo agonizzante, riverso in terra e preso a calci in faccia. Erano giorni che giravo per stabilimenti di imprenditori italiani che avevano delocalizzato la produzioni in Romania per sfruttare la manodopera locale a basso costo. Entravo e uscivo da capannoni geometrici montati in mezzo alla pianura, monumenti in lamiera innalzati a santificare la furbizia, l’orgoglio italiano di chi delle leggi del proprio paese se ne fotte, e lo urla a tutti piantando una bandiera tricolore fuori dal proprio cubo di metallo. Che sia chiaro a tutti quelli che passano, se mai qualcuno avrà voglia di transitare in mezzo al nulla, che è lì che i furbi stanno di casa, e che quei furbi hanno l’inno di Mameli sempre in testa. Parlavo con gli imprenditori, ma molto tempo lo passavo anche con gli operai romeni, e tutte le volte che gli trovavo in bocca le stesse espressioni boriose dei loro padroni italiani, tutte le volte che li vedevo alludere al proprio popolo come a un popolo di bonari trogloditi, in una sorta di perverso accanimento frutto di una colonizzazione e di un dominio culturale ormai avvenuti, tutte le volte che questo succedeva avevo voglia di scappare a gambe levate da quel posto. In quei giorni mi sembrava che quell’Italia che vedevo lì attraccata, quell’Italia di lamiera che stava colonizzando il volto della Romania coi suoi valori abborracciati, con la logica facilona dell’abuso edilizio, della corruzione morale, del furbismo, con l’ostentazione fallica di macchine, telefonini e altre simili patacche, fosse già l’Italia di oggi. Come se quello spazio intercorso tra i Famosi anni del boom e l’Italia bloccata del presente, in Romania fosse avvenuto nel giro di pochissimi anni.
Così sono scappato in Transilvania, perché mi illudevo che là sarei riuscito a trovare un dente ancora sano in una bocca che mi sembrava ormai in rovina. E un pomeriggio di giugno, perso lungo la strada tra Bucarest e Brasov, sono stato raccolto da un furgone, un padre e un figlio che mi hanno caricato, e poi per giorni mi hanno portato in giro per la Transilvania parlando poco o nulla tra di noi per evidenti e insuperabili limiti linguistici. È stato proprio quel primo pomeriggio che ho trovato il punto che cercavo, quel punto in cui il tempo si blocca, in cui si smette di pensare che le cose sono in movimento e si pensa che il mondo è finito lì, che ci si può sedere a vederlo sul divano. Il tempo l’ho visto fermarsi sulla faccia rugosa di Claudiu, che mi ha trascinato con suo figlio su per la montagna promettendomi uno spettacolo imperdibile. Abbiamo preso per una strada a tornanti sopra Brasov, ci siamo inerpicati lentamente con il furgone, io e suo figlio stretti nei due sedili dalla parte del passeggero. Claudiu mi diceva soltanto Foto, mi pregava di fare un po’ di fotografie a quello che stavamo per vedere. Poi finalmente siamo arrivati, e lui mi ha detto Guarda. E davanti a noi c’erano quattro alberghi, brutti come sono brutti gli alberghi monumentali dei paesi di montagna, tutti cemento e balconi come arnie. Mi ha sorriso e poi mi ha ripetuto Foto. E così io ho preso la macchina fotografica e l’ho puntata verso quegli alberghi. Ho dovuto persino arretrare, per farli stare tutti dentro l’inquadratura. Ho puntato, e poi ho premuto, e in quel momento mi è sembrato di sparare: alla Romania, all’Italia, a Claudiu, a suo figlio, al tempo in movimento, alle cose che cambiano di forma. E poi ci siamo seduti sull’erba, che era arrivato il tempo di metterci a guardare.
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Saturday, May 10th, 2008
di Mauro Pianesi (da “Il primo amore”)
Ecco la casa dove hanno ucciso Meredith. Mi sporgo dalla ringhiera del parcheggio sovrastante: lo faccio apposta, stavolta. Sto praticamente sotto la telecamera che avrebbe ripreso qualcuno di quei ragazzi ora agli arresti, mentre uscivano o entravano. Oggi non ci sono turisti. Ossia: Perugia è piena di turisti, ma oggi qui – qui – non ci sono videofamiglie dell’orrore a immortalarsi la cronaca nera (si vede che anche il Pintoricchio – in gran mostra su a Palazzo dei Priori – reclama, e ottiene, la sua parte). Questo è un punto molto bello della città: a nord, sul bordo del precipizio chiamato Bulagaio (onomatopeico dialettale: un posto dove si andavano a scaricare detriti, un precipitare roba nei secoli giù per la valle scoscesa, tappezzata dalla macchia e dalle case coloniche. A qualche decina di metri in linea d’aria da qui, c’è una via intitolata ai “barùtoli”, ai capitomboli). Un punto molto bello a due passi dal cuore cittadino di muri e di vento, sporcato da villette come questa, parassiti sul loro bravo terrazzo in cemento armato. Un condono edilizio, chissà. Nella rete di recinzione sono infilati mazzi di fiori asfissiati nel cellophane e qualche altro gadget colorato. Vista così, dall’alto, sembra la casa del delitto di Cogne: stessa inquadratura. Ah, signora mia… anche noi abbiamo i nostri fastidi da tutta ’sta celebrità! Una storia di fica, sembrerebbe. Fica giovane, studentesse… la striscia di merda del negro sul water (ma non c’era lo scopetto?, e poi doveva fare la cacca proprio mentre ammazzavano Meredith?, o l’ha uccisa lui?, ma… prima o dopo aver fatto la cacca?) e poi soldi, sembra… Droga! Droga! Perugia è la città italiana col più alto numero di overdosi-senza-ritorno per abitante. I mass media. Ha detto il sindaco al tiggì che i mass media sono stati ingenerosi con la città. Mi sporgo a guardare ancora un po’: tante volte ripassassero i R.I.S.
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Wednesday, May 7th, 2008
di Gianfranco Bettin
La questione settentrionale ritorna a segnare, radicalmente, il quadro politico nazionale. Le elezioni del 13 e 14 aprile la consegnano al parlamento e al governo prossimi venturi e ne certificano l’insopprimibile centralità. Una centralità che il governo Prodi non ha mai davvero saputo assumere, anzi, che si è peritato spesso, nelle parole e negli atti di alcuni suoi esponenti, di negare o di annacquare o di riformulare in altri termini, dipingendo spesso Nord e Nordest come la terra dei padroncini rancorosi e ignoranti, nonché evasori fiscali e razzisti, o giù di lì. Con il solo risultato di proporsi, al Nord e in particolare nel Nordest, come un governo, e anzi come un intero ceto politico, lontano dagli interessi, dai bisogni, dalle attese di quelle regioni, in particolare dalla richiesta di federalismo, fiscale e istituzionale, che è il vero motore potente della dinamica politica del Nordest (come ricordano anche figure diverse come Giancarlo Galan o Massimo Cacciari, o come Riccardo Illy, da ieri ex governatore del Friuli Venezia Giulia, che certo ha pagato caro questo deficit politico e culturale del centrosinistra italiano e del suo governo).
Questo spiega, in parte, il successo straordinario ottenuto dalla Lega Nord in queste elezioni. Ma ciò che lo spiega di più, e più strutturalmente, sta nella capacità del partito di Bossi di configurarsi, ormai in oltre vent’anni, come la forza politica più organicamente capace di interpretare la nuova composizione sociale regionale, in particolare la piccola e la media impresa, gli artigiani, moltissimi dei quali di origine contadina e operaia, le nuove figure del lavoro, ma anche quelle “geocomunità” e quel “capitalismo personale” che, secondo gli analisti più attenti (a cominciare da Aldo Bonomi, si veda il suo recentissimo Il rancore. Alle radici del malessere del Nord, edito da Feltrinelli, che rielabora un saggio precedentemente apparso nel recente numero degli Annali della stessa editrice dedicato alla questione settentrionale), rappresentano dimensioni sempre più centrali, nel contesto segnato dalle tensioni e dalle inquietudini, oltre che dalle opportunità, della globalizzazione.
Questa realtà sociale e politica ha, non di rado, aspetti, espressioni e pulsioni che possono giustificare diffidenze e deprecazioni, ma che non può essere ridotta a questo (e neanche al modo, a volte certo “scandaloso”, in cui certi esponenti politici si esprimono). La stessa Casa delle Libertà, oggi Partito della Libertà, che pure ottiene grandi risultati nel Nord, a volte stenta a tenere un rapporto solido con questo mondo e la crescita della Lega in queste elezioni può essere vista anche come l’esito di un voto che, autonomo sulla scheda che pure l’apparentava a Berlusconi (e dunque certamente un “voto utile”, non a rischio di dispersione e inefficacia), consentiva una distinta affermazione sia identitaria che politicamente e programmaticamente specificata.
Un voto utile al cubo, per così dire, agli occhi di quegli elettori: contro questa sinistra e il governo Prodi e tuttavia distinto da un Berlusconi non sempre reputato affidabile, oltre che in favore di una forza radicalmente territoriale e naturalmente post ideologica e per certi aspetti, anche se può sembrare paradossale per un partito, post politica. Ma la fortuna della Lega Nord dipende anche dall’incomprensione viscerale che nei suoi confronti manifesta quasi tutto il ceto politico romano, che volentieri ama dipingerla come gli piacerebbe che fosse e non per quello che davvero è, radicata in queste terre e agli occhi dei suoi abitanti ed elettori. È la stessa incomprensione che circonda la questione settentrionale nel suo insieme. Il tentativo di dissolverla nella più generale questione italiana o di ridurla alle espressioni più grevi e rozze di taluni politici fallisce da troppi anni per non dover insegnare qualcosa almeno oggi, dopo la tempesta elettorale di aprile.
Questo articolo è apparso sui quotidiani del gruppo Repubblica-L’Espresso il 15 aprile 2008.
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Monday, May 5th, 2008
di Antonella Beccaria (via Carmilla)
Danilo Arona la chiama la “maledetta estate del 1962”. E ha i suoi buoni motivi per farlo. Perché, se si forzano un po’ i confini imposti dal calendario, si vede che di fatti neri ne sono accaduti parecchi proprio in quei mesi. Il 31 maggio, per esempio, nel carcere di Tel Aviv viene giustiziato Adolf Eichmann, il comandante maggiore delle unità d’assalto delle SS naziste, specialista in questioni ebraiche e protagonista della soluzione finale ordita dal Terzo Reich: era stato catturato due anni prima da uomini del Mossad a Buenos Aires ed estradato in Israele per essere processato. Inoltre, tra disastri aerei e ferroviari, pochi giorni dopo si assiste all’evasione di tre detenuti dal carcere di Alcatraz: sono Frank Morris, John Anglin e Clarence Anglin che – si dice – affogarono e i loro corpi mai più vennero ritrovati.
Qualche mese dopo (è l’11 ottobre e l’abbiamo dichiarata la violazione di solstizi ed equinozi) esplode la crisi dei missili di Cuba che rischia di trascinare il mondo verso la terza guerra mondiale e dodici giorni più tardi cade l’aereo su cui viaggiava Enrico Mattei, episodio che andrà a nutrire uno dei capitoli neri del recente passato italiano. E si potrebbe andare avanti ancora con l’elenco di eventi chiave risalenti a quel periodo. Eventi che non sempre però sono stati così sinistri: si pensi ai successi riscossi dai movimenti indipendentisti di Burundi e Algeria o alla “nascita” musicale dei Beatles e cinematografica di James Bond.
Se esista tuttavia un legame che lega questi fatti, insondabile da un punto di vista giudiziario, politico o giornalistico, lo lascio stabilire a Danilo, ben più esperto in materia. Che invece un legame esistesse tra una serie di personaggi – il clan dei Kennedy, le cupole di Cosa Nostra d’oltreoceano e almeno una parte dello star system hollywoodiano che comprende l’attrice Marilyn Monroe – lo stabilisce invece un dossier dell’FBI che, sotto l’ambigua regia e infinita direzione di J. Edgar Hoover (a capo dell’ente federale americano per quarantotto anni, dal 1924 al 1972), costituisce un castello di accuse contro John Fitzgerald Kennedy, il presidente degli Stati Uniti che sarà assassinato a Dallas il 22 novembre 1963, suo fratello Robert e il padre dei due, il temuto Joseph P. Kennedy.
Il dossier, finora rimasto sconosciuto, è il cuore del libro Compagna Marilyn – Comunista, spia, cospiratrice. I retroscena della vita e della morte di Marilyn Monroe (Stampa Alternativa, 2008) scritto da Mario La Ferla. Il quale, avvezzo alle inchieste giornalistiche, fa per vent’anni la posta al dossier, cura i suoi contatti negli Stati Uniti, fa in modo di avvicinarsi sempre di più al fascicolo di Hoover e finalmente si ritrova in mano tremila pagine di schede personali, intercettazioni, confidenze e rapporti. Ecco che ne viene fuori un libro che si direbbe frutto delle fantasie più sfrenate di uno scrittore di fantapolitica, che parte dell’apparente suicidio della più nota delle stelle di Hollywood per ricostruire uno scenario incredibile, ben lontano dai sorrisi rassicuranti del trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti, dalle sfolgoranti pellicole partorite a ciclo continuo dalla Mecca del cinema o da una linea politica che voleva andare a stemperare i più bollenti bubboni della guerra fredda.
La cornice è costituita da barbiturici, depressione, bordelli di lusso, festini a base di droga e celebrità. E il centro della prospettiva di La Ferla è la notte tra il 4 e il 5 agosto 1962, quando Marilyn Monroe morì per quella che venne sbrigativamente etichettata come un’overdose di psicofarmaci. Eppure, proprio quella notte, nella villa in stile messicano di Fifth Helena Drive, da poco acquistata dall’attrice, sembra consumarsi una scena alla Rosemary’s Baby: nella camera da letto della Monroe, in corridoio, sul tetto si concentra una piccola folla di persone che, invece di contribuire alla nascita dell’anticristo, si è riunita per uccidere la più celebre delle dive di quel periodo. E mentre vengono smontati i microfoni piazzati per intercettazioni telefoniche e ambientali, perquisiti ambienti e passate al setaccio diari e rubriche, alcuni dei più brutali scagnozzi della mafia a stelle strisce si occupano di Marilyn mentre governante, addetta stampa, psichiatra e medico attendono che tutto sia finito per dare l’allarme. Un gran guignol che sarebbe servito per impedire alla donna di rivelare alla stampa tutti i peccati dei fratelli Kenndy, entrambi suoi amanti, e ordito da amici di famiglia: quei Sam Giancana, John Rosselli, Jimmy Hoffa che, per tramite di Frank Sinistra, avevano tutto l’interesse a tenersi buoni i rapporti con la dinastia di origine irlandese e non esitavano a ricorrere alle maniere forti, quando ce n’era bisogno.
Ma tutto questo è appunto solo un punto di partenza, quasi un pretesto, per raccontare un pezzo segreto di storia americana. Perché il respiro del libro si amplia e diventa un tornado che, dando fondamento alle voci che a lungo sono seguite alla morte di Marilyn Monroe, racconta di un sistema di corruzione politica capillare, del ricatto come principale arma di contrattazione per conservare posizioni e accrescere patrimoni, delle infiltrazioni della criminalità organizzata in qualsiasi ambito di potere, del dossieraggio illegale come arma per compiere vendette personali ancor prima che politiche. Si sfrutta di tutto, per raggiungere il proprio scopo: fregole e vizi privati in prima istanza, quelli che indeboliscono carriere e reputazioni. Tanto che spiare ciò che avviene tra le lenzuola porta a scoprire giochi spionistici e mercati delle informazioni che varcano i confini degli Stati Uniti e le purghe del maccartismo.
Compagna Marilyn, insomma, costituisce un contributo a comprendere meglio ciò che si cela all’ombra del potere. È un dietro le quinte inquietante di cui si dovrebbe parlare di più. E se La Ferla lo racconta per esempio a Corrado Augias e a Radio Radicale, non è ancora abbastanza. Nei giorni di chiusura della campagna elettorale, c’è stato chi ha chiesto che i fatti narrati nei libri di storia vengano rivisti. E su un’affermazione del genere, alla luce di ciò che rivelano gli archivi finora tenuti segreti, non si può che concordare. Ma attenzione alle boutade da voto imminente: quella era solo polvere da lanciare negli occhi dello schieramento avversario, ritenuto corresponsabile di crimini in odore di stalinismo. Qui, nelle pagine di La Ferla, invece, si trova ben altro: per la precisione, prendendo a prestito le sue parole, si tratta della “rivelazione sorprendente di un capitolo inedito della storia di un periodo irripetibile che appartiene a tutti noi”.
Compagna Marilyn - Comunista, spia, cospiratrice. I retroscena della vita e della morte di Marilyn Monroe in un rapporto segreto dell’Fbi, di Mario La Ferla, edito da Stampa Alternativa – Collana Eretica speciale, 312 pagine – ISBN: 978-88-6222-017-0
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Saturday, May 3rd, 2008
Maria Ornella Serpa è morta improvvisamente ieri, 2 maggio, in un pronto soccorso di un ospedale romano. Al Flexi conoscevamo Ornella perché ci veniva spesso per discutere con le sue compagne. Era nel collettivo A/Matrix, partecipava dalla prima ora alla campagna “Facciamo Breccia” e aveva soprattutto fondato il Coordinamento per la Difesa delle Persone Prostitute, un gruppo attraverso cui rivendicare, proporre, attaccare i media e i politici e le loro generalizzazioni grossolane o, come diceva lei, “un gruppo di persone che non si vergognano per quello che fanno”.
Ciao Ornella.
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Friday, May 2nd, 2008
[Segnaliamo in questa categoria i libri che possono essere scaricati liberamente da Internet grazie alla licenza Creative Commons. Invitiamo lettori ed autori a segnalare al sito le opere letterarie che, oltre ad essere disponibili nelle librerie, possono anche essere scaricate via Internet, per farle conoscere ed arricchire questa categoria del sito]
“Tana per la bambina con i capelli ad ombrellone”
di Monica Viola (ed. Rizzoli 24/7)
versione pdf | sito
“La piccola educazione sentimentale di una bambina sincera e scostumata. Un’apologia del disagio giovanile come solo e insostituibile motore per una formazione decente. Epica frammentaria di pigrizie e crudeltà, alla ricerca di un po’ d’amore, anche poco, anche usato, anche effimero. Un bel personaggio, la Bambina con i Capelli a Ombrellone, tana per lei, fra Flaubert e Woody Allen.” [Lidia Ravera]
Roma, anni Settanta. Epoca di passioni politiche che infiammano, di attentati ed esecuzioni a insanguinare le strade, di giorni intrisi di una tremenda, capillare angoscia collettiva. Fino al sopraggiungere degli anni Ottanta, futili e liberatori, carichi di voglia di leggerezza e di evasione, di musiche di tendenza, di mode irrinunciabili.
A cavallo dei due decenni, la storia interiore di un’infanzia e adolescenza, il racconto di una bambina che, passando attraverso esperienze dolorose e destabilizzanti - ma senza mai rinunciare a rincorrere la felicità -, infine diventa donna.
Cresciuta in una famiglia numerosa, caotica e vecchia maniera, con un padre autoritario, una madre dolcissima, sorelle, fratelli e una nonna rinchiusa nel suo passato di sogno, la Bambina con i Capelli a Ombrellone inciampa nella vita e nelle sue spine più aguzze, subisce lacerazioni traumatiche (le molestie sessuali di due dei fratelli più grandi, la grave malattia della madre), sbanda - ma si reinventa con nuova, sorprendente, trascinante vitalità.
Affronta la scuola con i suoi piccoli grandi insuccessi, le difficoltà degli amori e l’ambiguità del sesso, sa riconoscere la vera amicizia (anche se non sempre sa rispettarla), ma si adegua alle compagnie più diverse, sempre alla ricerca di un po’ di attenzione, di un po’ di affetto, spinta da quella voglia urgente dell’adolescenza di piacere e conquistare e con la necessità profonda e sommersa di un inconsapevole, istintivo costruirsi. Sostenuto però da una grande risorsa: la capacità di cercare negli altri il miracolo dell’accettazione nonostante tutte le proprie traballanti insicurezze, quel miracolo che, unico, potrà aiutarla a “ricucirsi”.
Un romanzo a forma di lungo monologo interiore, che alterna brani di narratività accattivante a momenti di autentico lirismo. Una prosa attenta, scrupolosa, dallo stile sintetico e pregnante e dal linguaggio intensamente evocativo: parole dense e vere per raccontare una storia che, come la protagonista, si appiccica, seduce, non molla.
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Friday, May 2nd, 2008
Al teatro Piccolo Eliseo Patroni Griffi di Roma (via Nazionale 183), fino al 4 maggio è in scena “Il mondo deve sapere” di David Emmer, con Teresa Saponangelo. Lo spettacolo è tratto dal romanzo omonimo di Michela Murgia, pubblicato nel 2006 da ISBN. La libreria Flexi è molto affezionata al romanzo e a (quasi) tutto ciò che ne è derivato. Perciò, se passate a via Clementina 9 la libreria sarà lieta di offrivi il buono gratuito per usufruire della “riduzione Flexi”, pagando così 10 euro invece di 15. Il mondo deve sapere, quindi fate girare la voce.
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Friday, May 2nd, 2008
di Christian Raimo (via Nazione Indiana)
Avete presente Pasquale Ametrano? L’emigrato lucano, praticamente muto, che in Bianco, rosso e Verdone torna dalla Germania per votare in Italia e percorre l’intera penisola autostradale, facendo sosta autogrill per autogrill, per mangiare, pisciare, comprare montagne di roba, e a ogni tappa viene derubato di qualcosa: le borchie, l’autoradio, alla fine direttamente la macchina con valigie e tutto? L’iperitaliano Pasquale Ametrano – che si sveglia con il poster gigante di Causio come un altarino davanti al letto e che alla fine del film, vessato e fottuto dai suoi stessi compatrioti, soltanto allora parlerà per mandare a fanculo tutti quanti – proprio lui, così per dire, non potrebbe essere l’elemento-guida per riflettere su quello che l’Italia è stata e non è stata negli ultimi cinquant’anni?
Mi veniva in mente la sua figura andando in libreria e trovando, per caso ma non troppo, accostati nello stesso scaffale dedicato alla storia contemporanea, alla nostra storia contemporanea, alla formazione della nostra identità italiana, due libri speculari, complementari, dialoganti. Uno l’ha scritto (molto bene) Simone Colafranceschi, si intitola Autogrill. Una storia italiana e l’ha edito Il Mulino; l’altro l’ha scritto (molto bene) Michele Colucci, s’intitola Lavoro in movimento. L’emigrazione italiana in Europa 1945-57 e l’ha edito Donzelli; e si può notare facilmente come già dalle copertine questi due studi si parlino tra loro. Su Autogrill c’è un particolare di un depliant pubblicitario a colori: una meravigliosa, sorridentissima famiglia in spider – padre, madre, un solo figlio – che ci saluta dal grande parcheggio vuoto sotto il primo (fondativo) autogrill Pavesi, quello di Novara; mentre Lavoro in movimento esibisce invece una foto in bianco e nero di un treno in partenza dalla stazione di Milano, stipato di emigranti. E se uno dovesse prendere questi due ritratti come le approssimazioni di quello che c’è dentro, non sbaglierebbe a pensare che i macrofenomeni che Colafranceschi e Colucci descrivono, sono – come si rendono ben conto – due storie, due storie assai diverse, dell’Italia moderna, del suo sviluppo, e di quello che siamo oggi. Perché una è la storia di una vittoria, l’altra di una sconfitta.
Da una parte, l’autogrill è effettivamente un simbolo che ha vinto, il pioniere dei non-luoghi, della socialità moderna, la rappresentazione perfetta del modello di progresso che ha attraversato l’Italia contemporanea. Il culto dell’America, il trasporto su auto, la famiglia nucleare, il mito della piccola industria del Nord che – con un po’ di aiuti di Stato – riesce a diventare grande: e soprattutto i consumi. Un’identità moderna, in cui l’immagine fa da volano alla realtà, che per essere veramente moderna dev’essere fondata sui consumi. Progettualmente: come si legge nelle linee guida di quelle aziende che per più di mezzo secolo sono state coinvolte nella creazione degli autogrill, dalla Pavesi alla Motta all’Eni alla Società Autostrade. E strutturalmente: “Tra il 1955 e il 1970”, scrive Colafranceschi, “si consumeranno [sic] quasi 25 milioni di spostamenti di residenza da un comune all’altro. […] Una molteplicità di esodi che, a differenza dell’emigrazione diretta fuori dai confini nazionali, non avviene nel segno di una conservazione del proprio bagaglio identitario, ma si accompagna spesso alla ricerca di una nuova cittadinanza urbana, plasmando nuove identità collettive sotto il segno di un passaggio «dall’etica della produzione all’etica dei consumi»”.
Nel giro di un decennio, quello analizzato invece in Lavoro in movimento, si vede progressivamente sfumare l’idea che si possa formare un’identità italiana a partire dal rigetto delle politiche sociali fasciste, e dall’impulso dato delle esperienze collettive della Resistenza e della Costituzione. Non fu questo a unire l’Italia. Ma, ci tiene a dire Colucci con l’occhio privilegiato sulla faccia oscura del progresso, questo non fu nemmeno un processo casuale: perché, appunto, la storia non è fatta solo di dinamiche sociali, economiche, antropologiche. Fu piuttosto il risultato di scelte, di una politica – dei governi, con responsabilità individuali precise – che fu assente, o volle altro.
La vicenda che viene ricostruita dell’emigrazione italiana in Europa è una parentesi malinconica: Colucci anatomizza bene questa miopia politica dei governi del tempo, capaci d’inventarsi solo una rabberciata “soluzione emigrazione” rispetto all’emergenza disoccupazione, senza poi saperne gestire i costi umani. A fronte di idee isolate sull’emigrazione come aspetto di una cultura pacifista e cosmopolita, come fu la posizione – che viene meritoriamente ricordata – dell’azionista Riccardo Bauer (“Occorre che l’arruolamento dei lavoratori per l’estero avvenga con metodo, con assoluta garanzia di onestà, cessi cioè l’Italia di essere pingue campo d’affari per negrieri d’ogni risma”), la realtà deprimente fu quella di una massa di lavoratori mandati allo sbando con i miti falsi di un’emancipazione attraverso lavori durissimi - e appunto, non a caso, il fenomeno migratorio ebbe un crollo dopo la strage di Marcinelle.
Ma soprattutto Lavoro in movimento illumina un altro carattere deteriore, l’altra faccia della medaglia non solo della storia di cinquant’anni fa, ma dello sviluppo moderno. Questo è l’esito più desolante: alla mancata costituzione di una possibile identità europea si accompagnò la creazione di un modello sociale di sfruttamento tuttora utilizzabile e utilizzato. Un modello pensato e gestito da quei governi che nel dopoguerra crearono con l’emigrazione dal Sud Europa il precedente di uno stato di eccezione, stabilendo accordi bilaterali che nei fatti toglievano agli emigrati tutti i diritti se non quello di fornire manodopera. Un precedente, ci tiene a sottolineare Colucci citando Agamben, che sarà seminale per l’attuale “Fortezza Europa”, una realtà un po’ diversa da quell’idea europea di un Mazzini, così stracitato nelle varie discussioni sull’emigrazione negli anni ’50.
Il panorama che viene fuori dal libro di Colucci è in definitiva disarmante: l’emigrazione è un’esperienza rimossa che ha prodotto un deserto ideale, un non-luogo politico. Ma anche l’esito del libro di Colafranceschi, dove appunto si dovrebbe raccontare la storia vincente dello sviluppo italiano non è così entusiasmante, se proprio l’autore decide di chiudere citando questo Massimo Ilardi: “L’autogrill è lo spazio di vita di milioni di persone che lo attraversano. Qui la metropoli viene risolta senza residui con l’annientamento della sfera pubblica. Qui l’ordine della città viene sconvolto insieme a qualsiasi forma di vita ideale e progettata dall’esterno. […] Qui, infine, come in tutti i territori dell’attraversamento, l’attrattiva principale è l’anomia, è la sospensione della legalità. […] È il fascino del deserto descritto da Baudrillard, è la potenza dell’estensione pura, è la forza dell’incultura”.
Fa sempre un po’ male capire che per sentirci liberi dobbiamo fare a meno della nostra civiltà, e come Pasquale Ametrano, sfogarci al massimo con un vaffanculo.
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Thursday, May 1st, 2008
Giovedì 12 giugno 2008 ore 20.30
Monica Mazzitelli e Wu Ming 4 presentano
“Stella del mattino” di Wu Ming 4 (Einaudi, 2008)
Libreria Flexi - via Clementina 9 Roma
Oxford, 1919. Il Primo conflitto mondiale è appena terminato e una schiera di giovani reduci torna sui banchi universitari. Le ombre dei compagni morti popolano le loro notti e la routine accademica non ha risposte da offrire all’orrore vissuto al fronte.
Da un giorno all’altro l’austera quiete dei college è turbata dall’arrivo di T. E. Lawrence, il leggendario «Lawrence d’Arabia». Partito da Oxford come archeologo e divenuto ispiratore della rivolta araba contro i turchi, l’uomo d’azione ha ora un nuovo incarico: scrivere il memoriale della propria impresa. Mentre i ricordi prendono vita, la saga di «Lord Dinamite» si alterna alle vicende di tre sopravvissuti al massacro.
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Thursday, May 1st, 2008
Mercoledì 4 giugno ore 20
Presentazione della campagna
“Control Arms”
Proiezione del film “Lord of War - dove c’è un uomo c’è un’arma”, con Nicholas Cage (2005)
Cos’è “Control Arms”? Il 9 ottobre 2003 Amnesty International, IANSA (International Action Network on Small Arms) e Oxfam hanno lanciato Control Arms per chiedere ai governi del mondo l’adozione di un Trattato internazionale sul commercio delle armi (ATT), destinato a impedire i trasferimenti di armi che alimentano conflitti, povertà e gravi violazioni dei diritti umani. In Italia la campagna è stata rilanciata dalla Sezione italiana di Amnesty International (AI) e dalla Rete italiana per il Disarmo il 23 marzo 2005. Oltre a chiedere il sostegno del governo all’ATT, la campagna ha chiesto con forza che gli obiettivi internazionali di un maggiore controllo sulle esportazioni di armi fossero implementati nella legislazione italiana.
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Thursday, May 1st, 2008
Sabato 31 maggio ore 20
ErrarePersona presenta
“Le Muse di Odisseo”
Narrazione concerto
Il mitico viaggio di Ulisse raccontato e cantato dalle donne che ha incontra nel suo peregrinare attraverso il Mediterraneo. Musica, canti etnici e Miti del nostro mare.
con
Damiana Leone voce
Paolo Rossetti percussioni
Alessandro Stradaioli contrabbasso
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Thursday, May 1st, 2008
Giovedì 29 maggio ore 20
incontro con Chris Carlsson
autore di “Nowtopia. How Pirate Programmers, Outlaw Bicyclists, and Vacant-lot Gardeners are Inventing the Future Today” (AK Press, 2008)
Portate una piantina.
Volete cambiare il mondo e non sapete come farlo perché metropoli vi schiaccia? Niente paura, parlatene giovedì 29 maggio alla libreria Flexi con Chris Carlsson, che sarà a Roma per la Critical Mass intergalattica. Carlsson è stato il fondatore della Critical Mass di San Francisco, la prima al mondo, ed uno dei redattori della rivista californiana Processed World, che per prima raccontò i conflitti emergenti nell’economia dell’informazione della Silicon Valley, la culla dell’informatica. “Nowtopia” è il suo ultimo saggio, e racconta come i pirati dell’informatica, i ciclisti urbani e i guerriglieri del verde metropolitano stiano inventando un futuro diverso. Portate una piantina selvatica o del vostro giardino: dopo la chiacchiera con Carlsson, riqualificheremo Piazza degli Zingari senza pogrom. Yes, we can.
> Leggi l’intervista a Chris Carlsson su Alias
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Thursday, May 1st, 2008
Mercoledì 28 maggio ore 21
Tolleranza Zoro
dalle primarie alla Fondazione Daje
con Diego Bianchi, Antonio Sofi e… ospiti a sorpresa
Diego Bianchi, in arte Zoro, tra i primi blogger italiani, ha condotto negli ultimi mesi, attraverso una serie di video, un viaggio all’interno della politica italiana con gli occhi della base. Partendo dalla primarie del PD dell’ottobre 2007 ha seguito Walter Veltroni dall’incoronazione alla Walterloo elettorale. Cronista, commentatore spietato, si è trasformato via via in spin doctor del candidato, in Veltroni Girl, in Zorgan (di X Factor) e attraverso la sua telecamera ha immortalato i momenti salienti della campagna elettorale, fino alla sua (logica) conclusione.
Zoro discuterà, con l’aiuto di Antonio Sofi (”esperto di giornalismo e nuovi media“), dei suoi video e della “proposta politica” della Fondazione Daje, pronto a rispondere alle sollecitazioni del pubblico. Saranno proiettati alcuni video.
–> l’articolo della cronaca di Roma dell’Unità di oggi (28 maggio)
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Thursday, May 1st, 2008
Lunedì 26 maggio ore 20.30 e 22.30
“Private” di Saverio Costanzo (Italia, 2004, 90′)
INGRESSO LIBERO
Docente di letteratura inglese in Palestina, Mohammed vive con la moglie e i cinque figli in una casa situata tra un villaggio palestinese e un insediamento israeliano. L’abitazione finisce per subire gli attacchi incrociati delle parti in lotta, diventando un sito altamente strategico. L’esercito israeliano decide di occuparla ma, nonostante l’invasione dei soldati israeliani, Mohammed si rifiuta categoricamente di abbandonarla. Fedele ai principi della non violenza, è convinto che si possa trovare un’intesa > la scheda del film
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Thursday, May 1st, 2008

Venerdì 23 maggio ore 19
Il Pasto Crudo
Torna “Il Pasto Crudo”, aperitivo a base di verdura e frutta stagionale, carne e pesce: tutti ingredienti di prima qualità ed elevata digeribilità, lavorati attraverso tecniche alternative come marinatura, essiccazione, vapore ed arricchiti con frutta secca, oli vegetali, legumi, erbe e fiori. Contro l’industria alimentare, contro l’alimentazione industriale (clicca sull’immagine per ingrandire).
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Thursday, May 1st, 2008
Giovedì 22 maggio ore 20
incontro con Carlotta Venturi
autrice di Voci dal Cile
Ibiskos Editrice Risolo, 2008
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Thursday, May 1st, 2008
Lunedì 19 maggio 20.30 e 22.30
“Gaza strip” di James Longley (USA, 2002, 74′)
sottotitoli in italiano
INGRESSO LIBERO
In “Gaza Strip”, un documentarista americano, durante l’inverno del 2001, segue con la sua camera l’insieme di eventi e persone che seguono le elezioni del primo ministro israeliano Ariel Sharon nella striscia di Gaza. L’inasprirsi della seconda intifada, la distruzione delle case, le vittime dei bombardamenti, viste attraverso gli occhi del tredicenne Mohammed Hejazi e dei suoi compagni, piccoli venditori ambulanti; fino all’incursione israeliana nel campo profughi di Khan Younis, che segnerà l’inizio della rioccupazione delle aree autonome palestinesi (Operazione Scudo di Difesa).
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Thursday, May 1st, 2008
Domenica 18 maggio ore 20
incontro con Marco Rovelli
autore di “Lavorare uccide” (Rizzoli, 2008)
con un intervento del Comitato contro le morti sul lavoro,
Proiezione di “Stasera torno prima”
di L. de Rienzo, musica di M. Nava
in favore dell’Ass. Naz. Mutilati e Invalidi del Lavoro
e “Contromano”x (Br/It, 15′, 2004)
di C. Mereghetti e E. Pandimiglio.
Saranno presenti gli autori
Negli ultimi anni le vittime per incidenti sul lavoro sono state più di quelle occidentali in Iraq. Peggio di una guerra. “Morti bianche”, senza voce, relegate a poche righe sui giornali, miseri loculi anagrafici. Per queste vittime del silenzio, della negligenza e della distrazione, Marco Rovelli intraprende un viaggio che tocca ogni angolo del Paese, in cui restituisce un volto e una dignità a chi è morto e una voce al dolore, alla rabbia, all’impotenza di chi è rimasto. Lavorare uccide si addentra nelle logiche più feroci della produzione e del profitto: dal just in time al perverso labirinto di appalti e subappalti, dalla crisi dei sindacati all’omertà dei colleghi, dalle norme di sicurezza ignorate a una giustizia che troppo spesso non è fatta. Attraverso storie, testimonianze e dati, un’inchiesta appassionata e atipica che ci aiuta a capire per quali barbari meccanismi la vita di un uomo vale solo pochi euro, e quanta strada resta ancora da fare per mettere fine a questa vergogna.
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Thursday, May 1st, 2008

Sabato 17 maggio ore 21
Improvvisazioni per aperitivo musicale
Libreria Caffè Flexi // via Clementina 9 al rione Monti (Roma)
I Tessalonica sono un gruppo jazz formatosi nella Scuola Popolare di Musica di Testaccio. Suonano in vari contesti romani (locali, teatri, librerie, enoteche) modulandosi in diverse formazioni (dal duo al settetto).
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Thursday, May 1st, 2008
Giovedì 15 maggio ore 19.30
Jam session di quartiere
L’analisi del voto romano
Introducono M. Diletti e M. Toaldo (Centro di Riforma dello Stato)
Un’occasione per discutere insieme delle cause della sconfitta politica di Walter Veltroni e Francesco Rutelli a partire da un’analisi attenta dei dati elettorali suddivisi per i quartieri e le fasce sociali di Roma. Perché non se ne parli solo a “Porta a porta”.
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Thursday, May 1st, 2008
Lunedì 12 maggio ore 20.30 e 22.30
“Il club antioccupazione delle nonnine infuriate”
di Iwajla Klinke (Germania/Italia, 2006, 88′)
sottotitoli in italiano
INGRESSO LIBERO
Il film narra le vicende della 76enne Hava e delle sue amiche, quattro ottuagenarie israeliane che hanno in comune non solo età e
provenienza - l’Europa, abbandonata ai tempi del nazismo per sfuggire all’olocausto- ma anche l’impegno politico nei confronti dei palestinesi. Un film non solo sulla politica di occupazione israeliana ma anche soprattutto su coloro che un tempo la resero reale, mentre oggi la combattono con tutti i mezzi a loro disposizione, nonostante l’età.
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Thursday, May 1st, 2008
Lunedì 12 maggio ore 20.30 e 22.30
“The Inner tour”
di Ra’anan Alexandrovich
(Palestina/Israele, 2001, 97′)
sottotitoli in italiano
INGRESSO LIBERO
Un viaggio organizzato che attraversa Israele in autobus. I partecipanti sono uomini, donne e bambini palestinesi che risiedono nei Territori Occupati. Filmato pochi mesi prima dell’inizio della Seconda Intifada, il film è il racconto di un weekend oltre confine che si trasforma in un viaggio attraverso il tempo e la nostalgia. I protagonisti sono di fatto dei turisti nel loro stesso paese… > il trailer | il sito
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Thursday, May 1st, 2008
Domenica 11 maggio ore 20
la compagnia ErrarePersona in
“Il poeta è un fingitore”
Fado e poesia dal vivo
Il poeta è un fingitore
Finge tanto completamente
Che giunge a fingere che è dolore
Il dolore che davvero sente.
E coloro che leggono quello che scrive,
Nel dolore letto sentono proprio
Non i due che lui ha provato,
Ma solo quello che loro non hanno avuto.
(F. Pessoa)
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Thursday, May 1st, 2008
sabato 10 maggio ore 19
inaugurazione della mostra
“StreetLife” di Antonio Bigarini
a cura di M. De Leonardis
fino al 24 maggio 2008
E’ colorata la varietà umana che Antonio Bigarini incontra nel suo percorso. Fotografie scattate alla luce del sole - in pieno giorno - passeggiando per le strade di Barcellona, Roma e Istanbul. Tre città mediterranee dove la vita si svolge - prevalentemente - in strada. Incontri casuali che rimandano ad un quotidiano attraversato da segmenti dissonanti. Il fotografo si chiede cosa sia la ‘normalità’ in questo scenario di contrasti.
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Thursday, May 1st, 2008
Sabato 10 maggio 2008 ore 17
Gruppo di lettura
L’incontro del Gruppo di lettura del 10 maggio alle ore 17.00 è dedicato al dibattito sul libro che abbiamo letto questo mese “La rilegatrice dei libri proibiti” di Belinda Starling.
A seguire Alessandra Faini, storica dell’arte e guida turistica, introdurrà il romanzo scelto per il prossimo mese, “L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery.
Proprio da uno dei capitoli centrali del libro, che ruota attorno ad un inaspettato invito a cena e ad una natura morta che accoglie una delle protagoniste a casa di un misterioso giapponese, nasce lo spunto per una lettura approfondita del romanzo. La presentazione del quadro in questione e una chiacchierata sul genere della natura morta, possono fornire una chiave di lettura insolita a quest’opera letteraria, che sembra trovare proprio nella scelta pittorica della natura morta un suo incantevole pendant.
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Thursday, May 1st, 2008
venerdì 9 maggio ore 20
presentazione di
“CriticalMass. Idee a trazione umana”,
AA.VV. Millelire / Stampa Alternativa
aperitivo a sostegno della Ciemmona 2008
Ciemmona, cioè la grande CiEmme, C.M., Critical Mass Interplanetaria: dal 30 maggio al 2 giugno a Roma le biciclette prendono possesso della città. Il libro “Critical Mass. Idee a trazione umana” spiega come e perché è nata la Critical Mass, e come si può partecipare (è facile, anche senza libro). La presentazione di “Critical Mass. Idee a trazione umana” è il primo appuntamento con cui il Flexi festeggia e sostiene la Critical Mass, sperando che tante persone vogliano sostenerla con il Flexi (foto di Detritus via Flickr).
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Thursday, May 1st, 2008
Mercoledì 7 maggio ore 20
Incontro con Simone Colafranceschi
autore di “Autogrill. Una storia italiana” (il Mulino, 2007)
Con Andrea Natella
A seguire “Il pollo ruspante” (It, 35′) di U. Gregoretti dal film RoGoPaG. (1963).
Che differenza c’è tra autogrill colla lettera minuscola e Autogrill con la A grande? C’è tutta una storia, a fare la differenza. La storia è quella degli autogrill, nati in Italia con il boom economico degli anni ‘50 dall’idea di alcuni imprenditori (Pavesi, Motta, Alemagna) che volevano creare punti vendita per i loro prodotti dolciari e allo stesso tempo suggerire un nuovo stile di vita che veniva dall’America.
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