Archive for October, 2009

sabato 28 novembre 2009 ore 18.30

Wednesday, October 28th, 2009

Andrea Cotti presenta

CATTIVO
di Alessandro Berselli (Perdisa, 2009)

Sarà presente l’autore.

Cosa può nascondersi dietro il candore di un adolescente? Luca Parmeggiani ha diciassette anni. Scuola, ragazze, musica: sembrerebbe un ragazzo come tanti, ma ciò che mostra non è che una maschera. Il suo diario racconta ben altro: l’ambizione di consumare violenza e crimine, l’indole e l’intelligenza algida di un cattivo autentico. Una storia narrata dalla voce disubbidiente del protagonista, per una prosa ricca di trovate linguistiche e soluzioni inaspettate.

Alessandro Berselli (Bologna, 1965) ha iniziato la sua carriera come umorista sulle riviste “Comix” e “L’apodittico”. Le sue Lettere al condominio, ciniche e nerissime, hanno catturato l’attenzione di Maurizio Costanzo che, nel 1992, lo ha invitato al Maurizio Costanzo Show. Nel 2003 ha pubblicato i primi racconti noir, in bilico tra pulp e letteratura psicologica. Con il romanzo Storie d’amore di morte e di follia ha vinto il concorso ARPANET nel maggio 2005. Il suo ultimo romanzo è Io non sono come voi (Pendragon, 2007).

Andrea Cottii (San Giovanni in Persiceto, 24 gennaio 1971) per circa cinque anni ha gestito una libreria. Dapprima ha pubblicato alcune raccolte di poesia: Per interposta persona, Da quale fuoco (segnalato al Premio Montale, al Premio DeltaPOesia, vincitore del Premio Italo Alighiero Chiusano) e La fede del poco e del meno. Per quanto riguarda le opere di narrativa ha pubblicato invece Tre, la raccolta di racconti Lo stesso discorso di sempre e Che brutto nome mi hanno dato, Stupido e Francesco vola (questi ultimi sono romanzi per ragazzi). La sua ultima opera è Un gioco da ragazze, da cui è stato tratto l’omonimo film. Scrive anche sceneggiature (L’Ispettore Coliandro, Un Gioco da ragazze, Mare Piccolo, Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio).

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venerdì 27 novembre 2009 ore 19

Tuesday, October 27th, 2009

ZONA DEL SILENZIO

presentazione del libro (Minimum Fax, 2009)
mostra delle tavole originali
disegno dal vivo
con gli autori Alessio Spataro e Checchino Antonini

All’alba del 25 settembre del 2005, un diciottenne muore a Ferrara, pochi minuti dopo essere stato fermato dalla polizia. La storia di Federico Aldrovandi sarebbe semplicemente questa, se una madre veramente coraggiosa non avesse aperto un blog per battersi per una giustizia negata. Da quel blog e da un lavoro di inchiesta di tre anni nasce Zona del silenzio.
Un romanzo a fumetti che utilizza questo «normale» episodio di tragica violenza tutto italiano per raccontare una piccola storia di resistenza e di amicizia. Quella di un giornalista e un giovane studente che si mettono in cerca della verità sulla morte di Federico, e che finiranno per scoprire molto anche su loro stessi.

mercoledì 25 novembre 2009 ore 18.30

Sunday, October 25th, 2009

presentazione del

Corso di disegno
a cura di Angelo Baccanico

informazioni e iscrizioni: info@libreriaflexi.it 349/6612308

Il corso consiste in 12 lezioni con cadenza settimanale. Ogni lezione durerà circa 90 minuti. Sono previste sessioni all’aperto per disegnare alla luce del sole. Per permettere uno svolgimento ottimale delle lezioni è previsto un numero massimo di 12 allievi.

Il programma del corso:
* Le basi del disegno in tutte le sue forme: impariamo a leggere i tratti di ciò che ci circonda
* Uso dei vari strumenti tecnici: dalla matita al carboncino ed alla sanguigna
* Osservazione della luce nei suoi aspetti, disegno dal vero e studi dei volumi
* Uso e conoscenza dei colori: acquerello, olio, acrilico etc.
* Studio della prospettiva
* Avvicinamento all’arte di ieri e di oggi con accenni di “lettura dell’opera”

Il corso è collettivo e con autocorrezione, per spronare l’allievo a rendere al meglio delle sue capacità.

sabato 21 novembre 2009 ore 18

Wednesday, October 21st, 2009

Il gruppo di lettura Amarganta discute di

LA DONNA GIUSTA

di Sandor Marai (Adelphi, 2004)

È solo quando suona alla porta della suocera, alla quale intende confidare la sua pena e i suoi sospetti - sospetti che nella vita di suo marito ci sia un’altra donna, pena per il poco amore che quel marito le dimostra arrivando al punto di chiederle di “amarlo di meno” - che Ilonka capisce. Judit, la domestica che la accoglie in casa, indossa un nastro identico a quello che ha trovato nel portafoglio di suo marito e al nastro è appeso un suo ritratto. Judit è la donna che Péter aveva amato molti anni prima, ora le chiede ancora di diventare sua moglie. Ma il secondo matrimonio gli rivelerà, sui veri sentimenti di Judit, qualcosa che non aveva mai sospettato. Un intreccio di passioni e menzogne, di tradimenti e di crudeltà. 

sabato 21 novembre 2009 ore 18.30

Wednesday, October 21st, 2009

Monica Mazzitelli presenta

CORPI ESTRANEI

di Paola Ronco (Perdisa, 2009)

Un poliziotto tormentato, una combattiva studentessa universitaria, una fragile addetta stampa precaria. Perché l’agente Cabras non parla con nessuno? Come mai ad Alessia si ferma il respiro in gola ogni volta che vede una divisa? E cosa impedisce a Silvia di cominciare con serenità una vita a due nella casa appena comprata? Tre esistenze, un filo sanguinoso che le unisce, otto giorni che potrebbero cambiarle per sempre, in una Torino che assiste immobile ai crimini di una banda inafferrabile.

Paola Ronco è nata a Torino nel 1976 e vive a Genova. Il suo primo romanzo, ancora inedito, è stato finalista al Premio Calvino 2006. Ha partecipato con un racconto alla raccolta Tutti giù all’inferno, Giulio Perrone Editore, 2006, a cura di Monica Mazzitelli. Altri suoi racconti sono stati pubblicati sulla rivista “Carta”.

Monica Mazzitelli, romana, è scrittrice, filmmaker, mediattivista. Ha curato la raccoltadi racconti “Tutti giù all’inferno” uscita per Giulio Perrone Editore a Settembre 2007. Ha pubblicato racconti nei volumi “Il lavoro e i giorni” (Ediesse), “Allupa allupa” (DeriveApprodi, 2006) e “Copyleft” (Gaffi Editore, 2005). Ha realizzato alcuni booktrailers di romanzi per alcuni autori tra i quali Lidia Ravera, Wu Ming, Mario Desiati,  Monica Viola, Francesco Fagioli, Kai Zen. Da settembre 2002 a febbraio 2009 ha fondato e coordinato il gruppo de iQuindici, lettori volontari della Wu Ming Foundation.

Guarda il video di “Corpi estranei”.

venerdì 20 novembre 2009 ore 19

Tuesday, October 20th, 2009

Gaja Cenciarelli e Stefania Portaccio presentano

Soprassotto
di Fabio Ciriachi (Palomar, 2009)

Sarà presente l’autore

Romanzo di formazione e, insieme generazionale, che prende avvio ai nostri tempi (12 gennaio 2008) e rivisita a ritroso la storia del “giovane sessantenne” Ivan. “Soprassotto” è un romanzo consigliabile: a chi il Sessantotto l’ha vissuto, perché ci si riconoscerà, s’indignerà, scoprirà ancora qualcosa; ai genitori, che non sanno trovare il tempo e le parole per raccontare ai loro figli il mondo da cui provengono; ai ragazzi che conoscono gli anni Settanta solo per i discorsi generici o filtrati dall’ideologia: potranno scoprire quanto i problemi dei loro genitori assomigliassero ai loro e quanto la conoscenza del passato aiuti a smascherare il presente.

Fabio Ciriachi è nato a Roma, dove vive e lavora. Nel 1990 ha vinto la sezioni inediti del Premio Montale. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’arte di chiamare con un filo di voce (Empiria, 1999) e Il giardino urbano (Empiria, 2003). Ha pubblicato racconti in antologie e il libro (di racconti) Azzurro-cielo e verde-pistacchio (Edimond, 2008).

Gaja Cenciarelli vive a Roma. Laureata in lingue, ha lavorato per anni in diverse case editrici e ora traduce dall’inglese narrativa e saggistica. Suoi racconti sono apparsi sulle riviste «Accattone» e «Carta», in alcune antologie pubblicate (tra cui Allupa Allupa, DeriveApprodi, 2006) e in via di pubblicazione. È caporedattrice di vibrisselibri. Ha pubblicato due libri: Il cerchio (Edizioni Empirìa, 2003), ed Extra Omnes – L’infinita scomparsa di Emanuela Orlandi (Editrice Zona, 2006).

Stefania Portaccio è nata a Lecce ma vive a Roma. Nel 1986 ha vinto il Premio Montale per la categoria “Inediti”. Ha pubblicato poesie e racconti su diverse riviste. Ha pubblicato i libri “Contraria Pentecoste” nel 1996 e “Continenti” nel 2007.

giovedì 19 novembre 2009 ore 19.30

Monday, October 19th, 2009

FLEXIstoria

Daniele Vicari e Piero Bevilacqua presentano

IL VIRUS DEL BENESSERE
Ambiente, salute, sviluppo nell’Italia repubblicana

di Saverio Luzzi (Laterza, 2009).
In collaborazione con Am.i.Gi. Sarà presente l’autore.

Dalla corsa all’industrializzazione alla presa di coscienza ambientalista, dall’Italia rurale del secondo dopoguerra alle manifestazioni della cittadinanza contro la Tav, il passo è lungo. Mentre con il boom economico l’ambiente si trasforma in risorsa per lo sfruttamento industriale, un fenomeno nuovo e inizialmente sottovalutato fa la sua comparsa: l’inquinamento. Occorrerà attendere il ‘68, e più ancora il ‘76 (anno dei disastri di Seveso e Manfredonia), perché l’opinione pubblica se ne avveda e ne riconosca i letali fattori di rischio. La sciagura di Chernobyl, nell’86, rappresenta un ulteriore passaggio di livello: i danni, si dice, sono divenuti globali. È l’inizio di una escalation esponenziale. Oggi la stragrande maggioranza delle patologie che ci minacciano include, tra le concause della loro vastissima diffusione, le gravi alterazioni ambientali. Saverio Luzzi racconta la prima storia sociale di oltre sessant’anni di inquinamento nel nostro Paese e le radicali mutazioni del rapporto uomo-natura.

Saverio Luzzi ha conseguito il dottorato di ricerca in Lettere all’università “La Sapienza” di Roma. Nel 2004 ha pubblicato “Salute e sanità nell’Italia repubblicana” per l’editrice Donzelli.

Piero Bevilacqua è Professore Ordinario di Storia Contemporanea all’Università “La Sapienza” di Roma. Tra le sue opere più note, spiccano Le Campagne nel Mezzogiorno tra fascismo e dopoguerra: il caso Calabria (Einaudi, Torino 1980), il fortunato saggio Breve storia dell’Italia meridionale dall’Ottocento ad oggi (Donzelli, Roma 1993), i volumi Venezia e le acque: una metafora planetaria (Donzelli, Roma 1995) e Demetra e Clio. Uomini e ambiente nella storia (Donzelli, Roma 2001), nonché il recente La terra è finita. Breve storia dell’ambiente (Laterza, Roma-Bari 2006).

Daniele Vicari ha realizzato diversi film documentari e di finzione. Nel 2003, con Velocità Massima, in concorso alla mostra del cinema di Venezia, vince il David di Donatello per il miglior regista esordiente. Nel 2005, con L’orizzonte degli eventi, partecipa al festival di Cannes nella sezione “Semaine de la Critique”. Nel 2007, con il documentario Il mio paese, riceve un secondo David di Donatello per il miglior documentario di lungometraggio. Nel 2008 è uscito Il passato è una terra straniera.

Laboratorio teatrale. Da gennaio.

Friday, October 16th, 2009

Sono aperte le iscrizioni per il laboratorio teatrale alla Libreria Caffè Flexi a cura di Teatro Pantegano. Il laboratorio si svolgerà tutti i lunedì dalle 18.00 alle 20.00 da gennaio a maggio. E la prima lezione è gratuita ;-)

Iscrizioni riaperte!

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Un altro Book Festival è possibile

Thursday, October 15th, 2009

Martina Testa, direttore editoriale di Minimum Fax e grande conoscitrice della letteratura americana contemporanea, racconta il Brooklyn Book Festival e lo confronta con le analoghe manifestazioni italiane. Copiamo ed incolliamo dal sito di Minimum Fax il suo bel racconto, che sarebbe piaciuto a molti scrittori tradotti da Martina Testa (per esempio, quello che raccontò un altro festival, una sagra del bestiame nel Midwest). Chissà che a qualcuno non venga qualche idea…

Il Brooklyn Book Festival

di Martina Testa

Non so se avete mai assistito all’intervento di un politico locale che apre o chiude una manifestazione culturale. Nella mia esperienza (grandi festival letterari nella capitale, concerti indie-rock in provincia, eventi teletrasmessi in diretta nazionale), il discorso del sindaco, o del suo emissario del caso, è immancabilmente troppo lungo, e/o troppo generico, e/o troppo autoelogiativo – e tende a raggiungere il colmo della goffaggine all’atto della consegna di qualche forma di trofeo o riconoscimento, che sia una statuetta pacchiana o un bottiglione di vino buono.

È una forca caudina attraverso cui la manifestazione e il suo pubblico devono passare, una decina di minuti che vanno dal noioso all’imbarazzante, sfociando spesso nell’involontariamente esilarante o nel francamente insopportabile; perché la sensazione di fondo è che il politico, con la manifestazione, non c’entri granché, ma ci sia stato tirato dentro pro forma (da qui le varianti imbarazzanti) o ci abbia voluto mettere per forza il cappello (da qui le varianti insopportabili).

Una sola volta mi è capitato di trovare godibile e sensato questo momento. È stato la sera dello scorso 12 settembre, nel piccolo auditorium di un piccolo college privato di Brooklyn: a parlare era il signor Marty Markowitz, e l’occasione era la serata inaugurale di un festival letterario, il Brooklyn Book Festival. Marty Markowitz è il presidente del borough di Brooklyn, uno dei cinque grossi distretti che compongono New York (una carica che immagino a metà fra quella di sindaco e quella di consigliere circoscrizionale, a metà insomma fra la visibilità mediatica e la burocrazia amministrativa), e io non so assolutamente nulla di lui: non so se sia un uomo di sinistra o di destra (è Democratico, ma questo vuol dire poco), se sia un politico integerrimo o corrotto, se abbia fatto molto o poco per il quartiere che governa, e neanche se lo governi davvero o solo di nome. So solo che è un signore di una certa età che non ha nulla dell’intellettuale: ha viceversa la verve istintiva, bonaria e competente di un navigato proprietario d’albergo o di un perfetto padrone di casa. Il suo discorso introduttivo è breve e tutto concentrato sull’orgoglio che prova per il suo quartiere, per il successo del festival letterario che ospita e per il gruppo di persone che lo organizza (le ricorda una per una per nome e le invita ad alzarsi per ricevere l’applauso); fa battute di spirito che risultano volontariamente divertenti, saluta la moglie, e quando consegna a Edwige Danticat (scrittrice haitiana trapiantata da bambina a Brooklyn) il «premio alla carriera» di quest’anno, lo fa con un orgoglio da preside che incorona la studentessa più brava della sua scuola.

Mi soffermo così a lungo su questo momento (che in genere nel raccontare una manifestazione culturale viene spontaneo omettere, a meno che non si tratti dell’intervento di qualche alta carica dello stato, nel qual caso subentra una specie di obbligo di cronaca) perché rispecchia perfettamente il carattere della manifestazione stessa, e dice - forse - qualcosa su un modo insolito di intendere le politiche culturali. Mi spiego: Marty Markowitz - lo si leggeva dal sorriso che offriva ai fotografi, e dal fatto che dopo gli organizzatori del festival ha presentato e salutato anche due suoi candidati a non so quale carica nelle immimenti elezioni comunali - stava facendo propaganda per la sua amministrazione e il suo partito; eppure, strano ma vero, non la faceva in modo subdolo, fasullo, pretestuoso o personalistico. L’entusiasmo delle pacche sulle spalle e delle strette di mano non era caricaturale. Il compiacimento nello snocciolare i dati era quello di uno che riferisce su un lavoro di gruppo ben fatto, non di chi vanta un trionfo più unico che raro. C’era un senso di realtà che ho trovato irreale.
Il buffet post-discorso, tanto per farvi capire, è stato servito nella cafeteria del college, un paio di ampie sale seminterrate illuminate al neon, con comode sedie di plastica, onesti e abbondanti stuzzichini, camerieri che servivano da grossi frigoriferi bottiglie da 33 di birra autoctona (Brooklyn Lager). La sensazione era che tutti gli scrittori presenti (Jonathan Lethem, Colson Whitehead, Heidi Julavits, Chris Abani, Aleksandar Hemon [1] fra gli altri) si trovassero molto più a loro agio in quell’ambiente lì che nelle stanze moquettate di un hotel di lusso, o nel salone affrescato di un palazzo comunale.

In verità, poi, i saloni del palazzo comunale il Brooklyn Book Festival li sfrutta eccome. Non per i ricevimenti ufficiali, però: per i reading e i panel veri e propri – occasioni ritenute evidentemente più significative, e in cui gli scrittori si trovano più a loro agio. La gran parte degli incontri avvengono infatti all’interno del municipio - uno di quei palazzi pubblici in stile neoclassico che in America sembrano sempre dire democrazia più che potere - e sulla piazza adiacente.
La mattina dopo il rinfresco di apertura ero seduta in una grande sala udienze del Borough Hall (scranni di legno, colonne, timpani) ad ascoltare una tavola rotonda in cui si tracciavano bilanci sull’eredità di John Updike e David Foster Wallace; da lì a qualche ora, H.M. Naqui, scrittore pakistano-americano in tuta di acetato rosso scarlatto, leggeva con carisma da rapper pagine del suo romanzo d’esordio (il municipio della vostra città ha mai ospitato presentazioni di autori esordienti? Di autori che avessero meno di 65 anni? Di autori che non avessero fama internazionale o quantomeno se la comandassero in un dipartimento universitario?); e nel pomeriggio, da quella stessa tribuna Laura Albert (la scrittrice che anni fa si nascondeva dietro lo pseudonimo di J.T. Leroy, in via di pubblica riabilitazione dopo le accuse di frode letteraria) diceva cose intense e sensate sul rapporto fra realtà e finzione, fama e scrittura, media hype e creatività artistica.
Per darvi un’idea della qualità dell’offerta di questo festival «di quartiere», giunto nel 2009 alla quarta edizione, elencherò una piccola parte degli altri ospiti (qualcosa come 150 in tutto): Naomi Klein e Paul Auster, Paula Fox e A.M. Homes, Thurston Moore e Russell Banks [2], Claire Messud, Nicholson Baker, Anita Desai, Keith Gessen, Marisha Pessl, Steven Millhauser, Siri Hustvedt, Gary Shteyngart. (Doveva esserci anche la nostra Valeria Parrella, la cui raccolta di racconti Per Grazia Ricevuta, è stata appena pubblicata in America; ma questioni di passaporto l’hanno trattenuta a Roma un giorno di troppo.)

Il motivo di una proposta così ampia e sostanziosa è semplice: i veri organizzatori del Brooklyn Book Festival non sono funzionari del Comune né intellettuali di chiara quanto vaga fama: sono un gruppo di professionisti dell’editoria che lavorano con la buona letteratura ogni giorno da anni; in particolare Johnny Temple, fondatore e direttore della casa editrice indipendente Akashic Books, e Matt Weiland, editor di HarperCollins con un passato a Granta e alla Paris Review. Non fanno ottant’anni in due e amano la scrittura nuova, provocatoria, interessante.

Non c’è da stupirsi se il pubblico di questo festival letterario vero, sostenuto veramente dalla politica locale e organizzato da gente che si occupa veramente di letteratura, sia un pubblico di lettori veri. Gente con gli zainetti, le biciclette, i passeggini, con i bambini per mano, i libri in tasca; studenti, professori delle medie, aspiranti scrittori, casalinghe con la passione per i romanzi, fidanzati che si tengono per mano. Quelli che si vedono anche da noi, in fondo, a Mantova e a Torino e via dicendo; solo che al Brooklyn Book Festival mancano - e nessuno li rimpiange - gli uffici stampa che tengono al guinzaglio gli autori, i direttori editoriali che si guardano in cagnesco da lontano e si scambiano sorrisoni da vicino, gli amministratori delegati con la cravatta che escono due volte l’anno dagli uffici (ma sono molto abbronzati), i capannelli di critici, giornalisti e recensori che si scambiano pettegolezzi, gli editor che si contano a vicenda gli ospiti di punta («chi portate, voi, quest’anno?»). Gli stand degli espositori sono tutti uguali e tutti piccoli, una fila di tavolini e gazebo da fiera di paese a cui evidentemente i grandi gruppi editoriali non sono interessati, dato che a popolarli sono solo gli editori indipendenti e le riviste letterarie: un sottobosco vivo e in fermento che fa del contatto diretto con il lettore il proprio punto di forza.
Insomma, ci siamo capiti: al Brooklyn Book Festival sulla forma prevale la sostanza. Non sembrerebbe un modello così difficile da esportare, ma di fatto lo sarà, perché dubito che le autorità culturali italiane - pronte a volare ai saloni del libro internazionali, nei padiglioni illuminati al neon dove ci sono più doppiopetti e tacchi che lettori affamati di buone storie - andranno mai a mettere piede in quella piazza. Andateci voi, allora, l’anno prossimo, se programmate una vacanza autunnale a New York. Prenotando con buon anticipo, si trovano voli a buon prezzo. E il Festival - dimenticavo! - è assolutamente gratis.

[1] che aveva appena ricevuto i 50.000 dollari del premio che da quest’anno il St Francis College assegna a uno scrittore già avviato come supporto per la sua carriera; gli altri candidati erano Chris Abani, Jim Krusoe e Arthur Phillips. È interessante notare non solo l’importo (in Italia di istituti scolastici privati ne esistono parecchi; qualcuno assegna forse premi letterari altrettanto generosi?), ma la sensatezza dell’assegnare una cifra del genere non a un esordiente, che potrebbe esserne più che altro frastornato, né a un mostro sacro, che ha raggiunto la fama necessaria a vivere del proprio lavoro, ma a scrittori con tre o quattro titoli alle spalle e una carriera ancora in costruzione, ai quali quei soldi potrebbero risultare ragionevolmente utili.
[2] Banks ha letto un racconto - «The Moor», una storia d’amore che ha per protagonisti un’ottantenne e un sessantenne - che a mio parere merita di essere definito un gioiello.

venerdì 13 novembre 2009 ore 20

Tuesday, October 13th, 2009

locandina_daniele_pinti.jpg

MISPLACED

fotografie di Daniele Pinti
in mostra fino al 25 novembre

Attimi, sguardi e altri frammenti di vite che si perdono nelle strade, sfuggendo alla vista per ritrovarsi nelle pieghe di una città ostile, dove i silenzi di piccole cose e passanti senza volto diventano segni così umani da sembrare finiti nel posto sbagliato…

Daniele Pinti è nato nel 1977, vive e lavora a Roma. I suoi temi principali sono strada, still life e luoghi abbandonati. Inizia a fotografare alla fine dell’anno 2000 grazie al forte magnetismo esercitato su di lui dal luogo in cui abitava allora, una zona ex industriale, concentrando la sua attenzione su piccoli dettagli inaspettati e sull’atmosfera austera ritrovata in quei posti decadenti. Successivamente traspone questa ricerca sul senso di smarrimento, solitudine e isolamento nelle strade cittadine, conferendo alle persone il ruolo principale nelle sue fotografie.
Queste ispirazioni sono composte in due serie di lavori: Black Tales e White Tales. La prima è dedicata a luoghi e still life attraverso una visione cupamente introspettiva, la seconda è dedicata alla strada e alla sua gente > www.danielepinti.it

giovedì 12 novembre 2009 ore 19.30

Monday, October 12th, 2009

Tommaso Pincio, Vincenzo de Cecco e Riccardo Staglianò presentano

Miss Little China
Sudano, sognano, piangono. L’Italia dei cinesi

Dvd+libro di Vincenzo de Cecco, Riccardo Cremona, Riccardo Staglianò e Raffaele Oriani
ed. Chiarelettere, 2009

Venezia, Brescia, Prato… le città preferite dai cinesi d’Italia. È lì che costruiscono la loro nuova vita, tra debiti da pagare, sogni da realizzare, la grande sfida dell’integrazione, le famiglie d’origine lontane migliaia di chilometri. Gli immigrati orientali sono umili, ambiziosi, tenaci. Ma cosa li muove? A cosa pensano? Cosa fanno lontano dai nostri sguardi? Secondo i luoghi comuni se ne stanno sempre tra loro, lavorano per le Triadi, cucinano carne di cane, non muoiono mai. “Miss Little China” registra queste voci ma racconta altre cose. Per la prima volta una telecamera ha potuto vederli e ascoltarli da vicino: in casa, al lavoro, in discoteca. E in attesa di eleggere la più bella del reame…

Contenuti extra: “Lezione di Italia” del prof. Lu Jiehuan. L’Italia e gli italiani visti e raccontati dai cinesi.

Michela Murgia su letteratura e lavoro

Monday, October 12th, 2009

Paolo Chirumbolo, docente universitario di lingua straniera negli Stati Uniti, sta realizzando un libro per Manni dove raccoglierà una serie di interviste a scrittori italiani che in un modo o nell’altro si sono occupati di lavoro. Ha intervistato anche Michela Murgia, che dice molte cose importanti sul tema. E a un certo punto dà anche una risposta che raramente si legge (per colpa dell’intervistato o dell’intervistatore), giù da noi: “Non sono sufficientemente informata per dirlo.”

Leggetela tutta, è qui sul suo blog.

domenica 8 novembre 2009 ore 19.30

Thursday, October 8th, 2009

TRAGICA DOMENICA
Un appuntamento con le tragedie di Shakespeare e la loro trasposizione cinematografica

#1 Romeo e Giulietta

L’archetipo tragico dell’amore innocente e impossibile destinato, nella sua incapacità di mediazione, a perdere la battaglia che ingaggia.

Così nascono le nuove idee

Thursday, October 8th, 2009

di Stefano Baldolini

Tra i commenti al voto, ha inciso politicamente quello della Fondazione Farefuturo, vicina a Gianfranco Fini, che chiede senza mezzi termini di organizzare il Pdl. Insomma, laddove i partiti tradizionali fanno sempre più fatica a rispettare la loro mission – produrre politica – ecco che I think tank (analizzati in un agile manuale da Mattia Diletti per Il Mulino), sono sempre più innovativi, spregiudicati, autorevoli. Persino in Italia. Dove non siamo ancora ai livelli del Policy Network di Peter Mandelson che ispirò nei ’90 la “terza via” di Tony Blair. O al Center for American Progress di John Podesta che disegna oggi il profilo pragmatico di Barack Obama. Sorti in America all’inizio del Novecento, i think tank possono essere classificati in tre modelli.
Il primo risale alla cosiddetta “età progressista” quando contro i monopoli occorreva fare lo stato federale. Quello che è definito “università senza studenti”, come la riformatrice Russel Sage Foundation (1907). O la Brookings Institution (1916), il think tank dell’establishment di Washington, con stella polare efficienza e razionalizzazione della spesa pubblica.
Il secondo modello «è quello dei think tank che vivono di committenza pubblica», a partire dal New Deal fino alla fine dei ’60. Decisiva la “presidenza imperiale”, l’accentramento di poteri alla Casa Bianca. «I primi a entrare nelle agenzie federali saranno gli economisti, poi toccherà agli esperti di politica estera e di problemi militari» (il termine “think tank” proviene proprio dal gergo bellico). Così se «negli anni ’20 i giovani più ambiziosi e di talento si trasferivano a Wall Street, negli anni ’30 andavano a Washington». Ecco allora, la Rand Corporation (1946), di Santa Monica (California), braccio di ricerca del Pentagono. O il Council on Foreign Relations, fondato a New York nel 1921, dipartimento di stato ombra. Con la sua storica rivista Foreign Affairs.
Poi c’è il terzo modello, forse il più vitale, quello dei «cosiddetti partisan think tank, che sostengono un punto di vista connotato ideologicamente». Tipologia che si afferma nei ’70, con la rivoluzione conservatrice che porterà a Ronald Reagan, e culminerà nel ciclo di Bush jr. Si pensi all’American Enterprise Institute, legittimato come uno dei centri ispiratori della guerra in Iraq, o alla Heritage Foundation, altro luogo sacro per i conservatori. Ma come lavora un think tank (americano)? Intanto, massima apertura (almeno nell’ordinaria amministrazione).
«Per partecipare, chiunque voi siate, è sufficiente una registrazione online: nessun controllo di sicurezza all’ingresso, nessun filtro fino a esaurimento posti». La logica è quella del centro di sviluppo delle relazioni, con l’obiettivo di coltivare l’attività del networking, del lavoro in rete. Scrive Diletti: «Essi operano principalmente in due segmenti del ciclo di una policy». In quelli iniziali: nell’identificazione del problema, e nella formulazione di una politica adeguata alla sua risoluzione. È qui che «un’idea, sostenuta da una strategia e da mezzi adeguati, può effettivamente aprirsi un varco ed emergere nel dibattito pubblico cercando alleanze e sostenitori ». Un attimo prima «che la scelta prenda corpo, si trasformi in provvedimento, entri effettivamente nel tritacarne della politica».
Perché ciò sia possibile, in un mercato quanto mai frammentato, occorre innanzitutto una mission («idee, possibilmente poche e chiare»). Poi serve un’organizzazione.
«La prima variabile a influire sui modelli organizzativi è quella ideologica». Per esempio la struttura organizzativa di un partisan think tank come la Heritage è molto differente (gestione piramidale, agenda definita dal presidente) da quella della Brookings (ampia discrezionalità ai direttori d’area).
Indispensabile è la capacità di catturare l’attenzione (un membro del Congresso dedica alla lettura in media 9 minuti quotidiani). Anche qui, «le politiche editoriali sono di segno opposto». I partisan think tank privilegiano «strumenti di facile fruibilità ed estremamente sintetici », i cosiddetti policy briefs (non più di tre pagine).
Poi naturalmente servono molti soldi. Già, perché i think tank costano.
L’Aei, per fare un esempio, ha un budget annuale che si aggira attorno ai 25 milioni di dollari. Eccoci a una delle differenze con il nostro paese. Dove pure, la realtà è in evoluzione. Dove, «più che di think tank è bene parlare di fondazioni di cultura politica ». Oltre alla già citata Farefuturo (2007), ecco allora la Fondazione Liberal (1995) di Adornato, partita come arena per il centrodestra e finita nell’area dell’Udc; Italianieuropei di D’Alema e Amato (1998) nata in piena “terza via”; ma anche Glocus (2003) di Linda Lanzillotta, o Magna Carta (2003), emanazione del tandem Pera- Quagliariello. Senza dimenticare “centri vecchi e nuovi” come l’Ispi, la Fondazione Basso, Quarta Fase… o formule web influenti come voce.info.
«Il vero big bang – scrive Diletti – va collocato all’inizio degli anni ’90 ed è connesso all’esplosione del sistema dei partiti, il conseguente processo di personalizzazione della politica e di trasformazione delle istituzioni, a livello sia locale sia nazionale ».
È qui che «ritroviamo il vero punto di contatto con il caso americano: la crisi dei partiti di massa è il volano di questa affermazione, come accadde all’inizio del Novecento negli Stati Uniti».
Ma l’Italia – si sa – non è l’America.
«I think tank italiani – per quanto numerosi – sono ancora troppo giovani e di dimensioni ridotte». In comune con il resto d’Europa, anche in Italia «non esistono le condizioni strutturali perché si crei un mercato dell’expertise paragonabile a quello degli Stati Uniti», anche in Italia si assiste all’«estrema individualizzazione del loro marchio», al processo di creazione dei cosiddetti think tank del leader, (ben undici dopo il 1992), per non usare l’ironica locuzione vanity tank.
Eppure, ormai indebolite le culture politiche tradizionali, «luoghi del genere sono indispensabili al mantenimento di un livello accettabile di coerenza e continuità» di quelle sopravvissute. Perché come diceva Margaret Thatcher: «You have to win the argument before you win the vote». Prima il pensiero, poi l’azione.

da Europa

sabato 7 novembre 2009 ore 19

Wednesday, October 7th, 2009

Alessandra Buccheri presenta

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LA STAGIONE DEI SUICIDI

di Ugo Mazzotta (Todaro Editore 2009)

Due suicidi a distanza di pochi giorni sono decisamente troppi per il paesino di Castel di Seta.

La ricerca della soluzione di un inquietante mistero  si intreccia inevitabilmente con la vita privata del napoletanissimo commissario Prisco. L’Alta Valle del Sangro e l’Appennino Abruzzese  continuano ad offrire uno scenario ideale per le sue avventure.

La stagione dei suicidi, ultimo romanzo di Ugo Mazzotta e quinta “fatica” per il commissario Prisco, verrà presentato da Alessandra Buccheri  in compagnia dell’autore.

 Ugo Mazzotta è nato nel 1956 a Napoli, dove vive con la moglie e i tre figli, e lavora come medico legale. Già autore di cinque romanzi e sei antologie, collabora dal 2006 alla realizzazione della fiction  “RIS - Delitti imperfetti” con soggetti e sceneggiature. Il suo sito http://www.ugomazzotta.com è ricco di informazioni sui suoi lavori.

Alessandra Buccheri, palermitana di nascita, romana d’adozione. Funzionaria di giorno e giornalista free-lance di notte. Il suo blog L’angolo nero è ormai un punto di riferimento per gli appassionati di gialli ed affini.

Cartoni estetici

Wednesday, October 7th, 2009

D - La Repubblica delle Donne dedica tre pagine ad Eloisa Cartonera, che con il cartone riciclato dopo la crisi del 2001 produce a mano libri e quaderni unici. I libri e i quaderni di Eloisa Cartonera saranno alla Libreria Flexi sabato 10 ottobre alle 18.30.

di Gabriella Saba

Un giorno, perfino Tomás Eloy Martínez è passato e ci ha lasciato un racconto. “Per voi”, ha detto. “Perché lo pubblichiate”. D’altronde qui sono venuti in tanti: scrittori e poeti, famosi o sconosciuti, poi critici, giornalisti e intellettuali. E gente qualunque, che ha voglia di leggere o vuol sapere chi siamo”.

Alejandro Miranda ha trent’anni e un’espressione concentrata. Taglia cartoni su un tavolo schizzato di pittura e parla veloce. A scatti. Intorno a lui, uno scenario caotico: il pavimento è coperto da grandi scatole in cartone, in un angolo una bombola a gas e un lavandino sbrecciato, alle pareti foto di Evo Morales e del Che. Disegni variopinti, sempre in cartone, pendono dal soffitto, mentre una quantità inverosimile di libri si affaccia dagli scaffali malridotti. Non si tratta di libri qualunque, però. La differenza la fanno le copertine: realizzate con cartoni da strada, quelli delle scatole da imballaggio.

UN BENE COMUNE
Già, i cartoni. Perché la caratteristica di Eloísa Cartonera, piccola e dirompente casa editrice nata nel 2003, è proprio questa. Loro comprano il materiale dai cartoneros di Buenos Aires, i quali lo raccolgono, a loro volta, nelle strade e nei bidoni della spazzatura. Poi i ragazzi che lavorano da Eloísa tagliano a misura e appiccicano le lettere del titolo. A volte dipinte, a volte no: dipende dall’estro. Il risultato sono quegli esemplari unici che hanno, da qualche tempo, conquistato un pezzo di mondo. E che continuano a costare solo dai cinque ai quindici pesos: da uno a tre euro. È un grande successo editoriale, così nuovo che c’è chi lo studia persino in alcune università nordamericane. Sul coloratissimo sito (www.eloisacartonera.com.ar) il gruppo di editori prende le distanze dalle definizioni arrivate dall’esterno: “Ci hanno detto che estetizziamo la miseria, ma non è vero. Siamo un gruppo di persone che si incontrano per lavorare in un altro modo, e per imparare con il lavoro un sacco di cose. Per esempio la cooperazione, l’autogestione, l’impegno per un bene comune”.

LIBRI E VERDURA
Eloísa è una via di mezzo tra impresa solidale e iniziativa editoriale. Ma è anche un prodotto della crisi che ha devastato l’Argentina nel 2001. Migliaia di aziende chiuse, decine di migliaia di persone senza più un lavoro. Tra loro, anche molti figli della piccola borghesia, poco allenati a dover affrontare problemi economici, che da un giorno all’altro si trovarono a lottare per sopravvivere. A inventarsi un lavoro di raccoglitori di cartone sono stati in quarantamila. Li ha aiutati un altro evento legato alla crisi: la chiusura delle cartiere e la conseguente penuria di carta e cartone. La loro raccolta è diventata utile. E i cartoneros si sono trovati a essere protagonisti della storia più conosciuta della crisi economica. Pochi anni dopo, l’incontro con la storia di Eloísa.

A renderlo possibile sono stati in tre: lo scrittore di culto Wáshington Cucurto (nome d’arte di Santiago Vega), il disegnatore grafico Javier Barilaro e la poetessa Fernanda Laguna, che hanno deciso di aprire una piccola casa editrice nel quartiere di Almagro, dentro un locale minuscolo da loro battezzato No hay cuchillo sin rosas, non c’è coltello senza rose. Vendevano verdura e libri, quei libri bizzarri fatti con i pezzi di scatoloni che compravano, appunto, dai cartoneros. E che pagavano, per solidarietà, cinque volte di più del prezzo corrente. È stato così che Eloísa è diventata un caso - e anche una tappa rituale per gli artisti più sensibili in visita in città. Tanto che dai pochi titoli dell’inizio, in sei anni la casa editrice è arrivata a superare quota duecento. Si è anche trasferita, scegliendo il colorato quartiere di La Boca, proprio alle spalle della Bombonera, la gloria architettonico-calcistica del barrio devoto alla squadra del Boca Juniors. Una grande stanza che si affaccia sulla strada, due vetrine coperte da scritte colorate, tra piccoli cuori dipinti in rosso fiamma. E, in azzurro, il nome completo: Eloísa Cartonera, Cooperativa Editorial Latinoamericana.

MASSIMO MILLE COPIE
Sul marciapiede, un grande tavolo dove un ragazzo è intento a trasformare i cartoni in copertine. Anche Alejandro, dopo averci ricevuto all’interno, non smette un secondo di ritagliare. Trova però il tempo di indicarci i più venduti sugli scaffali: dai romanzi dello scrittore “maledetto” Andrés Caicedo, colombiano, morto suicida negli anni Settanta, ai racconti dell’argentino César Aira e del cinquantenne Alan Pauls, autore porteño di successo. Ancora, poesie del cileno Enrique Lihn e del peruviano Martín Adán accanto a opere di esordienti ancora sconosciuti. Tutti rigorosamente sudamericani. E in involucri sempre diversi. Come garantisce la prima frase che si trova aprendo i volumi: “I libri vengono stampati fino a un massimo di mille copie ciascuno, ogni copia diversa dall’altra”. Sul dorso, altra frase: “Copertina fatta con cartone comprato ai cartoneros nella strada pubblica. Tagliato, dipinto a mano e stampato nella cartoleria No hay cuchillo sin rosas“.

CUMBIA CARTONERA
Dentro lo stanzone, cumbia colombiana come colonna sonora di sottofondo e un andirivieni di ragazzi che aiutano i sei giovani della cooperativa. Alejandro, cileno di Valparaiso, è uno dei sei. Arrivato a Buenos Aires un anno fa, venne a sapere della Cartonera e si innamorò del progetto. Poi Ricardo, Maria. E Miriam, ex cartonera che un giorno passò di qui per cercare acquirenti, e invece è rimasta a lavorare. Di libri non sapeva niente, adesso è un’appassionata, e una gran lettrice. Infine, Cucurto, il fondatore della casa editrice, diventato nel frattempo scrittore famoso. Il prestigioso Grupo Editorial Planeta ha pubblicato, qualche anno fa, il suo romanzo El curandero del amor, proiettandolo dai circuiti underground a un grande successo di critica e di pubblico. Cucurto è un trentaseienne con grandi baffi e capelli scuri. Nei suoi libri racconta un mondo alternativo di sesso e notti folli, con linguaggio avvincente. Ora pensa di comprare un terreno soltanto per Eloísa, con tanto di orto biologico. Ma un altro dei suoi sogni si è già realizzato, almeno in parte: immaginava una rete di cartoneras simili a quella di Buenos Aires in tutta l’America Latina. E in effetti, sono ormai diciassette le case editrici analoghe a Eloísa nate in Cile, Brasile, Paraguay, Bolivia, Messico, Perù. Si scambiano gli autori: ognuna di loro vende, accanto ai libri che pubblica, anche quelli pubblicati dalle consorelle.

ARGENTINA - ITALIA
La nuova crisi economica, adesso, colpisce anche Eloísa: le richieste sono calate. Nel frattempo, però, i suoi libri sono arrivati in Italia, con un numero campione di quaderni e libri per bambini lanciato dalla casa editrice Nda. Era da tempo che Massimo Roccaforte, il proprietario, aveva sentito la storia dei ragazzi della Cartonera. L’anno scorso è andato a trovarli. “Sono persone preparate, intelligenti, aperte”, racconta, “e con un’idea di casa editrice rivoluzionaria, unica a livello mondiale”. Gli oltre duecento esemplari che ha comprato Roccaforte sono in vendita nelle librerie Feltrinelli. Poi, se andrà bene, la Nda partirà con progetti più ambiziosi. “Vorremmo continuare l’esperimento”, spiega Roccaforte, “affidando a Eloísa anche stampa e rilegatura di un titolo o magari più d’uno, scegliendo fra autori italiani, o tradotti in italiano, pensati e lavorati da noi. Ma poi, prodotti a Buenos Aires”.

Senza luce

Tuesday, October 6th, 2009

Vi risparmiamo i fronzoli. Ma sappiate che, in qualche modo, la libreria Flexi nacque da un laboratorio di letteratura che si svolgeva nel centro sociale Acrobax. Il primo racconto del laboratorio doveva raccontare un’improvvisa interruzione dell’elettricità. Proprio come il romanzo “Senza luce” di Luigi Bernardi, che sarà presentato alla libreria Flexi giovedì 8 ottobre. Ecco una bella recensione di Gaja Cenciarelli.

Ho letto tutto di Luigi Bernardi che, per me, non è precisamente un estraneo, ma una persona dalla quale ho avuto la fortuna di imparare molto. È vero: Luigi e io siamo amici. E questa, dunque, sarà una recensione difficile ma sincera.
Senza luce è, a mio avviso, il romanzo più bello che Luigi Bernardi abbia mai scritto. Mi detesterà, ora, visto che anche degli altri sono stata – a ragione – entusiasta. Ma stavolta non c’è dubbio: Senza luce si piazza senza alcuno sforzo in cima alla classifica. È il classico romanzo in cui ogni tassello s’incastra alla perfezione accanto agli altri, con una fluidità e una naturalezza che rendono la trama assai più che verosimile.
Nell’hinterland di Bologna un anziano squilibrato si affaccia alla finestra e comincia a sparare sulla folla. Le forze dell’ordine, per annientarlo, decidono di togliere l’energia elettrica a tutto il quartiere. È in questo contesto che si dipana la trama. La narrazione segue con sguardo spietato le vene che si diramano nel corpo della storia.
Bernardi isola quattro nuclei, quattro microuniversi le cui esistenze, malgrado l’incertezza delle forme, la confusione, le ombre indistinte che caratterizzano il buio, esplodono, con un nitore accecante, in tutta la loro tridimensionalità. Nemmeno un millimetro di animo umano resta intrappolato tra le pieghe dell’oscurità, la scrittura di Luigi Bernardi è assolutamente disambiguante.
Mario, dirigente comunale tenta di sedurre Federica, ausiliaria del 118 e sua vicina di casa. Umberto, docente universitario inventa un gioco familiare – a suo parere innocente e innocuo – che travolgerà lui, la moglie Giuliana e i loro due figli. Loretta ha un bar nel centro del paese e lì conosce Ivano, appena arrivato e apparentemente pieno di risorse. Nel frattempo Domenico, scrittore dalla personalità tormentata e figura tragica per eccellenza del romanzo, si prepara a portare a termine il suo piano. Nulla è, però, innocuo in Senza luce, a differenza di quanto crede Umberto. Le conseguenze pesano come ombre mai scacciate e che il tempo ha inevitabilmente ispessito. Nemmeno l’oscurità è innocente.
«All’assenza di luce si coniuga spesso quella dei suoni: è l’universo intero a precipitare nel coma».
Ma il coma è una condizione che dovrebbe avere una durata limitata. Dal coma ci si dovrebbe risvegliare, oppure morire. E Bernardi descrive proprio questo: uno stato di sospensione temporanea che avrà il suo culmine in un finale tanto agghiacciante da essere decisamente credibile. La realtà supera la fantasia? Nel caso di Senza luce no, è la fantasia a farsi realtà.
Senza luce è, inoltre, un romanzo sensuale. Lo è perché la scrittura dell’autore abbraccia i cinque sensi, compresa la vista. Suoni, sapori (come durante la cena di Mario e Federica, consumata quasi del tutto in silenzio), profumi (come gli aromi che si mescolano sul corpo di Loretta e che inebriano Ivano), sensazioni tattili (le mani di Domenico che prima accarezzano Anna, e poi, quando il suo corpo muore, gli oggetti inquietanti che lei gli ha lasciato in eredità). Tutto si fonde, tutto diventa vivo malgrado il coma.
Ed è proprio per questa ansia di vita che alcuni dei personaggi del romanzo di Bernardi scelgono, alla fine, di uscire di casa, di inoltrarsi nel buio, stufi della sospensione prolungata del sentire. Desiderano andare incontro a una rinascita, inconsciamente certi che l’oscurità sia diventata, per loro, un abbraccio rassicurante.
Ma non si vive senza luce, Domenico ne è sicuro. C’è anche lui, quella sera, quando Federica respinge Mario, Giuliana fugge da Umberto e dai figli, Ivano ritrova Guidino (il fratello di Loretta) e tutti insieme convergono verso la piazza del paese, attratti da un’alternativa, da una seconda possibilità. Domenico c’è, ma è nascosto, e medita.
«Domenico pensa a come si potrebbe raccontare una storia così, una storia senza luce. Il buio non consente la descrizione, le parole hanno bisogno di luce, di materia sulla quale riflettersi. Il buio è l’immagine piatta di un’assenza, presuppone l’oscuramento di qualcosa che comunque c’è e si potrebbe rivedere da un momento all’altro, se solo tornasse la corrente: è un pieno che si è svuotato pur mantenendo inalterato il proprio contenuto».
A questo punto il lettore prova un senso di straniamento: sente, per istinto, che ciò che pensa Domenico è vero. È d’accordo con lui. Ma poi capisce che l’autore ha fatto esattamente il contrario: ha raccontato una storia senza luce, oscura (nelle diverse sfumature semantiche che il termine può assumere), scrivendo come se avesse puntato alle nostre spalle un enorme riflettore che ci ha permesso di seguire gli eventi fino alla loro fatale conclusione.
Luigi Bernardi, fondatore dell’indimenticabile e indimenticata Granata Press, saggista, scrittore, editor, talent scout e molto altro, ha scritto – con Senza Luce – il suo più luminoso romanzo sul destino.

(da “La poesia e lo spirito”)

venerdì 6 novembre 2009 ore 19

Tuesday, October 6th, 2009

SE QUESTO È UN NOBEL

Un anno di Obamania con Stefano Pistolini, Marco Contini, Mattia Toaldo, Martino Mazzonis e Mattia Diletti

Parliamo di crisi globale, riforma sanitaria, guerra e America un anno dopo l’elezione di Barack Obama e la sbornia globale.

Intervengono

Stefano Pistolini conduttore di Buongiorno, America su Radio 24 e autore di Mr. Cool. Come funziona il metodo Obama (Marsilio, 2009),

Marco Contini, redattore di Repubblica e candidato alle elezioni presidenziali americane nel 2004,

Mattia Diletti, Mattia Toaldo e Martino Mazzonis, autori di Come cambia l’America (Edizioni dell’Asino, 2009) e di blogamerica2008.blogspot.com.

giovedì 5 novembre 2009 ore 19

Monday, October 5th, 2009


Bia Sarasini presenta

ACCABADORA
di Michela Murgia (Einaudi, 2009)

Sarà presente l’autrice.

In sardo, «accabadora» è colei che finisce. Agli occhi della comunità, il suo non è il gesto di un’assassina, ma quello amorevole e pietoso di chi aiuta il destino a compiersi. Narrando la storia di Tzia Bonaria, la vecchia sarta che conosce sortilegi e fatture e sa dare una morte pietosa, e Maria, la bambina che Tzia Bonaria ha preso con sé per crescerla come una figlia, una fill’e anima, Michela Murgia affronta un tema complesso senza semplificarlo. E trova le parole per interrogare il nostro mondo mentre racconta la Sardegna degli anni Cinquanta, un mondo antico sull’orlo del precipizio con le sue regole e i suoi divieti, una lingua atavica e taciti patti condivisi.

Michela Murgia è nata a Cabras nel 1972. Nel 2006 ha pubblicato con Isbn “Il mondo deve sapere”, il diario tragicomico di un mese di lavoro che ha ispirato il film di Paolo Virzì “Tutta la vita davanti”. Per Einaudi ha pubblicato nel 2008 “Viaggio in Sardegna. Undici percorsi nell’isola che non si vede” e due interventi nelle antologie “Questo terribile intricato mondo” e “Lavoro da morire”. Per Laterza ha pubblicato un racconto nell’antologia “Sono come tu mi vuoi” e per Fandango nell’antologia “Contos”, in accompagnamento al docufilm “Passaggi di tempo” di Gianfranco Cabiddu.

Bia Sarasini, giornalista e saggista, ha lavorato a Rai-Radio3 ed è stata direttore di “Noi donne”. Ha collaborato e collabora con varie testate (“il manifesto”, “L’Unità”, “Specchio”, “Il Foglio”, “Il Secolo XIX”) e con l’associazione DeADonne e Altri (www.donnealtri.it). Coordina la sezione “La mediazione culturale in un’ottica di genere” per il Master Politiche dell’Incontro dell’Università RomaTre. Fa parte del comitato di redazione di “Leggendaria”.

Pastorale americana

Sunday, October 4th, 2009

Zuckermann, l’alter ego di Philip Roth, è contattato da un suo compagno di scuola dei tempi del liceo: lo svedese. Lo svedese (Seymour Levov) era un mito per lo scrittore, fortissimo in tutti gli sport, ma anche persona umile e umanamente corretta.

Lo svedese muore di lì a poco e Zuckermann non può fare a meno di ricostruire, scrivendola, la vita e i problemi di Seymour Levov.

“Pastorale americana” è un romanzo incredibilmente denso, una storia sul terrorismo, sul rapporto fra generazioni, sugli anni sessanta e settanta, sulla ristrutturazione industriale (in particolare contiene un vero e proprio trattato sulla lavorazione del cuoio), ma soprattutto è un saggio sugli Stati Uniti d’America.

Leggendo questo libro ci si immerge nella storia del Novecento e  non se ne esce fuori finché non lo si finisce, e anche dopo.

La classifica gennaio - settembre 2009

Saturday, October 3rd, 2009

I libri più venduti al Flexi da gennaio a settembre 2009:
1) Come cambia l’America
2) Nessuna scuola mi consola
3) Clandestini
4) Uomini che odiano le donne
5) Le figlie di Lilith
6) La Baia dei pirati. Assalto al copyright
7) Le correzioni
8) Giulia e Maria
9) La regina dei castelli di carta
10) Compagno Darwin. L’evoluzione è di destra o di sinistra?
La classifica dall’inizio (da dicembre 2007):

1) Mr. Wiggles
2) Come cambia l’America
3) Razza partigiana
4) Wall and Piece
5) Uomini che odiano le donne
6) Italia 2
7) Papa Nazingher
8) Le correzioni
9) Il caso Pontecorvo
10) Ci sarà ancora il mare?

Siamo a Roma, in via Clementina 9 al rione Monti.
Aperto da mercoledì a domenica dalle 18 alle 24.
Il venerdì e il sabato fino all'una. Chiuso il lunedì e il martedì.
06 489 132 54 - info@libreriaflexi.it
Come arrivare e informazioni sulla ZTL del Rione Monti.

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