Vi invitiamo a partecipare al corso di fotografia della Libreria Caffè Flexi. A seguire, i dettagli sullo svolgimento del corso. Se le informazioni non sono sufficienti o non sono chiare, potete telefonare alla docente Patrizia Copponi: 338/4634278
CORSO DI FOTOGRAFIA II° LIVELLO Il Reportage: Ritratto, Sociale, Viaggio e Fotografia Naturalistica
La fotografia come mezzo di espressione, comunicazione e socializzazione.
15 lezioni teorico-pratiche. Tutti i mercoledi’ dalle 19 alle 20.30 a partire dal 3 Marzo 2010. A cura di Patrizia Copponi.
Un corso per persone che hanno una discreta conoscenza di base sulle tecniche di ripresa e sull’uso della macchina fotografica
Un corso per apprendere come fotografare le persone e l’ambiente.
Un corso di specializzazione in cui l’immagine sia l’espressione della propria visione estetica e compositiva.
Un corso in cui nelle lezioni pratiche si potrà lavorare su temi specifici
MODALITÀ DI FREQUENZA
11 lezioni teoriche + 4 lezioni pratiche
Lezioni teoriche: una volta alla settimana, il mercoledì.
Lezione pratiche: il sabato, in orario da concordare con i partecipanti
PROGRAMMA DEL CORSO
Il reportage. I grandi maestri. L’attrezzatura. La composizione (secondo livello). Il ritratto. Il viaggio. Il reportage sociale. La fotografia naturalistica. Leggi e regolamenti sulla fotografia. Studio di un’immagine (lezione interattiva). Analisi critica delle immagini realizzate.
Durante le lezioni verrà fatto uso di supporti didattici per rendere più comprensibili gli argomenti. Verranno fornite delle dispense sugli argomenti trattati.
MOSTRA FOTOGRAFICA
Per non vanificare il lavoro svolto si raccoglieranno le migliori immagini di ogni allievo in una MOSTRA FOTOGRAFICA, che si terrà alla fine corso
DOCENTE
PATRIZIA COPPONI
* Fotoreporter dal 1980
* Ha collaborato con i maggiori Settimanali, Quotidiani e Mensili italiani ed esteri
* Ha lavorato per la rivista “Italia” della Presidenza del Consiglio dei Ministri realizzando numerosi servizi fotografici
* Responsabile Organizzativo e Docente del Laboratorio di COMUNICAZIONE PER I MEDIA del Centro Provinciale Villa Albani di Civitavecchia e della SCUOLA PERMANENTE DI FOTOGRAFIA
La recensione a “Universi quasi paralleli” di Antonio Caronia
L’ultimo libro di Antonio Caronia, appena uscito per Cut-up edizioni, propone una lettura certo idiosincratica ma non del tutto isolata della fantascienza. In attesa della ristampa integrale della collezione della rivista Un’ambigua utopia (1977-1982), annunciata presso le edizioni Mimesis, ci si può intanto confrontare con un percorso di articoli e saggi scritti fra il 1981 e il 2005.
La fantascienza, che alle sue origini e per molti decenni ha saputo esprimere al meglio l’immaginario della società industriale, sognando un’espansione illimitata delle forze produttive, uno sviluppo potenzialmente infinito della scienza e della tecnica, ha anche saputo registrare la crisi di quel modello titanico e prometeico, cantandone il tramonto e l’avvento di nuove preoccupazioni e di nuovi scenari dell’immaginario: le tematiche dell’equilibrio ecologico del pianeta scosso e minacciato, la contaminazione delle tecnologie coi corpi. E si è innestata perciò, a un certo punto, anche con le pratiche più radicali dei movimenti di opposizione, fornendo spunti e complicità alle operazioni di fake, di détournement, di nomi collettivi.
Muovendosi fra letteratura e analisi politica, fra espressione artistica e partecipazione alla scena controculturale, Antonio Caronia ha seguito per oltre trent’anni il filo rosso dei cambiamenti in atto. In questo libro raccoglie per la prima volta una selezione degli scritti (inediti in volume) che meglio hanno saputo interpretare il nesso fra scrittura e lotte sociali, fra avanguardia artistica e innovazione tecnologica: dai maestri della fantascienza come P.K. Dick, Samuel Delany, Ursula Le Guin, alle beffe mediatiche di Luther Blissett, da un raffinato uso del falso all’analisi del cyberpunk e del concetto di virtualità. È significativo che alcune fra le più paradossali di queste operazioni si siano mosse nell’ambito del design, una pratica che da sempre combina attenzione per la tecnologia, sensibilità al mutamento sociale e invenzione linguistica.
Sono storie di perseguitati e proscritti, di esuli e dissidenti. Sono racconti di carneficine e massacri, di fughe precipitose e peregrinazioni estenuanti. Compongono le trame di tre titoli che, a dispetto della diversità di generi e stili, si richiamano in un gioco di suggestive assonanze, piazzandosi ai piani alti delle rispettive classifiche di vendita. Se l’accostamento tra La mano di Fatima dello scrittore spagnolo Ildefonso Falcones e Altai dell’atelier Wu Ming può risultare ovvio, inaspettata appare la corrispondenza tra la coppia di romanzi e Scintille, l’ultimo lavoro del giornalista Gad Lerner. Le analogie sul versante romanzesco dell’ipotetico trittico narrativo sono evidenti. Falcones e Wu Ming scelgono il XVI secolo come ambientazione dei loro intrecci, con uno scarto temporale praticamente nullo: in un caso siamo nella Spagna del 1568, nell’altro a Venezia nell’anno del Signore 1569.
I due libri, quindi, si collocano agli antipodi del medesimo scacchiere politico. Le rivolte dei moriscos andalusi trovano un’eco nella Costantinopoli di Altai, mentre la presa di Cipro e la battaglia di Lepanto causeranno – anche se indirettamente – la sconfitta della sollevazione musulmana in Spagna. Tuttavia, al di là della pur significativa consonanza di contesto, suona stupefacente la somiglianza dei protagonisti. Ex agente della Serenissima costretto a un’imprevedibile fuga, Emanuele De Zante – io narrante di Altai – patisce lo smarrimento di un’identità sospesa tra due fedi: quella cristiana del Leone di San Marco e quella della diaspora ebraica che ha trovato rifugio a Costantinopoli. Sotto il cielo del medesimo intreccio di culti e culture si muove il morisco Hernando Ruiz, figlio di una musulmana violentata da un prete cattolico. Cresciuto nella dissimulazione del proprio credo islamico, Ruiz subirà alterne, dolorose sventure che lo porteranno a pregare rivolto verso la Mecca e a invocare i chiodi della croce di Cristo, salvo poi scoprire che la verginità di Maria è un dogma riconosciuto da entrambe le religioni. Abiura e apostasia cessano così di valere da infami apposizioni del Rinnegato per farsi legittimi presupposti della convivenza tra diversi.
Il gioco d’identità sfuggenti e i conseguenti conflitti interiori legano saldamente questi spaccati romanzeschi del Mediterraneo cinquecentesco. “Lo sguardo di Hernando vagava sui presenti, musulmani e cristiani. Chi era lui?”, domanda il narratore de La mano di Fatima a proposito dell’uomo che i cattolici giudicano un infedele e i confratelli moriscos appellano con disprezzo il “Nazareno”. “La fuga era una crisalide, ma il bruco non diveniva farfalla: soltanto un altro bruco”, risponde – dall’altro estremo del Mare Nostrum – l’io narrante di Altai, esplicitando dubbi e incertezze sulla natura del mutamento. Dunque, chi sono costoro? Chi sono davvero questi (dis)simulatori e apolidi, martiri e convertiti, ribelli e viaggiatori? Chi sono coloro che continuano il cammino “con parole cangianti e nessuna scrittura”, recando il fardello di tanti nomi e troppi battesimi?
Come risposta, esitante e pensosa, a questi interrogativi procede l’avvincente narrazione di Scintille. Non è un caso che il sottotitolo reciti “Una storia di anime vagabonde”, omaggio alla dottrina chassidica delle anime inquiete che vagano nell’erranza chiamata gilgul dai mistici della Qabbalah. A debita distanza dalle secche di un’autobiografia colta e vezzosa, lontano dalla monotonia “di un’altra saga familiare ebraica nei gironi infernali del Novecento”, Lerner intraprende un cammino nello spazio e nel tempo: sui luoghi della memoria, sì, ma con lo sguardo saldamente rivolto al futuro. “Nessuno può tornare indietro. Era avanti che bisognava guardare”, scrive Wu Ming. “Si deve viaggiare in avanti, facendo un uso parsimonioso della retromarcia”, corregge lievemente il tiro il conduttore de L’infedele. Il senso, però, non cambia e l’invito a liberarsi dal malinconico gravame dell’Esiliato è lo stesso. Da Beirut alla Galizia orientale, dai tramoniti libanesi alle foreste ucraine, Scintille illustra le vicende dei Lerner e dei Taragan, la famiglia materna dell’autore, rimbalzando senza posa tra fatti privati e grandi eventi della Storia. L’oscuro oggetto del racconto giace oltre quel silenzio – disarmato e anestetico – con cui i Lerner, trapiantati in Medioriente, avvolsero l’eliminazione dei consaguinei nel mattatoio nazista di Boryslaw e Leopoli.
“Gilgul”, l’erranza Ed è a questo punto che la dominante della tragedia parrebbe collegare i tre titoli in un funesto catalogo d’ingiustizie, violenze e abiezioni perpetrate sul crinale in cui la domanda “Chi sei?” diventa la linea che separa la vita dalla morte. Eppure, c’è dell’altro, qualcosa che ha a che fare con la fine del vagare e l’avverarsi delle promesse. Lascia stupiti come la sfiducia nei confronti del “messianismo politico” vibri con uguale intensità nelle pagine di Altai e in Scintille. Poco importa che sia l’utopia d’un regno libero nel Mediterraneo del Cinquecento o la realtà di Eretz Israel. E poco importa che si tratti dei vagheggiamenti di Giuseppe Nasi, il potente giudeo introdotto alla corte del Sultano, o della ferocia di Ariel Sharon. L’inquieta sfiducia che monta nei confronti del separatismo statuale – illuminato ed “entusiasta” o ultranazionalista e finanche razzita – attraversa Altai e riverbera con sfumature differenti in Scintille. In questo senso, il gusto amaro della sconfitta non fa in tempo a impastare la bocca, perché il rumore della tenace lotta di sempre già riecheggia nelle parole che Primo Levi consegnò, nel 1984, al giornalista de “L’Espresso” Gad Lerner: “Bisogna che il baricentro d’Israele torni fra noi ebrei della Diaspora, che abbiamo il compito di ricordare ai nostri amici israeliani il filone ebraico della tolleranza”.
La recensione de Il Carattere a Potere assoluto. La protezione civile al tempo di Bertolaso di Manuele Bonaccorsi (Edizioni Alegre, 2009).
Che cosa accomuna la preregata della Louis Vuitton cup a Trapani, il G8 della Maddalena (mai avvenuto), quello de L’Aquila, il terremoto del 6 aprile e il Papa? La risposta è Guido Bertolaso e la Protezione civile. Ente creato, o meglio, modificato ad hoc dal governo Berlusconi per poter stanziare finanziamenti a nove zeri senza il controllo preventivo degli organi istituzionali.
Nel libro Potere assoluto, la Protezione civile al tempo di Bertolaso, Manuele Bonaccorsi, redattore del settimanale Left, traccia un documentato ritratto di una macchina gigantesca e potente, che, grazie a decreti e ordinanze, può agire indisturbata in forza di situazioni di emergenza come calamità naturali o di dichiarazioni (discrezionali) di “grandi eventi”.
Il suo capo, Guido Bertolaso, diventa così il Re Sole dei nostri giorni, il “legibus solutus”, che può disporre di fondi pressoché illimitati e poteri di ordinanza non soggetti al vaglio della Corte dei conti o della Corte costituzionale. Un sistema di potere che si regge sulla possibilità di elargire finanziamenti in deroga alle leggi (fino a riscrivere anche norme sull’ordine pubblico come nel caso di Napoli), ai regolamenti per la concessione degli appalti e ai diritti dei lavoratori (vedi G8 della Maddalena).
L’inchiesta di Bonaccorsi parte dalle radici, che affondano negli anni ‘50, quando la Protezione civile doveva essere un organismo militare parallelo per prevenire e ostacolare “la scalata comunista ai posti e alle posizioni di comando e responsabilità” (che ricorda molto Gladio). Per arrivare ai giorni nostri, il Giubileo, le trasferte del papa, i cosiddetti “grandi eventi” come il quattrocentenario della nascita di san Giuseppe da Copertino diventano avallo di ordinanze e decreti che stanziano milioni di euro per appalti concessi a imprenditori amici, come nel caso dei mondiali di nuoto di Roma. Un immenso giro di affari e fabbrica di consensi.
L’ultimo capitolo è dedicato a L’Aquila, forse il più evidente esempio dell’azione della Protezione civile nel controllo del territorio. Dalla gestione rigida e “paramilitare” dell’emergenza, alla totale autonomia e discrezionalità nella fase seguente: una città stravolta nel suo tessuto sociale dal sisma a causa di una prevenzione che non c’è stata. Una città che rischia di morire, sfilacciata, a colpi di decreto, in 20 new town, mentre la ricostruzione è ancora lontana dal cominciare.
Il Corriere del Mezzogiorno scopre il “gomorrismo”, il genere letterario di denuncia nato sulla scia del libro di Saviano. Lo fa citando una corrosiva recensione a “La ferita” uscita su Napoli Monitor, un mensile gratuito militante di Napoli fatto con cura e grande umiltà, senza toni declamatori. E’ uno dei prodotti di una Napoli semisconosciuta che, quando vuole “normalità”, non intende “normalizzazione”, il perbenismo della brava gente: anche i conflitti sociali sono normali, o dovrebbero esserlo. Perciò è interessante leggere cosa pensano loro del gomorrismo. Ecco la recensione, firmata da Luca Rossomando.
Silvia Ballestra, I giorni della Rotonda (Rizzoli, 2009).
Silvia Ballestra racconta la transizione ‘70-’80 vista da S. Benedetto del Tronto, provincia di Ascoli Piceno. La presunta gerarchia tra metropoli e provincia in Italia non ha mai significato molto. Un po’ perché a Roma, Milano o Napoli non si respira certo un clima cosmopolita (figuriamoci ad Ascoli). E un po’ perché in provincia ricchi e poveri frequentano le stesse piazzette, parlano la stessa lingua, e la “società liquida” in realtà c’è sempre stata. È più difficile vestirsi da punk, a S. Benedetto, perché i vestiti devi comprarli fuori città; ma è più facile esserlo, perché per disturbare la quiete pubblica non devi prima evadere dal tuo ghetto, dove non disturberesti nessuno: basta vomitare nel giardino del vicino.
Silvia Ballestra aveva esordito narrando la bohème dei fuorisede abruzzesi a Bologna, più provinciale di quanto creste, anfibi, torri, spille e vinili riuscissero a far credere. Ora fa l’operazione inversa. Volete capire un decennio, anzi due? Non c’è bisogno di San Francisco, basta San Benedetto del Tronto, anzi una rotatoria in cui è successo tutto, dalle lotte sociali all’eroina. E o c’eri o non c’eri: mica come a Roma o a Milano che le cose le fanno in tre e le raccontano in tremila. Tanto, chi ti conosce.
Una nuova opera d’arte abbellisce il Flexi. È questa, e potete vederla dal vivo ogni sera, girandovi a destra appena entrati. Certo, potete anche comprarla. Grazie davvero, Paolo.
Da l’Unità, via Carmillaonline, copiamo e incolliamo una recensione di Tommaso de Lorenzis a “Rue de la Cloche” di Serge Quadruppani.
Rue de la Cloche, Serge Quadruppani, Marsilio, 2009
di Tommaso de Lorenzis
Léon Jaquet è un traduttore malinconico e disincantato. Vive a Parigi, in rue de la Cloche, una stradina di marginali, squatter e accattoni, lontana dal fascino patinato d’una certa bohème. Siamo sulla riva destra, nel XX arrondissement, quello della multietnica Belleville e del Père Lachaise, il cimitero in cui sono sepolti Jim Morrison e Piero Gobetti, Edith Piaf e Amedeo Modigliani.
Lavorare con le parole altrui è l’unica cosa che Léon sa fare. Uomo senza qualità, dimentico d’ogni ambizione, sogna di «essere uno qualsiasi». Tuttavia, com’è noto, il desiderio più modesto può diventare la più irraggiungibile delle mete. Ed è proprio così che va, perché il destino ha in serbo una perfida beffa che schianterebbe il miglior detective. Figuriamoci un traduttore che, per tirare avanti in un mondo insopportabile, s’è affidato a quella follia chiamata amore.
Lasciato dalla seducente Juliette, Léon smarrisce l’unica copia di Death Job, un romanzo-verità sulle speculazioni di banche prestigiose e insospettabili multinazionali al centro d’una trama oscura che si dipana tra Tokyo, gli Stati Uniti e il Medioriente, dove si sta combattendo la guerra del Golfo. C’è quanto basta per innescare una furiosa caccia all’uomo che coinvolge poliziotti corrotti e vecchi collaborazionisti, centrali dell’intelligence e mafiosi giapponesi. Tutti in cerca del manoscritto. Tutti sulle tracce di Léon. E tra tutti non può mancare Emile K., l’ex-agente dell’Antiterrorismo francese, congedato per motivi psichiatrici e ora attivo sul mercato d’indagini tanto spericolate quanto informali.
A un anno dall’uscita italiana di Y, torna l’investigatore di Serge Quadruppani in un sequel mozzafiato in cui ogni cosa è permessa: tranne fermarsi. Astuto, spietato, maniacale ai limiti della paranoia, Emile è l’indagatore degli arcana imperii, l’infallibile scopritore e il sapiente custode di quei segreti di cui si nutre un potere essenzialmente criminale. In bilico tra l’intreccio di un’avvincente spy story e la più cupa introspezione del noir, Rue de la Cloche è – prima di tutto – un romanzo d’azione scosso da una frenetica sequenza di colpi di scena. Estenuanti pedinamenti e fughe rocambolesche, cruenti conflitti a fuoco e selvaggi omicidi scandiscono il ritmo d’un plot che, tra le righe del thriller, nasconde significati molteplici.
Romanziere, saggista, traduttore dei maggiori interpreti del genere italiano (tra cui Camilleri e De Cataldo), Quadruppani usa la chiave della letteratura di spionaggio per raccontare la dialettica degli interessi che, dopo l’implosione del blocco sovietico, edificò il nuovo ordine mondiale. Rue de la Cloche illustra una parte del nuovo disegno di controllo planetario, assumendo come prospettiva uno scorcio della Ville Lumière su cui, durante la seconda presidenza di Mitterrand, convergono le mire speculative dei grandi istituti finanziari. Come nelle pagine di Y, anche in questo sequel si avverte chiaramente la critica feroce della retorica socialista e della cosiddetta gauche caviar: quella sinistra affaristica e rampante, verbosa e modaiola, che dominò i mandati del “monarca repubblicano”. Di quest’universo sociale lo scrittore descrive le derive psicologiche, attingendo alla grande lezione del Nero transalpino per restituire una realtà senza salvezza, dominata da vizi e perversioni, brutalità e corruzione. E se Giscard d’Estaing ricordò a Mitterrand che nessuno può avere il «monopolio del cuore», Quadruppani dimostra come non sia neppure questo il problema: perché non c’è più un cuore di cui valga la pena arrogarsi il monopolio.
I Bianciardini sono i pamphlet scritti da Luciano Bianciardi ed altri, che oggi la Fondazione Bianciardi e StampAlternativa distribuiscono a un centesimo l’uno per posta a chi li richiede, come le fanzine anarchiche. Ci sono delle chicche anche sul sito dei Bianciardini. Ad esempio, il pdf de “Il lavoro culturale” scaricabile da qui.
Il Messaggero ci allunga la vita. Infatti, ha scelto il 2 novembre, giorno dei Morti, per dedicarci un articolo nella cronaca di Roma, un’intervista e una bella foto (segnaletica) di Massimiliano.
Ovviamente, grazie al Messaggero.
[da Carmilla] In un’epoca di artificiose costruzioni securitarie la gente si “percepisce” sempre più insicura digerendo telegiornali che minacciano l’avvento di orde di invasori migranti, bande di rom dediti a presunti sequestri di bambini, accolite di terroristi anticristiani. Per ridicolizzare questa propaganda del terrore un gruppo di attivisti del collettivo Collane di ruggine ha dato alle stampe una serie di divertenti cartoline sul tema del Babau. Chi è il Babau? La risposta arriva dagli stessi creatori del progetto: “Il Babau è l’ultima frontiera nella politica dell’ansia. Semplice e primordiale paura. Diverso dal terrore, più simile alla goccia che ti cade in testa e pian piano ti porta incosapevolmente alla pazzia.”
Il progetto è costituito da una serie di trenta cartoline raccolte in un cofanetto. Ogni cartolina presenta da un lato un’opera grafica e dall’altro un racconto breve. Il cofanetto, totalmente autogestito, esce sotto una licenza Creative Commons e può essere sostenuto economicamente e coprodotto attraverso Produzioni dal Basso. Su Carmilla, trovate anche due racconti, quelli di Regina Zabo e Alberto Prunetti.
L’”accabadora” è la donna che si incarica a nome della comunità di mettere fine alle sofferenze. Solitamente, sui giornali, l’eutanasia rientra sotto il capitolo “bioetica”, la nuova morale che dovrebbe tenere conto della scienza. Michela Murgia ci mostra come la bioetica, la scienza, il Progresso e gli ospedali non c’entrino niente: “Accabadora” si svolge nella Sardegna contadina degli anni ‘50. Dunque, si tratta di politica: di come una comunità si prenda cura dei suoi membri fino in fondo, e se ne assuma le responsabilità. L’accabadora, però, detiene il libero arbitrio e, se non si fida dei suoi simili, può rifiutare di dare la morte che essi le chiedono (a maggior ragione, una donna ha il diritto di abortire?) Poco importa se l’accabadora sia esistita o no: conta che l’”Accabadora” lavori per tutti, per noi. Solo quando lavora per sé sbaglia. Ma non è l’errore che fa ogni potere?
Accabadora verrà presentato da Bia Sarasini alla Libreria Flexi giovedì 5 novembre alle 19.
Martina Testa, direttore editoriale di Minimum Fax e grande conoscitrice della letteratura americana contemporanea, racconta il Brooklyn Book Festival e lo confronta con le analoghe manifestazioni italiane. Copiamo ed incolliamo dal sito di Minimum Fax il suo bel racconto, che sarebbe piaciuto a molti scrittori tradotti da Martina Testa (per esempio, quello che raccontò un altro festival, una sagra del bestiame nel Midwest). Chissà che a qualcuno non venga qualche idea…
Il Brooklyn Book Festival
di Martina Testa
Non so se avete mai assistito all’intervento di un politico locale che apre o chiude una manifestazione culturale. Nella mia esperienza (grandi festival letterari nella capitale, concerti indie-rock in provincia, eventi teletrasmessi in diretta nazionale), il discorso del sindaco, o del suo emissario del caso, è immancabilmente troppo lungo, e/o troppo generico, e/o troppo autoelogiativo – e tende a raggiungere il colmo della goffaggine all’atto della consegna di qualche forma di trofeo o riconoscimento, che sia una statuetta pacchiana o un bottiglione di vino buono.
È una forca caudina attraverso cui la manifestazione e il suo pubblico devono passare, una decina di minuti che vanno dal noioso all’imbarazzante, sfociando spesso nell’involontariamente esilarante o nel francamente insopportabile; perché la sensazione di fondo è che il politico, con la manifestazione, non c’entri granché, ma ci sia stato tirato dentro pro forma (da qui le varianti imbarazzanti) o ci abbia voluto mettere per forza il cappello (da qui le varianti insopportabili).
Una sola volta mi è capitato di trovare godibile e sensato questo momento. È stato la sera dello scorso 12 settembre, nel piccolo auditorium di un piccolo college privato di Brooklyn: a parlare era il signor Marty Markowitz, e l’occasione era la serata inaugurale di un festival letterario, il Brooklyn Book Festival. Marty Markowitz è il presidente del borough di Brooklyn, uno dei cinque grossi distretti che compongono New York (una carica che immagino a metà fra quella di sindaco e quella di consigliere circoscrizionale, a metà insomma fra la visibilità mediatica e la burocrazia amministrativa), e io non so assolutamente nulla di lui: non so se sia un uomo di sinistra o di destra (è Democratico, ma questo vuol dire poco), se sia un politico integerrimo o corrotto, se abbia fatto molto o poco per il quartiere che governa, e neanche se lo governi davvero o solo di nome. So solo che è un signore di una certa età che non ha nulla dell’intellettuale: ha viceversa la verve istintiva, bonaria e competente di un navigato proprietario d’albergo o di un perfetto padrone di casa. Il suo discorso introduttivo è breve e tutto concentrato sull’orgoglio che prova per il suo quartiere, per il successo del festival letterario che ospita e per il gruppo di persone che lo organizza (le ricorda una per una per nome e le invita ad alzarsi per ricevere l’applauso); fa battute di spirito che risultano volontariamente divertenti, saluta la moglie, e quando consegna a Edwige Danticat (scrittrice haitiana trapiantata da bambina a Brooklyn) il «premio alla carriera» di quest’anno, lo fa con un orgoglio da preside che incorona la studentessa più brava della sua scuola.
Mi soffermo così a lungo su questo momento (che in genere nel raccontare una manifestazione culturale viene spontaneo omettere, a meno che non si tratti dell’intervento di qualche alta carica dello stato, nel qual caso subentra una specie di obbligo di cronaca) perché rispecchia perfettamente il carattere della manifestazione stessa, e dice - forse - qualcosa su un modo insolito di intendere le politiche culturali. Mi spiego: Marty Markowitz - lo si leggeva dal sorriso che offriva ai fotografi, e dal fatto che dopo gli organizzatori del festival ha presentato e salutato anche due suoi candidati a non so quale carica nelle immimenti elezioni comunali - stava facendo propaganda per la sua amministrazione e il suo partito; eppure, strano ma vero, non la faceva in modo subdolo, fasullo, pretestuoso o personalistico. L’entusiasmo delle pacche sulle spalle e delle strette di mano non era caricaturale. Il compiacimento nello snocciolare i dati era quello di uno che riferisce su un lavoro di gruppo ben fatto, non di chi vanta un trionfo più unico che raro. C’era un senso di realtà che ho trovato irreale.
Il buffet post-discorso, tanto per farvi capire, è stato servito nella cafeteria del college, un paio di ampie sale seminterrate illuminate al neon, con comode sedie di plastica, onesti e abbondanti stuzzichini, camerieri che servivano da grossi frigoriferi bottiglie da 33 di birra autoctona (Brooklyn Lager). La sensazione era che tutti gli scrittori presenti (Jonathan Lethem, Colson Whitehead, Heidi Julavits, Chris Abani, Aleksandar Hemon [1] fra gli altri) si trovassero molto più a loro agio in quell’ambiente lì che nelle stanze moquettate di un hotel di lusso, o nel salone affrescato di un palazzo comunale.
In verità, poi, i saloni del palazzo comunale il Brooklyn Book Festival li sfrutta eccome. Non per i ricevimenti ufficiali, però: per i reading e i panel veri e propri – occasioni ritenute evidentemente più significative, e in cui gli scrittori si trovano più a loro agio. La gran parte degli incontri avvengono infatti all’interno del municipio - uno di quei palazzi pubblici in stile neoclassico che in America sembrano sempre dire democrazia più che potere - e sulla piazza adiacente.
La mattina dopo il rinfresco di apertura ero seduta in una grande sala udienze del Borough Hall (scranni di legno, colonne, timpani) ad ascoltare una tavola rotonda in cui si tracciavano bilanci sull’eredità di John Updike e David Foster Wallace; da lì a qualche ora, H.M. Naqui, scrittore pakistano-americano in tuta di acetato rosso scarlatto, leggeva con carisma da rapper pagine del suo romanzo d’esordio (il municipio della vostra città ha mai ospitato presentazioni di autori esordienti? Di autori che avessero meno di 65 anni? Di autori che non avessero fama internazionale o quantomeno se la comandassero in un dipartimento universitario?); e nel pomeriggio, da quella stessa tribuna Laura Albert (la scrittrice che anni fa si nascondeva dietro lo pseudonimo di J.T. Leroy, in via di pubblica riabilitazione dopo le accuse di frode letteraria) diceva cose intense e sensate sul rapporto fra realtà e finzione, fama e scrittura, media hype e creatività artistica.
Per darvi un’idea della qualità dell’offerta di questo festival «di quartiere», giunto nel 2009 alla quarta edizione, elencherò una piccola parte degli altri ospiti (qualcosa come 150 in tutto): Naomi Klein e Paul Auster, Paula Fox e A.M. Homes, Thurston Moore e Russell Banks [2], Claire Messud, Nicholson Baker, Anita Desai, Keith Gessen, Marisha Pessl, Steven Millhauser, Siri Hustvedt, Gary Shteyngart. (Doveva esserci anche la nostra Valeria Parrella, la cui raccolta di racconti Per Grazia Ricevuta, è stata appena pubblicata in America; ma questioni di passaporto l’hanno trattenuta a Roma un giorno di troppo.)
Il motivo di una proposta così ampia e sostanziosa è semplice: i veri organizzatori del Brooklyn Book Festival non sono funzionari del Comune né intellettuali di chiara quanto vaga fama: sono un gruppo di professionisti dell’editoria che lavorano con la buona letteratura ogni giorno da anni; in particolare Johnny Temple, fondatore e direttore della casa editrice indipendente Akashic Books, e Matt Weiland, editor di HarperCollins con un passato a Granta e alla Paris Review. Non fanno ottant’anni in due e amano la scrittura nuova, provocatoria, interessante.
Non c’è da stupirsi se il pubblico di questo festival letterario vero, sostenuto veramente dalla politica locale e organizzato da gente che si occupa veramente di letteratura, sia un pubblico di lettori veri. Gente con gli zainetti, le biciclette, i passeggini, con i bambini per mano, i libri in tasca; studenti, professori delle medie, aspiranti scrittori, casalinghe con la passione per i romanzi, fidanzati che si tengono per mano. Quelli che si vedono anche da noi, in fondo, a Mantova e a Torino e via dicendo; solo che al Brooklyn Book Festival mancano - e nessuno li rimpiange - gli uffici stampa che tengono al guinzaglio gli autori, i direttori editoriali che si guardano in cagnesco da lontano e si scambiano sorrisoni da vicino, gli amministratori delegati con la cravatta che escono due volte l’anno dagli uffici (ma sono molto abbronzati), i capannelli di critici, giornalisti e recensori che si scambiano pettegolezzi, gli editor che si contano a vicenda gli ospiti di punta («chi portate, voi, quest’anno?»). Gli stand degli espositori sono tutti uguali e tutti piccoli, una fila di tavolini e gazebo da fiera di paese a cui evidentemente i grandi gruppi editoriali non sono interessati, dato che a popolarli sono solo gli editori indipendenti e le riviste letterarie: un sottobosco vivo e in fermento che fa del contatto diretto con il lettore il proprio punto di forza.
Insomma, ci siamo capiti: al Brooklyn Book Festival sulla forma prevale la sostanza. Non sembrerebbe un modello così difficile da esportare, ma di fatto lo sarà, perché dubito che le autorità culturali italiane - pronte a volare ai saloni del libro internazionali, nei padiglioni illuminati al neon dove ci sono più doppiopetti e tacchi che lettori affamati di buone storie - andranno mai a mettere piede in quella piazza. Andateci voi, allora, l’anno prossimo, se programmate una vacanza autunnale a New York. Prenotando con buon anticipo, si trovano voli a buon prezzo. E il Festival - dimenticavo! - è assolutamente gratis.
[1] che aveva appena ricevuto i 50.000 dollari del premio che da quest’anno il St Francis College assegna a uno scrittore già avviato come supporto per la sua carriera; gli altri candidati erano Chris Abani, Jim Krusoe e Arthur Phillips. È interessante notare non solo l’importo (in Italia di istituti scolastici privati ne esistono parecchi; qualcuno assegna forse premi letterari altrettanto generosi?), ma la sensatezza dell’assegnare una cifra del genere non a un esordiente, che potrebbe esserne più che altro frastornato, né a un mostro sacro, che ha raggiunto la fama necessaria a vivere del proprio lavoro, ma a scrittori con tre o quattro titoli alle spalle e una carriera ancora in costruzione, ai quali quei soldi potrebbero risultare ragionevolmente utili.
[2] Banks ha letto un racconto - «The Moor», una storia d’amore che ha per protagonisti un’ottantenne e un sessantenne - che a mio parere merita di essere definito un gioiello.
Paolo Chirumbolo, docente universitario di lingua straniera negli Stati Uniti, sta realizzando un libro per Manni dove raccoglierà una serie di interviste a scrittori italiani che in un modo o nell’altro si sono occupati di lavoro. Ha intervistato anche Michela Murgia, che dice molte cose importanti sul tema. E a un certo punto dà anche una risposta che raramente si legge (per colpa dell’intervistato o dell’intervistatore), giù da noi: “Non sono sufficientemente informata per dirlo.”
D - La Repubblica delle Donne dedica tre pagine ad Eloisa Cartonera, che con il cartone riciclato dopo la crisi del 2001 produce a mano libri e quaderni unici. I libri e i quaderni di Eloisa Cartonera saranno alla Libreria Flexi sabato 10 ottobre alle 18.30.
di Gabriella Saba
Un giorno, perfino Tomás Eloy Martínez è passato e ci ha lasciato un racconto. “Per voi”, ha detto. “Perché lo pubblichiate”. D’altronde qui sono venuti in tanti: scrittori e poeti, famosi o sconosciuti, poi critici, giornalisti e intellettuali. E gente qualunque, che ha voglia di leggere o vuol sapere chi siamo”.
Alejandro Miranda ha trent’anni e un’espressione concentrata. Taglia cartoni su un tavolo schizzato di pittura e parla veloce. A scatti. Intorno a lui, uno scenario caotico: il pavimento è coperto da grandi scatole in cartone, in un angolo una bombola a gas e un lavandino sbrecciato, alle pareti foto di Evo Morales e del Che. Disegni variopinti, sempre in cartone, pendono dal soffitto, mentre una quantità inverosimile di libri si affaccia dagli scaffali malridotti. Non si tratta di libri qualunque, però. La differenza la fanno le copertine: realizzate con cartoni da strada, quelli delle scatole da imballaggio.
UN BENE COMUNE
Già, i cartoni. Perché la caratteristica di Eloísa Cartonera, piccola e dirompente casa editrice nata nel 2003, è proprio questa. Loro comprano il materiale dai cartoneros di Buenos Aires, i quali lo raccolgono, a loro volta, nelle strade e nei bidoni della spazzatura. Poi i ragazzi che lavorano da Eloísa tagliano a misura e appiccicano le lettere del titolo. A volte dipinte, a volte no: dipende dall’estro. Il risultato sono quegli esemplari unici che hanno, da qualche tempo, conquistato un pezzo di mondo. E che continuano a costare solo dai cinque ai quindici pesos: da uno a tre euro. È un grande successo editoriale, così nuovo che c’è chi lo studia persino in alcune università nordamericane. Sul coloratissimo sito (www.eloisacartonera.com.ar) il gruppo di editori prende le distanze dalle definizioni arrivate dall’esterno: “Ci hanno detto che estetizziamo la miseria, ma non è vero. Siamo un gruppo di persone che si incontrano per lavorare in un altro modo, e per imparare con il lavoro un sacco di cose. Per esempio la cooperazione, l’autogestione, l’impegno per un bene comune”.
LIBRI E VERDURA
Eloísa è una via di mezzo tra impresa solidale e iniziativa editoriale. Ma è anche un prodotto della crisi che ha devastato l’Argentina nel 2001. Migliaia di aziende chiuse, decine di migliaia di persone senza più un lavoro. Tra loro, anche molti figli della piccola borghesia, poco allenati a dover affrontare problemi economici, che da un giorno all’altro si trovarono a lottare per sopravvivere. A inventarsi un lavoro di raccoglitori di cartone sono stati in quarantamila. Li ha aiutati un altro evento legato alla crisi: la chiusura delle cartiere e la conseguente penuria di carta e cartone. La loro raccolta è diventata utile. E i cartoneros si sono trovati a essere protagonisti della storia più conosciuta della crisi economica. Pochi anni dopo, l’incontro con la storia di Eloísa.
A renderlo possibile sono stati in tre: lo scrittore di culto Wáshington Cucurto (nome d’arte di Santiago Vega), il disegnatore grafico Javier Barilaro e la poetessa Fernanda Laguna, che hanno deciso di aprire una piccola casa editrice nel quartiere di Almagro, dentro un locale minuscolo da loro battezzato No hay cuchillo sin rosas, non c’è coltello senza rose. Vendevano verdura e libri, quei libri bizzarri fatti con i pezzi di scatoloni che compravano, appunto, dai cartoneros. E che pagavano, per solidarietà, cinque volte di più del prezzo corrente. È stato così che Eloísa è diventata un caso - e anche una tappa rituale per gli artisti più sensibili in visita in città. Tanto che dai pochi titoli dell’inizio, in sei anni la casa editrice è arrivata a superare quota duecento. Si è anche trasferita, scegliendo il colorato quartiere di La Boca, proprio alle spalle della Bombonera, la gloria architettonico-calcistica del barrio devoto alla squadra del Boca Juniors. Una grande stanza che si affaccia sulla strada, due vetrine coperte da scritte colorate, tra piccoli cuori dipinti in rosso fiamma. E, in azzurro, il nome completo: Eloísa Cartonera, Cooperativa Editorial Latinoamericana.
MASSIMO MILLE COPIE
Sul marciapiede, un grande tavolo dove un ragazzo è intento a trasformare i cartoni in copertine. Anche Alejandro, dopo averci ricevuto all’interno, non smette un secondo di ritagliare. Trova però il tempo di indicarci i più venduti sugli scaffali: dai romanzi dello scrittore “maledetto” Andrés Caicedo, colombiano, morto suicida negli anni Settanta, ai racconti dell’argentino César Aira e del cinquantenne Alan Pauls, autore porteño di successo. Ancora, poesie del cileno Enrique Lihn e del peruviano Martín Adán accanto a opere di esordienti ancora sconosciuti. Tutti rigorosamente sudamericani. E in involucri sempre diversi. Come garantisce la prima frase che si trova aprendo i volumi: “I libri vengono stampati fino a un massimo di mille copie ciascuno, ogni copia diversa dall’altra”. Sul dorso, altra frase: “Copertina fatta con cartone comprato ai cartoneros nella strada pubblica. Tagliato, dipinto a mano e stampato nella cartoleria No hay cuchillo sin rosas“.
CUMBIA CARTONERA
Dentro lo stanzone, cumbia colombiana come colonna sonora di sottofondo e un andirivieni di ragazzi che aiutano i sei giovani della cooperativa. Alejandro, cileno di Valparaiso, è uno dei sei. Arrivato a Buenos Aires un anno fa, venne a sapere della Cartonera e si innamorò del progetto. Poi Ricardo, Maria. E Miriam, ex cartonera che un giorno passò di qui per cercare acquirenti, e invece è rimasta a lavorare. Di libri non sapeva niente, adesso è un’appassionata, e una gran lettrice. Infine, Cucurto, il fondatore della casa editrice, diventato nel frattempo scrittore famoso. Il prestigioso Grupo Editorial Planeta ha pubblicato, qualche anno fa, il suo romanzo El curandero del amor, proiettandolo dai circuiti underground a un grande successo di critica e di pubblico. Cucurto è un trentaseienne con grandi baffi e capelli scuri. Nei suoi libri racconta un mondo alternativo di sesso e notti folli, con linguaggio avvincente. Ora pensa di comprare un terreno soltanto per Eloísa, con tanto di orto biologico. Ma un altro dei suoi sogni si è già realizzato, almeno in parte: immaginava una rete di cartoneras simili a quella di Buenos Aires in tutta l’America Latina. E in effetti, sono ormai diciassette le case editrici analoghe a Eloísa nate in Cile, Brasile, Paraguay, Bolivia, Messico, Perù. Si scambiano gli autori: ognuna di loro vende, accanto ai libri che pubblica, anche quelli pubblicati dalle consorelle.
ARGENTINA - ITALIA
La nuova crisi economica, adesso, colpisce anche Eloísa: le richieste sono calate. Nel frattempo, però, i suoi libri sono arrivati in Italia, con un numero campione di quaderni e libri per bambini lanciato dalla casa editrice Nda. Era da tempo che Massimo Roccaforte, il proprietario, aveva sentito la storia dei ragazzi della Cartonera. L’anno scorso è andato a trovarli. “Sono persone preparate, intelligenti, aperte”, racconta, “e con un’idea di casa editrice rivoluzionaria, unica a livello mondiale”. Gli oltre duecento esemplari che ha comprato Roccaforte sono in vendita nelle librerie Feltrinelli. Poi, se andrà bene, la Nda partirà con progetti più ambiziosi. “Vorremmo continuare l’esperimento”, spiega Roccaforte, “affidando a Eloísa anche stampa e rilegatura di un titolo o magari più d’uno, scegliendo fra autori italiani, o tradotti in italiano, pensati e lavorati da noi. Ma poi, prodotti a Buenos Aires”.
Vi risparmiamo i fronzoli. Ma sappiate che, in qualche modo, la libreria Flexi nacque da un laboratorio di letteratura che si svolgeva nel centro sociale Acrobax. Il primo racconto del laboratorio doveva raccontare un’improvvisa interruzione dell’elettricità. Proprio come il romanzo “Senza luce” di Luigi Bernardi, che sarà presentato alla libreria Flexi giovedì 8 ottobre. Ecco una bella recensione di Gaja Cenciarelli.
Ho letto tutto di Luigi Bernardi che, per me, non è precisamente un estraneo, ma una persona dalla quale ho avuto la fortuna di imparare molto. È vero: Luigi e io siamo amici. E questa, dunque, sarà una recensione difficile ma sincera. Senza luce è, a mio avviso, il romanzo più bello che Luigi Bernardi abbia mai scritto. Mi detesterà, ora, visto che anche degli altri sono stata – a ragione – entusiasta. Ma stavolta non c’è dubbio: Senza luce si piazza senza alcuno sforzo in cima alla classifica. È il classico romanzo in cui ogni tassello s’incastra alla perfezione accanto agli altri, con una fluidità e una naturalezza che rendono la trama assai più che verosimile.
Nell’hinterland di Bologna un anziano squilibrato si affaccia alla finestra e comincia a sparare sulla folla. Le forze dell’ordine, per annientarlo, decidono di togliere l’energia elettrica a tutto il quartiere. È in questo contesto che si dipana la trama. La narrazione segue con sguardo spietato le vene che si diramano nel corpo della storia.
Bernardi isola quattro nuclei, quattro microuniversi le cui esistenze, malgrado l’incertezza delle forme, la confusione, le ombre indistinte che caratterizzano il buio, esplodono, con un nitore accecante, in tutta la loro tridimensionalità. Nemmeno un millimetro di animo umano resta intrappolato tra le pieghe dell’oscurità, la scrittura di Luigi Bernardi è assolutamente disambiguante.
Mario, dirigente comunale tenta di sedurre Federica, ausiliaria del 118 e sua vicina di casa. Umberto, docente universitario inventa un gioco familiare – a suo parere innocente e innocuo – che travolgerà lui, la moglie Giuliana e i loro due figli. Loretta ha un bar nel centro del paese e lì conosce Ivano, appena arrivato e apparentemente pieno di risorse. Nel frattempo Domenico, scrittore dalla personalità tormentata e figura tragica per eccellenza del romanzo, si prepara a portare a termine il suo piano. Nulla è, però, innocuo in Senza luce, a differenza di quanto crede Umberto. Le conseguenze pesano come ombre mai scacciate e che il tempo ha inevitabilmente ispessito. Nemmeno l’oscurità è innocente.
«All’assenza di luce si coniuga spesso quella dei suoni: è l’universo intero a precipitare nel coma».
Ma il coma è una condizione che dovrebbe avere una durata limitata. Dal coma ci si dovrebbe risvegliare, oppure morire. E Bernardi descrive proprio questo: uno stato di sospensione temporanea che avrà il suo culmine in un finale tanto agghiacciante da essere decisamente credibile. La realtà supera la fantasia? Nel caso di Senza luce no, è la fantasia a farsi realtà. Senza luce è, inoltre, un romanzo sensuale. Lo è perché la scrittura dell’autore abbraccia i cinque sensi, compresa la vista. Suoni, sapori (come durante la cena di Mario e Federica, consumata quasi del tutto in silenzio), profumi (come gli aromi che si mescolano sul corpo di Loretta e che inebriano Ivano), sensazioni tattili (le mani di Domenico che prima accarezzano Anna, e poi, quando il suo corpo muore, gli oggetti inquietanti che lei gli ha lasciato in eredità). Tutto si fonde, tutto diventa vivo malgrado il coma.
Ed è proprio per questa ansia di vita che alcuni dei personaggi del romanzo di Bernardi scelgono, alla fine, di uscire di casa, di inoltrarsi nel buio, stufi della sospensione prolungata del sentire. Desiderano andare incontro a una rinascita, inconsciamente certi che l’oscurità sia diventata, per loro, un abbraccio rassicurante.
Ma non si vive senza luce, Domenico ne è sicuro. C’è anche lui, quella sera, quando Federica respinge Mario, Giuliana fugge da Umberto e dai figli, Ivano ritrova Guidino (il fratello di Loretta) e tutti insieme convergono verso la piazza del paese, attratti da un’alternativa, da una seconda possibilità. Domenico c’è, ma è nascosto, e medita.
«Domenico pensa a come si potrebbe raccontare una storia così, una storia senza luce. Il buio non consente la descrizione, le parole hanno bisogno di luce, di materia sulla quale riflettersi. Il buio è l’immagine piatta di un’assenza, presuppone l’oscuramento di qualcosa che comunque c’è e si potrebbe rivedere da un momento all’altro, se solo tornasse la corrente: è un pieno che si è svuotato pur mantenendo inalterato il proprio contenuto».
A questo punto il lettore prova un senso di straniamento: sente, per istinto, che ciò che pensa Domenico è vero. È d’accordo con lui. Ma poi capisce che l’autore ha fatto esattamente il contrario: ha raccontato una storia senza luce, oscura (nelle diverse sfumature semantiche che il termine può assumere), scrivendo come se avesse puntato alle nostre spalle un enorme riflettore che ci ha permesso di seguire gli eventi fino alla loro fatale conclusione.
Luigi Bernardi, fondatore dell’indimenticabile e indimenticata Granata Press, saggista, scrittore, editor, talent scout e molto altro, ha scritto – con Senza Luce – il suo più luminoso romanzo sul destino.
DI FRONTE ALLA SFINGE. CONVERSAZIONE CON ROBERTO NANNI
Cinema italiano in rivolta
di Rinaldo Censi
I film di Roberto Nanni possiedono una qualità: ciò che mostrano non è una semplice immagine della realtà; piuttosto, si muovono senza tempo, innescando associazioni ardite, perturbando questa stessa realtà filmata, interrogandola, velandola, come se fosse una materia a più strati. Questa dimensione anacronistica, è ciò che rende i suoi film sempre attuali, fiammeggianti, imprendibili, anche. «Non è tanto l’immagine che conta, quanto ciò che si realizza a partire da essa e ciò che certe immagini producono come effetti su altre immagini. Può verificarsi che il fatto di aver visto la Sfinge modifichi il modo che si ha, per esempio, di guardare un uomo che passa per strada». Queste riflessioni di Francis Bacon, rilasciate a Michel Archimbaud, ben si addicono ai film che Roberto Nanni realizza. Come uscire dalla «rappresentazione» o dalla semplice certificazione di una realtà impressionata? Forse è necessario trovarsi, una volta nella vita, di fronte alla Sfinge. Le cose non saranno mai quelle di prima.
Roberto Nanni è per noi un cineasta prezioso. L’occasione di questa conversazione è data dall’uscita di Ostinati 85/08 (Kiwido, 19 Euro) dvd + book che raccoglie parte della sua filmografia, pubblicato e voluto da Federico Carra. Con Roberto abbiamo parlato dei suoi film, di Francis Bacon, di omonimie, di Max Ophüls… e di molto altro. «Sono nato a Bologna, cresciuto nel quartiere San Donato. Non c’è un inizio, ce ne sono differenti: illuminare operazioni chirurgiche o lavorare alla produzione di Ghost Sonata di Tuxedomoon…»
Ostinati 85/08 fa un po’ il punto su quella che possiamo chiamare la tua carriera. Puoi parlarmi del tuo agire come cineasta?
Ostinati 85/08 rappresenta una selezione di soli sette film. Si occupano di realismo soggettivo e si sottraggono da ogni pretesa innovativa o d’avanguardia. Bisogna sempre vivere nel presente. Non mi occupo di cinema sperimentale, ripeto, mi occupo di realismo soggettivo. Mi svincolo dal cinema di «rappresentazione» o di «documentazione». Non sapendo come classificarmi, sono confinato nello «sperimentale». È anche vero che l’Italia è particolarmente ottusa in questo. Ho vissuto e lavorato per anni in differenti paesi e posso affermare che qui, in Italia e specialmente a Roma, sbatti la testa contro il muro. Qui hanno bisogno d’uniformi, di classificare in gruppi d’appartenenza o d’associazione, anche nel cinema. È una deriva fascistoide che include anche gli «indipendenti», i più ambigui, quelli con problemi di ruolo, quelli che fanno i registi.
Quindi che fare?
Attentare alle forme chiuse, a tutte, anche a quelle produttive. Non m’interessa catturare l’attenzione, conciliare o, orrore, consolare. Anche il cinema «indipendente» è afflitto da quest’afflato consolatorio. Non voglio rapire, catturare frammenti di realtà. Penso che il loro presunto possesso sia un problema di riproduzione illustrativa, una questione informatica atta ad occuparsi di un numero maggiore di bit o pixel, una corsa verso una riproduzione asettica e non interpretativa. La realtà m’interessa nella sua accezione interpretativa, nella sua dominante trasformazione. Quello che faccio è agire su questi frammenti. Ricorda Bacon: «Come vorrei riuscire ad afferrare anche un solo istante di questa realtà, con tutta la soggettività che quell’istante contiene, e chiuderlo in un quadro!» Realismo soggettivo: è una formula che mi sembra adatta per la mia pittura. Potrei anche citare quello che Van Gogh scriveva al fratello Théo: «Il mio più grande desiderio è imparare a cambiare e rifare la realtà. Vorrei che le mie tele fossero imprecise ed irregolari, che diventassero delle menzogne, madelle menzogne più vere della verità letterale». (Francis Bacon, Conversazione con Maïten Boisset, in Francis Bacon, Intorno alla pittura. Conversazioni, Genova, Graphos, 2000, p. 32.)
Parliamo un po’ dei film che compongono il dvd. L’Amore Vincitore. Conversazione con Derek Jarman è ormai un classico, senza tempo. Puoi parlarmi del lavoro e del tuo incontro con Jarman?
Goethe, con durezza, ammoniva Kleist. «Heinrich, sei proprio un gran testone. Se vuoi essere un autore maggiore, hai l’obbligo di vivere nel tuo tempo». Kleist, uscendo dal suo secolo ma non dal suo presente, diventò eterno, senza tempo. A Goethe non riuscì l’impresa, rimase invischiato nella rappresentazione della sua epoca. Insomma Heinrich inciampava, scivolava, era «fuori tempo», non si adeguava a rappresentare, ma diventò eterno. Il lavoro su Jarman è stato scritto e realizzato seguendo l’ostinazione di Kleist nel rifiutare i consigli di Goethe. Conobbi Derek Jarman nel 1982 o 1983, a Londra durante The Final Academy, era presente anche W.S. Burroughs. Entrambi nelle stesse ore stavano girando Pirate tapes. Ci si conosceva, avevamo molti amici in comune, come Tuxedomoon. L’incontro avvenuto nel 1993 a Roma durante la presentazione di Blue, fu il momento durante il quale realizzai L’Amore Vincitore. Conversazione con Derek Jarman. Ne L’Amore Vincitore il suo corpo diventa
un paesaggio, un luogo da percorrere.
L’Amore vincitore è anche un’esperienza auditiva…
Sai, il suono per il mio lavoro è primario, e non mi riferisco al «buon suono». Monto la scena sul suono, l’opposto di come generalmente si agisce. L’importante non è avere un «buon suono», l’importante è un suono che agisce come un istigatore e che costringa a lavorare sulla scena in modo originale. Per me, un’idea cinematografica trae origine essenzialmente dal rapporto, dallo «scontro» tra visivo e sonoro.
Citavi Bacon… questo mi fa pensare a Dolce vagare in sacri luoghi selvaggi, per me il tuo film più bello.
È il verso iniziale di Tinian di Friedrich Hölderlin. Questo lavoro influenzò con potenza quello su Jarman. Posso affermare senza dubbio che fu fondamentale. È composto di frammenti esplosi, di dettagli delle masse muscolari di Mohammed Alì e Joe Frazier. Uno studio sul corpo in movimento, che, con molto lavoro, ha assunto una sua identità. Realizzai una truka artigianale per riuscire nell’intento. L’incontro con Gabriele Panico stimolò la sua conclusione, realizzando ed eseguendo una perfetta partitura.
Attraverso un vetro sporco è invece un diario realizzato a Roma, città nella quale vivi da ormai quindici anni.
Nel libro c’è un lucido intervento di Stefano Catucci, che con queste parole interpreta questo film. «Da quel momento la trasparenza della finestra diventa la soglia di compensazione fra lo sguardo e la città, un fuori che a tratti prende anche le sembianze della televisione, il nostro vetro quotidiano d’interposizione fra la vista e il mondo. Che vi sia sporco è un modo per denunciare le illusioni della trasparenza: come non può essere neutrale l’obiettivo, così non può esserlo neppure la vista, già sempre montaggio di frammenti che seguono la ricostruzione di un ordine, di una forma per principio non definitiva e revocabile. La proiezione verso un fuori che destabilizza è una costante nei film di Roberto Nanni: la parola documentario gli sta stretta se la pensiamo solo in termini di cronaca o di riproduzione, come per lo più avviene». Ho trascorso diversi anni a poche decine di metri dalla stazione Termini. È un lavoro iniziato nell’autunno ’98 e concluso l’estate dopo. Tra il mio sguardo e la strada, solamente le persiane di una finestra. Una quinta su fiumi urbani sui quali tutto scorre senza lasciare sedimenti. È un omaggio inconscio a Salò.
Nel tuo percorso hai lavorato con mostri sacri. Oltre a Brown e Jarman, anche Fluxus, De Santis, Wiseman e Moretti… autori che hanno lavorato con supporti differenti. Tu sei nato con il super 8mm., qual è il tuo rapporto con i supporti, con gli strumenti?
Fluxus, li ho conosciuti nel 1989 durante un lavoro realizzato insieme a Giuseppe Baresi e Studio Azzurro, con Fred Wiseman abbiamo condotto un seminario su cinema e follia a Trieste lo scorso novembre, un vero maestro. Mentre Moretti è stato il mio produttore per Antonio Ruju. Vita di un anarchico sardo. Per i supporti, non esiste alcun problema o questione a riguardo, in circa trent’anni ho lavorato con tutti i formati, dico tutti, pollice incluso. Quando ho iniziato a girare i primi super 8mm, avevo 16/17 anni e non c’era altro supporto. Nel 1976, era quello l’unico mezzo economico, poco costoso. Solo invertibile Kodakchrome. Mi piaceva moltissimo sotterrare le pellicole in vasi di fiori, sotto gli alberi, nei campi e nei giardini del quartiere, pellicole sia vergini che impressionate. Pellicole interrate per essere estratte al momento giusto come il vino buono, pellicole scadute, ricoperte di paste come quella per pulire le dentiere, oppure immerse per qualche tempo in liquidi anche fisiologici.
Nel dvd è presente Steven Brown reads John Keats. Puoi parlarmi del tuo rapporto con lui e con Tuxedomoon.
Conosco Steven e Tuxedomoon dal 1980. Li conobbi a Bologna e da allora sono tra le persone più care. Del 1983 è la prima collaborazione a Milano con Winston Tong, Opium. Nel 1989 a Bruxelles realizzai Greenhouse Effect. Steven Brown reads John Keats. È un lavoro di 90 minuti realizzato per i concerti di Steven. Nel dvd ho selezionato circa 24 minuti. Con loro ho diviso esperienze vere, anche estremamente dure, ma concrete.
A proposito di anacronismi, Roberto, tu appari per la prima volta in La signora di tutti, un bellissimo film di Max Ophüls del 1934.
«Di tutti s’ignora». Sono anche attaccante argentino del Velez Sarsfield, montatore per le emittenti del primo ministro… di tutti s’ignora, è proprio così. Ophüls è stato veramente un grande regista. Lola Montez è uno dei miei film preferiti. Già ci frequentavamo.
Inizia ad ingranare il nuovo blog letterario di Minimum Fax. È ancora in fase di avvio ma con il pezzo del 29 luglio, l’intervista di Peppe Fiore a Walter Siti, sembra fare un salto di qualità promettente. L’intervista è molto bella, leggetela.
Una comunità di teenager cosmopoliti e competenti, capitanati dalla diciassettenne TeaSe, mette in scacco un editore e un disegnatore che vogliono fregarli rifilando loro un fumetto letteralmente ricalcato dai manga giapponesi. Non è l’ultimo romanzo di appendice della rivista Cioè, ma la storia vera della rivolta di Disegnomanga.it contro Panini Comics e Ferrario. Leggetela qui, dalla penna di Loredana Lipperini.
Carla Benedetti, critica letteraria all’Espresso, critica il ruolo dell’editor nel mercato editoriale di oggi. Il suo pezzo è qui, e sulla webzine Il primo amore è iniziato il dibattito.
Gira voce che il libro “Io sono Dio” di Giorgio Faletti sia stato scritto da qualcun altro, in un’altra lingua. E a sostenerlo è proprio una traduttrice di professione. La storia è qui.
Mentre scrivo, la sentenza giudiziaria sull’omicidio di Federico Aldrovandi sta per arrivare. Federico Aldrovandi a diciott’anni è stato ucciso per strada, pestato durante un fermo di polizia a Ferrara in una notte di quasi quattro anni fa. La morte di Federico passò inosservata per alcuni mesi. Poi, toccò alla madre Patrizia, forse l’ultima persona che dovrebbe farlo in uno stato di diritto, chiedere giustizia in prima persona. Lo fece aprendo un blog qualunque, federicoaldrovandi.blog.kataweb.it. Come fanno in tanti per parlare dei loro problemi piccoli e piccolissimi sperando che Beppe Grillo ne faccia un caso mediatico e li risolva. Quella volta il problema di Patrizia Aldrovandi non poteva essere risolto, perché Federico non sarebbe tornato. Rimaneva un problema che non era di nessuno, quindi di tutti: nella benestante e noiosa Ferrara, si poteva morire di notte per colpa di una gang in divisa, e nessuno avrebbe dovuto assumersene le responsabilità. Anzi: nei commissariati si potevano tranquillamente cancellare le prove e nessuno, in una città sempre in testa alle “classifiche del benessere”, avrebbe alzato un dito.
All’epoca parlavo alla radio. Mentre cercavo spunti per riempire i buchi tra una traccia musicale e l’altra, una mattina capitai sul blog di Patrizia Adrovandi, casualmente tra i primi. Lessi la notizia senza troppi particolari. Il giorno dopo, scorrendo i giornali per la rassegna stampa radiofonica, lessi il primo articolo sull’argomento, su “Liberazione”, e ne svegliai l’autore (i cronisti lavorano fino a tardi, le rassegne stampa vanno in onda all’alba). Era Checchino Antonini, che a lungo rimase il primo e l’unico reporter a seguire da vicino - cioè a Ferrara quando possibile - la ricerca di verità sul caso Aldovrandi. Ci sentimmo spesso, in diretta, ogni volta buttandolo giù dal letto. Per chi da allora ha seguito la vicenda, la voce di Checchino è stata quella più familiare, aggiornata e precisa. Un aiuto prezioso anche per Patrizia e i suoi compagni, che sul blog non hanno mai smesso di martellare il tasto della verità negata.
Sono passati quattro anni. Per una notizia, è un’eternità: pochi rimangono “sul pezzo” così a lungo. Checchino lo ha fatto, scrivendo in treno quando ancora nessuno scriveva al computer in treno perché non c’erano prese per l’alimentatore - sul treno per Ferrara non ci sono ancora. Il caso nel frattempo è diventato di dominio pubblico: anche repubblica.it tra una tetta e l’altra parla della sentenza imminente, vedo. La tenacia di Patrizia Aldrovandi, dei suoi compagni, di Checchino Antonini e di Alessio Spataro, il disegnatore che gli si è affiancato, se non altro, ha raggiunto questo obiettivo. Certo, dopo la sentenza (qualunque sentenza) molti giornali smetteranno di parlarne, anche quelli più ostinati. Checchino ed Alessio invece continueranno a farlo il più a lungo possibile con Zona del silenzio. Una storia di ordinaria violenza italiana, una graphic novel scritta e disegnata a quattro mani per Minimum Fax. Lo presenteranno in molti luoghi quest’estate, se l’editore ci crederà davvero. Avremmo voluto farlo anche al Flexi, ma hanno deciso che il calendario romano è già pieno. Peccato, o forse meglio così: significa che anche a Roma per leggere il libro, saperne di più sulla vicenda e parlarne ci saranno tante occasioni. E, forse, tante “zone del silenzio” in meno.
Per ora, “Zona del silenzio” è stato presentato alla stessa radio di allora, Radio Onda Rossa, che ha messo in rete l’intervista a Patrizia Aldrovandi e Alessio Spataro. Per cominciare, ascoltatela: qui.
La nostra recensione pubblicata su “il Manifesto” il 30 giugno 2009.
Il gene egoista della Santa Trinità Tra Darwin e le nuove ricerche sul Dna umano
Il prudente rispetto del Papa nei confronti di Charles Darwin suscita spesso curiosità. Persino la Radio Vaticana si è detta stupita per il nuovo «feeling» tra la Santa Sede e lo scienziato inglese. Benedetto XVI ha lasciato che i laici di tutto il mondo celebrassero il bicentenario della nascita di Darwin (1809) senza disturbarli, evitando accuratamente un nuovo caso Galilei come quello che gli fece rinunciare alla visita alla Sapienza. Perché tanto ossequio per lo scopritore della selezione naturale?
Dopotutto, Darwin ha ridotto la Creazione biblica ad una leggenda da almanacchi. Prima di lui, la filosofia attribuiva a un’autorità divina l’esistenza di specie biologiche ben definite. Due cavalli, pur diversi tra loro, possono generare una progenie fertile, ma è impossibile che ciò avvenga tra un cavallo ed un topo. Perciò, la separazione tra le specie doveva derivare da un principio superiore, mentre la differenza tra un individuo e un altro in una stessa specie rappresentava un semplice accidente. Dopo la scoperta della selezione naturale, invece, la specie è divenuta un’entità provvisoria - la mera discendenza degli individui meglio adattati al proprio ecosistema - destinata ad estinguersi con i mutamenti dell’ecosistema stesso. Qui ed ora, la rigida classificazione di Linneo ci appare valida: ma non v’è nulla di trascendentale ed eterno in quella suddivisione in specie, famiglie e generi. Al più, è un comodo manuale di consultazione.
Per capire l’indifferenza vaticana verso l’evoluzionismo, ma soprattutto molto altro sulle odierne teorie dell’ereditarietà, può essere d’aiuto la lettura del volume Né Dio né genoma. Per una nuova teoria dell’ereditarietà scritto da due eminenti biologi francesi, Jean-Jacques Kupiec e Pierre Sonigo, tradotto dalle edizioni Elèuthera con una densa prefazione del filosofo Giulio Giorello. Secondo gli autori, la minaccia materialistica rappresentata dal darwinismo è stata disinnescata dagli scienziati stessi: le moderne biotecnologie hanno reintrodotto, seppure in altre forme, l’antropocentrismo e i preconcetti di cui la scienza sembrava essersi sbarazzata. Il darwinismo che ha abbattuto la concezione «fissista» delle specie, sostengono Kupiec e Sonigo, andrebbe applicato fino in fondo, riconoscendo che nemmeno gli individui rappresentano l’unità fondamentale della Natura. Anche un singolo organismo, in realtà, può essere descritto come un ecosistema in cui miliardi di cellule lottano tra loro per la sopravvivenza. Cellule egoiste, che collaborano solo in quanto l’auto-organizzazione permette loro di sopravvivere e moltiplicarsi. Gli individui, tantomeno gli esseri umani, non godono dunque di alcuna centralità nei meccanismi della natura.
Ma la genetica ha neutralizzato questa deriva ponendo nel codice genetico - identico in tutte le cellule di un organismo - il principio fondamentale della vita e del suo funzionamento. Secondo la maggioranza dei biologi molecolari il Dna, ovvero l’individuo, è il protagonista principale della selezione naturale. Al punto che oggi con i cromosomi si studiano anche la psicologia e la sociologia con il modello del «gene egoista»” di Richard Dawkins, e si consigliano test genetici prima di stipulare una polizza assicurativa. Tuttavia, permangono diverse zone d’ombra in questa teoria Dna-centrica, che il libro racconta in maniera comprensibile: si passa dalla differenziazione cellulare (come nascono tanti tessuti biologici diversi, a partire da un’unica cellula con un unico Dna?) al sistema immunitario e all’Hiv, di cui Sonigo è stato tra gli scopritori. Descrivendo l’organismo come un ecosistema di cellule in competizione, sostengono gli autori di Né Dio né genoma, molte oscurità svanirebbero. Inoltre, non è necessario ipotizzare lo strapotere organizzativo, scarsamente dimostrato, del Dna. La loro è una tesi affascinante ed attuale, che non si limita alla critica ma si spinge a proporre un modello innovativo per spiegare la complessità delle specie viventi: le teorie sull’auto-organizzazione dei sistemi, fiorite soprattutto nel campo della fisica teorica, hanno mostrato come dal disordine possano emergere spontaneamente strutture regolari ed universali. Nel testo, affiora qua e là il dubbio che Kupiec e Sonigo sostituiscano all’egoismo del gene quello della cellula, ricadendo nello stesso errore di Dawkins. È senz’altro questo il punto più delicato della loro teoria: in passato, molte confutazioni ragionevoli di modelli assodati sono state ignorate per la debolezza delle corrispondenti proposte alternative. In anni recenti, ad esempio, l’autorevole oncologo Peter Duesberg contestò la natura virale proprio dell’Hiv con argomenti (allora) ragionevoli, ma perse gran parte della sua credibilità quando provò a spiegare la diffusione dell’Aids con l’uso smodato di droghe tra i gay.
Secondo i due studiosi francesi, dunque, l’identificazione della persona con il suo codice genetico non ha reali conferme scientifiche e dipende piuttosto dalla necessità culturale tutta conservatrice di salvare l’individuo come fondamento indivisibile. Non a caso, nell’Angelus di domenica 7 giugno Ratzinger ha usato una metafora genetista affermando che «l’essere umano porta nel proprio genoma la traccia della Trinità». La ricerca dovrebbe aiutare a superare simili condizionamenti, mentre al contrario essa se ne lascia indirizzare verso vicoli ciechi e fallimenti. Nonostante gli enormi investimenti profusi in questo ambito di ricerca, le sperate applicazioni terapeutiche delle biotecnologie sono ancora limitate e si rivelano più ardue del previsto. In ogni caso, le biotecnologie un risultato lo hanno raggiunto: l’individuo è sopravvissuto al materialismo, sia pure sotto forma di Dna. E finché in cima alla natura c’è un Uomo, non un impasto casuale di linfociti, neuroni e globuli rossi, anche al Vaticano possono dormire sonni tranquilli.
L’ubicazione del bene è il secondo libro di Giorgio Falco. Aveva esordito con Pausa caffè (Sironi Editore), un capolavoro d’esordio: uno zibaldone di conversazioni da call center, resoconti di serate al night di Umberto Smaila, comizi di periferia di Alleanza Nazionale. Il libro appena uscito invece raccoglie le storie degli abitanti di Cortesforza, piccolo sobborgo immaginario di Milano. Un universo di villette, SUV comprati a rate, sensori in giardino che accendono le luci quando il padrone di casa rientra dal lavoro o dal centro commerciale, servizi fotografici matrimoniali rovinati dalla pioggia. Ci sono in giro recensioni colte e profonde, come quelle di Ade Zeno e di Demetrio Paolin a cui vi rimando. Ma per apprezzare L’ubicazione del bene non servono tanti piani di lettura. Giorgio Falco scrive da Dio, punto. Falco è uno che sa cogliere l’aspetto assurdo, ridicolo, tragico o comico (o tutti insieme) anche quando scrive il C.I.D. di un tamponamento.
Il libro di Falco fa parte di una narrativa “metropolitana” da cui provengono diverse opere di qualità, che andrebbero lette insieme: Il contagio di Walter Siti e Cagnanza e Padronanza di Peppe Fiore, entrambi pubblicati nel 2008, ne sono esempio. Il libro di Fiore ricorda L’ubicazione del bene per l’attenzione alla crisi morale e politica del ceto medio che oggi si dispiega pienamente, così bene analizzata da Sergio Bologna. Ma è il romanzo di Walter Siti quello più paragonabile ai racconti di Falco, anche se esplora il proletariato strettamente non industriale della periferia romana.
Gli si avvicina per l’importanza attribuita ai luoghi. Anche Siti racconta una periferia immaginaria ed emblematica. Nel Contagio il vero protagonista è un condominio simile ad un “open space”: gli inquilini entrano ed escono dagli appartamenti degli altri come se le porte fossero sempre aperte. Siti dimostra che convivenza non significa solo e sempre solidarietà, ma spesso condivisione di un campo di battaglia, in cui stringere alleanze e perpetrare soprusi di tutti contro e dentro tutti. Cortesforza, il sobborgo di Giorgio Falco, assomiglia invece ai comprensori residenziali raccontati da James Ballard. Villette e giardini costosi in quanto promettono un ambiente tranquillo, dove tutti si conoscono ma sanno rispettare gli spazi privati altrui. Ma è solo uno slogan da agenzia immobiliare. Falco ci mostra che l’indifferenza reciproca e la morbosa curiosità per l’erba del vicino non sono contradditori. Anzi, si alimentano a vicenda: guardare attraverso la staccionata del vicino serve a misurare meglio il proprio spazio, a pretendere un frigorifero nuovo o un figlio, costi quel che costi.
Quando uscì Cagnanza e padronanza per il sempre benemerito Gaffi Editore, Peppe Fiore fu salutato come un enfant prodige. In realtà, non era un novellino e si vede. A parte che il suo esordio narrativo è del 2005, già nel 2003 aveva vinto il premio Calvino e poi, caso forse unico in Italia, non aveva voluto pubblicare il testo che vinse, L’amore posteriore: bisogna dunque pensare che suo ogni nuovo libro sia ben meditato e non stupirsi troppo se un “giovane” scriva così bene. Cagnanza e padronanza possiede già molte delle qualità del suo ultimo La futura classe dirigente: l’ironia, il familismo amorale, Roma e la sua media periferia ancora umana (quella a sudest). In dieci racconti viene raccontata la middle class capitolina attuale - un po’ precaria, molto bottegaia, perennemente trentenne: la futura classe dirigente - condannata invece ad un’eterna subalternità economica e sessuale: quella ormai espulsa dalla Roma “de ‘na vorta” e pur sempre in cerca di identità tra centri commerciali, jogging ed elettrodomestici in offerta. Aprendo questo libro sembra di sentire un “bip”, come quando scatta l’antifurto dell’utilitaria. Peppe Fiore è la risposta romana a Giorgio Falco, anche se è campano. Da leggere.
Comunque, se non vi fidate il libro non dovete mica comprarlo: scaricatelo in pdf da qui, è gratis ed è Creative Commons. Poi fateci sapere se vi è convenuto stamparlo in A4 per leggerlo a letto, o comprarlo in libreria a 8 euro e mezzo.
Strizzò gli occhi e guardò oltre la barricata: una notte mal illuminata gli impediva quasi di distinguere gli uomini dei reparti speciali, appostati vicino ai blindati e nascosti dietro gli scudi antisommossa. Respirò più forte del solito, e continuò a fissare senza essere certo di vedere. Pensò che erano più armati, meglio organizzati, decisamente più preparati, ma sicuramente erano stanchi.
Erano stanchi anche i suoi compagni, pensò, e si girò verso quei ragazzi con cui condivideva il compito di difendere la postazione dalle cariche delle forze dell’ordine. A dire la verità erano distrutti, erano donne e uomini stremati da giorni di corse e di fughe, di corpo a corpo, di botte date e prese. Erano a pezzi, ma ricambiavano i suoi sorrisi. Perché avevano dentro una forza e un’energia che non può avere chi lotta perché è il suo lavoro, perché gli viene ordinato.
Loro, invece, stavano facendo la rivoluzione. Rise mentre ci pensava, rise di quei politici, opinionisti e commentatori che ora non sapevano più che pesci prendere. Per anni avevano trattato la sua generazione come un gruppo di superficiali, passivi e senza palle. E ora che le strade bruciavano e la rivolta dilagava come un fiume in piena, nessuno ascoltava più i loro giudizi preconfezionati.
Non avevano capito nulla di loro, proprio niente. La sua generazione li aveva sconvolti in un attimo, dopo anni a subire qualsiasi cosa, ad accettare passivamente i contratti da precari, gli stage reiterati e non pagati, le scuole senza gessi e lavagne, l’informazione distorta, le tasse senza servizi, lo sfruttamento delle popolazioni, gli ospedali sempre pieni, le imposizioni medievali.
Ma chi pensava che la sua generazione non si sarebbe mai ribellata, aveva scoperto troppo tardi di essersi sbagliato. Ora la città era sottosopra, e grande la confusione sotto il cielo. Avevano provato a fermarli con la forza, non ci erano riusciti. E ora erano loro ad aver lanciato l’ultimatum.
Una settimana. Non un giorno di più. Questo era il tempo concesso per abbassare il prezzo di quei telefonini perfetti per navigare, fotografare e tenersi in contatto con gli amici. Per non parlare del design ultra-cool.
Questo era quello che chiedevano, e su questo non si sarebbero lasciati mettere i piedi in testa da nessuno.
La nostra recensione a Fisica per i presidenti del futuro di Richard Muller (Codice Edizioni, 2009), pubblicata su “Il Manifesto” del 17 giugno 2009. È lunga.
NEUTRALI IN NOME DELLA VERITÀ
La scienza di Obama
Richard A. Muller è un fisico noto per le polemiche sull’uso politico della ricerca. Chiamato alla Casa Bianca come consigliere, è autore di un saggio dove ripropone l’ideologia di una scienza oggettiva che soccorre il potere per prendere le giuste decisioni
Richard A. Muller insegna all’università di Berkeley, in California. Tiene un corso particolarmente indicato allo studente che da grande voglia diventare un nuovo Obama. Si chiama «Fisica per i presidenti del futuro» e, dagli appunti delle lezioni, Muller ha tratto un libro con lo stesso titolo, un successo commerciale ora tradotto e pubblicato dalla casa editrice Codice. Nel nostro basso impero, per la verità, la competenza non pare una virtù indispensabile per le poltrone che contano. Infatti, Fisica per i presidenti del futuro. La scienza dietro i titoli dei giornali (pp. 323, euro 26) non è indirizzato solo all’establishment. È un saggio davvero leggibile, senza formule matematiche e adatto anche per chi non diventerà mai nemmeno assessore in provincia.
Ma immaginate, per un attimo, di dover davvero governare un paese importante come gli Stati Uniti. Secondo Muller, la formazione avvocatesca dei politici tradizionali non vi basterà più. Dovrete avere rudimenti di fisica, perché molte delle sfide che dovrete affrontare potranno essere interpretate correttamente solo se capirete le leggi della natura.
Emotività dei numeri
Prendete ad esempio il terrorismo: temete che un gruppo di invasati possa usare armi nucleari per radere al suolo intere città? Basta ragionarci un po’ sopra per rendersi conto che una bomba sporca all’uranio non è un’arma di distruzione di massa - checché ne dica il diritto internazionale - e che le atomiche di Hiroshima e Nagasaki non possono essere costruite artigianalmente. Capireste dunque perché nel più grande attentato della storia americana, quello dell’11 settembre, è stato impiegato un esplosivo così comune da passare inosservato, il carburante degli aerei (Muller non prende nemmeno in considerazione le tesi cospirazioniste secondo cui il collasso del World Trade Center non è stato causato dai velivoli dirottati). Bastava la fisica, per capirlo. Oltre al terrorismo, con lo stesso atteggiamento positivista Muller passa in rassegna le questioni globali che ritiene più scottanti come l’energia nucleare, i cambiamenti climatici e l’esplorazione dello spazio. In ognuno di questi campi, Muller esamina i dati scientifici a nostra disposizione, li analizza con ragionamenti da liceo scientifico (non serve molto di più, secondo lui) e dimostra che spesso i mezzi di comunicazione e i policy maker, alla ricerca del consenso più che delle soluzioni più appropriate, ci guidano verso strade sbagliate. Muller se la prende soprattutto con chi, per uno scopo o per un altro, diffonde false notizie provocando paure irrazionali o speranze illusorie. Se guardassimo i numeri con meno emotività, ad esempio, le scorie radioattive non ci preoccuperebbero più di tanto: invece di cercare caverne sicure per seppellirle, dovremmo tenerle in circolazione finché non saremo in grado di utilizzarle come combustibile per le centrali nucleari di prossima generazione. Né l’idrogeno tanto amato da Beppe Grillo potrà farci superare la crisi del petrolio, visto che non produce energia ma si limita a trasportarla.
E la favola dell’energia solare gratuita: avete mai chiesto il prezzo di un pannello solare? I costi di un cambiamento tecnologico eccedono spesso i vantaggi economici che ne derivano. Anche sul trattato di Kyoto, Muller la pensa più o meno come George W. Bush: è inutile, senza l’impegno di Cina ed India. Se continueremo ad utilizzare petrolio e carbone, dunque, non sarà colpa di lobby e complotti transnazionali, ma della semplice convenienza economica: basta fare due conti, ma con i fattori giusti. Anche gli esperti, del resto, si affidano spesso al buon senso. Come quella volta in cui un fisico incaricato di vigilare sui piani nucleari nord-coreani chiese solo di prendere in mano un lingotto del loro plutonio: gli fu sufficiente per capire che i militari facevano sul serio.
Ce n’è abbastanza, dunque, per irritare ambientalisti e chiunque promuova un modello di sviluppo diverso da quello dominante. In un commento sul sito della libreria online Amazon.com un lettore ha deformato il titolo del libro in «La fisica per futuri presidenti di destra». Muller, però, non è un ideologo neocon, tutt’altro. È un consigliere dell’amministrazione Obama, ed ha fondato una società di «consulenze imparziali sull’energia» (denominata GreenGov) che collabora con imprese e governi di ogni colore. In tutte le questioni che affronta, infatti, Muller ammette che la conoscenza dei dati scientifici di per sé aiuta, ma non è sufficiente per effettuare scelte politiche corrette.
Le decisioni di un politico dipendono anche da molti altri fattori, che non possono essere valutati a tavolino. Ma più i cittadini e i governanti saranno informati, meglio potranno giudicare se le politiche intraprese sono coerenti con gli scopi prefissati, anche a costo di abbandonare comodi pregiudizi. Come nel campo della crisi energetica: i pannelli solari costano ma il Sole fornisce comunque energia in grande quantità. L’energia solare costituisce realmente un’alternativa possibile, ma non saranno gli spiriti animali del mercato a farci abbandonare il petrolio. Le politiche pubbliche favorevoli alle energie rinnovabili dovranno tenerne conto.
Orsi bianchi alla deriva
È nel capitolo dedicato ai mutamenti climatici - il più approfondito - che Muller argomenta meglio questo suo approccio. Nel dibattito sulle cause umane o naturali del riscaldamento globale, lo studioso americano fa sue le conclusioni dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change, indirizzo Internet: www.ipcc.ch), l’organismo scientifico incaricato di esaminare il problema sulla base di tutta la letteratura scientifica a disposizione. Secondo l’Ipcc, con il 90 per cento di probabilità l’uomo ha contribuito all’attuale temperatura della Terra, la più alta da quattrocento anni. Tuttavia, Muller mette in guardia contro chi, sul riscaldamento globale, ha costruito catastrofismi che non possono essere suffragati dalla scienza. Le dinamiche climatiche, infatti, sono tuttora largamente incomprese dagli studiosi e non permettono troppe certezze. Muller non se la prende tanto con chi nega tout court le responsabilità dell’uomo, ma con i più faziosi del suo stesso campo. Come l’ex-vicepresidente americano Al Gore, che grazie al riscaldamento globale ha accumulato un’enorme fortuna politica, tanto da aggiudicarsi il premio Nobel per la pace nel 2007 proprio insieme all’Ipcc.
Ma Al Gore non è uno scienziato, e usa i dati in maniera disinvolta. Per esempio, nel suo celebre documentario «Una scomoda verità» ha mostrato orsi bianchi aggrappati a zattere di ghiaccio alla deriva, vittime commoventi dei mutamenti climatici. Lo scioglimento della banchisa del polo Sud, tuttavia, non è una prova del riscaldamento globale. Anzi, è in contraddizione con esso (e Muller spiega perché). Diffondere menzogne giustificate da una buona causa non è mai efficace, e rischia di danneggiare la causa stessa. Se gli scienziati scopriranno un giorno che l’anidride carbonica non è all’origine dei mutamenti del clima, come invece Gore dà per assodato, rischia di venire travolta ogni politica di risparmio energetico, la vera soluzione a portata di mano per molte delle questioni mondiali affrontate nel libro. Un politico attento deve tenere conto della complessità e della natura probabilistica delle conoscenze scientifiche, perché senza credibilità non potrà convincere i cittadini che le sue decisioni siano quelle giuste. Un più elevato livello di educazione diffusa, dunque, aiuterebbe i cittadini a sorvegliare meglio i governanti, e questi ultimi a prendere decisioni più assennate.
Impossibile autonomia
Questa tesi, più che l’opinione sul trattato di Kyoto o sulle scorie nucleari, è il punto più discutibile del libro. Muller, infatti, presuppone che la comunità scientifica produca in autonomia conoscenze neutrali ed oggettive, a cui la politica può scegliere di attingere per deliberare. Una democrazia efficiente utilizzerebbe tutte le conoscenze a disposizione, mentre i politici disonesti selezionano i dati secondo le loro convenienze. Gli scienziati, però, non sono isolati dagli altri attori della sfera sociale. Politica e scienza sono legate da un rapporto di reciproca influenza. Da un lato, le autorità - religiose, militari ed economiche, secondo il contesto geografico e storico - utilizzano la conoscenza scientifica per scopi politici. Ma dall’altro, gli esperti spesso cercano la loro legittimazione al di fuori della loro comunità scientifica, e proprio attraverso la politica.
Alla perenne ricerca di finanziatori, gli scienziati indirizzano i propri progetti verso settori in cui i risultati siano più spendibili: verso ricerche di interesse commerciale, nei campi in cui il finanziamento privato sia rilevante, oppure verso ricerche coerenti con le strategie politiche dominanti, laddove invece domina il finanziamento governativo. E ciò è tanto più vero in un’epoca come la nostra, in cui la ricerca a forte contenuto applicativo è privilegiata a scapito della scienza di base, in cui le scoperte non possiedono ricadute tecnologiche immediate. Per fare un esempio pertinente al tema del libro: con il tramonto dell’era-Bush e con l’investimento di Obama nella cosiddetta green economy - anche in chiave anti-cinese - quale climatologo americano intraprenderebbe ricerche che assolvano il petrolio e le politiche energetiche di Dick Cheney & Co.?
Non deve stupire, dunque, se anche la scienza fiuti il vento politico e produca dati «in linea» con lo spirito del tempo. Certo, il metodo scientifico ne garantisce la validità, ma a decidere le priorità dei problemi da affrontare non sono solo gli scienziati. Il lavoro scientifico è orientato almeno in parte verso quelle scoperte che la politica e l’economia hanno già mostrato di preferire: un politico, dunque, nel consultare tutti i dati a sua disposizione, deve tenere conto anche del contesto in cui si sono svolte le ricerche, dei finanziamenti che hanno ricevuto, delle regole interne alla comunità scientifica che li ha creati. In altre parole, un buon presidente del futuro deve tenere conto della scienza per fare politica, ma sapendo che la scienza ne verrà a sua volta influenzata. La questione è più complicata del previsto: persino un buon voto in fisica può non bastare.
Il New Yorker pubblica in inglese un racconto di Jonathan Franzen, l’autore dell’amatissimo “Le correzioni”.Ve lo copiamo e incolliamo per non farvi fare la fatica di cliccare qui.
Good Neighbors
di Jonathan Franzen
Walter and Patty Berglund were the young pioneers of Ramsey Hill—the first college grads to buy a house on Barrier Street since the old heart of St. Paul had fallen on hard times three decades earlier. The Berglunds paid nothing for their Victorian and then killed themselves for ten years renovating it. Early on, some very determined person torched their garage and twice broke into their car before they got the garage rebuilt. Sunburned bikers descended on the vacant lot across the alley to drink Schlitz and grill knockwurst and rev engines at small hours until Patty went outside in sweatclothes and said, “Hey, you guys, you know what?” Patty frightened nobody, but she’d been a standout athlete in high school and college and possessed a jock sort of fearlessness. From her first day in the neighborhood, she was helplessly conspicuous. Tall, ponytailed, absurdly young, pushing a stroller past stripped cars and broken beer bottles and barfed-upon old snow, she might have been carrying all the hours of her day in the string bags that hung from her stroller. Behind her you could see the baby-encumbered preparations for a morning of baby-encumbered errands; ahead of her, an afternoon of public radio, “The Silver Palate Cookbook,” cloth diapers, drywall compound, and latex paint, and then “Goodnight Moon,” then Zinfandel. She was already fully the thing that was just starting to happen to the rest of the street.
In the earliest years, when you could still drive a Volvo 240 without feeling self-conscious, the collective task in Ramsey Hill was to relearn certain life skills that your own parents had fled to the suburbs specifically to unlearn, like how to interest the local cops in actually doing their job, and how to protect a bike from a highly motivated thief, and when to bother rousting a drunk from your lawn furniture, and how to encourage feral cats to shit in somebody else’s children’s sandbox, and how to determine whether a public school sucked too much to bother trying to fix it. There were also more contemporary questions, like: What about those cloth diapers? Worth the bother? And was it true that you could still get milk delivered in glass bottles? Were the Boy Scouts O.K. politically? Was bulgur really necessary? Where to recycle batteries? How to respond when a poor person of color accused you of destroying her neighborhood? Was it true that the glaze of old Fiestaware contained dangerous amounts of lead? How elaborate did a kitchen water filter actually need to be? Did your 240 sometimes not go into overdrive when you pushed the overdrive button? Was it better to offer panhandlers food or nothing? Was it possible to raise unprecedentedly confident, happy, brilliant kids while working full time? Could coffee beans be ground the night before you used them, or did this have to be done in the morning? Had anybody in the history of St. Paul ever had a positive experience with a roofer? What about a good Volvo mechanic? Did your 240 have that problem with the sticky parking-brake cable? And that enigmatically labelled dashboard switch that made such a satisfying Swedish click but seemed not to be connected to anything: what was that?
For all queries, Patty Berglund was a resource, a sunny carrier of sociocultural pollen, an affable bee. She was one of the few stay-at-home moms in Ramsey Hill and was famously averse to speaking well of herself or ill of anybody else. She said that she expected to be “beheaded” someday by one of the windows whose sash chains she’d replaced. Her children were “probably” dying of trichinosis from pork she’d undercooked. She wondered if her “addiction” to paint-stripper fumes might be related to her “never” reading books anymore. She confided that she’d been “forbidden” to fertilize Walter’s flowers after what had happened “last time.” There were people with whom her style of self-deprecation didn’t sit well—who detected a kind of condescension in it, as if Patty, in exaggerating her own minor defects, were too obviously trying to spare the feelings of less accomplished homemakers. But most people found her humility sincere or at least amusing, and it was, in any case, hard to resist a woman whom your own children liked so much and who remembered not only their birthdays but yours, too, and came to your back door with a plate of cookies or a card or some lilies of the valley in a little thrift-store vase that she told you not to bother returning.
It was known that Patty had grown up in the East, in a suburb of New York City, and had received one of the first women’s full scholarships to play basketball at Minnesota, where, in her sophomore year, according to a plaque on the wall of Walter’s home office, she’d made second-team All-American. One strange thing about Patty, given her strong family orientation, was that she had no discernible connection to her roots. Whole seasons passed without her setting foot outside St. Paul, and it wasn’t clear that anybody from the East, not even her parents, had ever come out to visit. If you inquired point-blank about the parents, she would answer that the two of them did a lot of good things for a lot of people, her dad had a law practice in White Plains, her mom was a politician, yeah, a New York state assemblywoman. Then she would nod emphatically and say, “Yeah, so, that’s what they do,” as if the topic had been exhausted.
A game could be made of trying to get Patty to agree that somebody’s behavior was “bad.” When she was told that Seth and Merrie Paulsen were throwing a big Halloween party for their twins and had deliberately invited every child on the block except Connie Monaghan, Patty would say only that this was very “weird.” The next time she saw the Paulsens on the street, they explained that they had tried all summer to get Connie Monaghan’s mother, Carol, to stop flicking cigarette butts from her bedroom window down into their twins’ little wading pool. “That is really weird,” Patty agreed, shaking her head, “but, you know, it’s not Connie’s fault.” The Paulsens, however, refused to be satisfied with “weird.” They wanted “sociopathic,” they wanted “passive-aggressive,” they wanted “bad.” They needed Patty to select one of these epithets and join them in applying it to Carol Monaghan, but Patty was incapable of going past “weird,” and the Paulsens, in turn, refused to add Connie to their invite list.
Carol Monaghan was the only other mother on Barrier Street who’d been around as long as Patty. She’d come to Ramsey Hill on what you might call a patronage-exchange program, having been a secretary to somebody high level in Hennepin County who moved her out of his district after he made her pregnant. Keeping the mother of your illegitimate child on your own office payroll: by the late seventies, there were no longer so many Twin Cities jurisdictions where this was considered consonant with good government. Carol became one of those distracted, break-taking clerks at the city license bureau while somebody equivalently well connected in St. Paul was hired in reverse across the river. The rental house on Barrier Street, next door to the Berglunds, had presumably been included in the deal; otherwise, it was hard to see why Carol would have consented to live in what was then still basically a slum.
By the late eighties, Carol was the only non-gentrifier left on the block. She smoked Parliaments, bleached her hair, made lurid talons of her nails, fed her daughter heavily processed foods, and came home very late on Thursday nights (“That’s Mom’s night out,” she explained, as if every mom had one), quietly letting herself into the Berglunds’ house with the key they’d given her and collecting the sleeping Connie from the sofa where Patty had tucked her under blankets. Patty had been implacably generous in offering to look after Connie while Carol was out working or shopping or doing her Thursday-night business, and Carol had become dependent on her for a ton of free babysitting. It couldn’t have escaped Patty’s attention that Carol repaid this generosity by ignoring Patty’s own daughter, Jessica, and doting inappropriately on her son, Joey (“How about another smooch from the lady-killer?”), and standing very close to Walter at neighborhood functions, in her filmy blouses and her cocktail-waitress heels, praising Walter’s home-improvement prowess and shrieking with laughter at everything he said, but for many years the worst that Patty would say of Carol was that single moms had a hard life and if Carol was sometimes weird to her it was probably just to save her pride.
To Seth Paulsen, who talked about Patty a little too often for his wife’s taste, the Berglunds were the super-guilty sort of liberals who needed to forgive everybody so that their own good fortune could be forgiven, who lacked the courage of their privilege. One problem with Seth’s theory was that the Berglunds weren’t all that privileged; their only known asset was their house, which they’d rebuilt with their own hands. Another problem, as Merrie Paulsen pointed out, was that Patty was no great progressive and certainly no feminist (staying home with her birthday calendar, baking those God-damned birthday cookies) and seemed altogether allergic to politics. If you mentioned an election or a candidate to her, you could see her struggling and failing to be her usual cheerful self—see her becoming agitated and doing too much nodding, too much yeah-yeahing. Merrie, who was ten years older than Patty and looked every year of it, had formerly been active with the S.D.S. in Madison and was now very active in the craze for Beaujolais nouveau. When Seth, at a dinner party, mentioned Patty for the third or fourth time, Merrie went nouveau red in the face and declared that there was no larger consciousness, no solidarity, no political substance, no fungible structure, no true communitarianism in Patty Berglund’s supposed neighborliness, it was all just regressive housewifely bullshit, and, frankly, in Merrie’s opinion, if you were to scratch below the nicey-nice surface you might be surprised to find something rather hard and selfish and competitive and Reaganite in Patty; it was obvious that the only things that mattered to her were her children and her house—not her neighbors, not the poor, not her country, not her parents, not even her own husband.
And Patty was undeniably very into her son. Though Jessica was the more obvious credit to her parents—smitten with books, devoted to wildlife, talented at flute, stalwart on the soccer field, coveted as a babysitter, not so pretty as to be morally deformed by it, admired even by Merrie Paulsen—Joey was the child Patty could not shut up about. In her chuckling, confiding, self-deprecating way, she spilled out barrel after barrel of unfiltered detail about her and Walter’s difficulties with him. Most of her stories took the form of complaints, and yet nobody doubted that she adored the boy. She was like a woman bemoaning her gorgeous jerky boyfriend. As if she were proud of having her heart trampled by him: as if her openness to this trampling were the main thing, maybe the only thing, she cared to have the world know about.
“He is being such a little shit,” she told the other mothers during the long winter of the Bedtime Wars, when Joey was asserting his right to stay awake as late as Patty and Walter did.
“Is it tantrums? Is he crying?” the other mothers asked.
“Are you kidding?” Patty said. “I wish he cried. Crying would be normal, and it would also stop.”
“What’s he doing, then?” the mothers asked.
“He’s questioning the basis of our authority. We make him turn the lights out, but his position is that he shouldn’t have to go to sleep until we turn our own lights out, because he’s exactly the same as us. And, I swear to God, it is like clockwork, every fifteen minutes, I swear he’s lying there staring at his alarm clock, every fifteen minutes he calls out, ‘Still awake! I’m still awake!’ In this tone of contempt, or sarcasm, it’s weird. And I’m begging Walter not to take the bait, but, no, it’s a quarter of midnight again, and Walter is standing in the dark in Joey’s room and they’re having another argument about the difference between adults and children, and whether a family is a democracy or a benevolent dictatorship, until finally it’s me who’s having the meltdown, you know, lying there in bed, whimpering, ‘Please stop, please stop.’ ”
Merrie Paulsen wasn’t entertained by Patty’s storytelling. Late in the evening, loading dinner-party dishes into the dishwasher, she remarked to Seth that it was hardly surprising that Joey should be confused about the distinction between children and adults—his own mother seemed to suffer from some confusion about which of the two she was. Had Seth noticed how, in Patty’s stories, the discipline always came from Walter, as if Patty were just some feckless bystander whose job was to be cute?
“I wonder if she’s actually in love with Walter or not,” Seth mused optimistically, uncorking a final bottle. “Physically, I mean.”
“The subtext is always ‘My son is extraordinary,’ ” Merrie said. “She’s always complaining about the length of his attention span.”
“Well, to be fair,” Seth said, “it’s in the context of his stubbornness. His infinite patience in defying Walter’s authority.”
“Every word she says about him is some kind of backhanded brag.”
“Don’t you ever brag?” Seth teased.
“Probably,” Merrie said, “but at least I have some minimal awareness of how I sound to other people. And my sense of self-worth is not bound up in how extraordinary our kids are.”
“You are the perfect mom,” Seth teased.
“No, that would be Patty,” Merrie said, accepting more wine. “I’m merely very good.”
Things came, Patty complained, too easily to Joey. He was golden-haired and pretty and seemed innately to possess the answers to every test a school could give him, as though multiple-choice sequences of “A”s and “B”s and “C”s and “D”s were encoded in his very DNA. He was uncannily at ease with neighbors five times his age. When his school or his Cub Scout pack forced him to sell candy bars or raffle tickets door to door, he was frank about the “scam” that he was running. He perfected a highly annoying smile of condescension when faced with toys or games that other boys owned but Patty and Walter refused to buy him. To extinguish this smile, his friends insisted on sharing what they had, and so he became a crack video gamer even though his parents didn’t believe in video games; he developed an encyclopedic familiarity with the urban music that his parents were at pains to protect his preteen ears from. He was no older than eleven or twelve when, at the dinner table, according to Patty, he accidentally or deliberately called his father “son.”
“Oh-ho, did that not go over well with Walter,” she told the other mothers.
“That’s the kind of thing teen-agers all say to each other now,” the mothers said. “It’s probably a rap thing.”
“That’s what Joey said,” Patty told them. “He said it was just a word and not even a bad word. And, of course, Walter begged to differ. And I’m sitting there thinking, Wal-ter, Wal-ter, don’t get into it, point-less to ar-gue, but, no, he has to try to explain how, for example, even though ‘boy’ is not a bad word, you still can’t say it to a grown man, especially not to a black man, but, of course, the whole problem with Joey is that he refuses to recognize any distinction between children and grownups, and so it ends with Walter saying that there won’t be any dessert for him, which Joey then claims he doesn’t even want, in fact he doesn’t even like dessert very much, and I’m sitting there thinking, Wal-ter, Wal-ter, don’t get into it, but Walter can’t help it—he has to try to prove to Joey that, in fact, Joey really loves dessert. But Joey won’t accept any of Walter’s evidence. He’s totally lying through his teeth, of course, but he claims he’s only ever taken seconds of dessert because it’s conventional to, not because he actually likes it, and poor Walter, who can’t stand to be lied to, says, ‘O.K., if you don’t like it, then how about a month without dessert?,’ and I’m thinking, Oh, Wal-ter, Wal-ter, this isn’t going to end well, because Joey’s response is ‘I will go a year without dessert. I will never eat dessert again, except to be polite at somebody else’s house,’ which, bizarrely enough, is a credible threat—he’s so stubborn he could probably do it. And I’m like, ‘Whoa, guys, time out, dessert is an important food group, let’s not get carried away here,’ which immediately undercuts Walter’s authority, and, since the whole argument has been about his authority, I manage to undo anything positive that he’s accomplished.”
The other person who loved Joey inordinately was the Monaghan girl, Connie. She was a grave and silent little person with the disconcerting habit of holding your gaze unblinkingly, as if you had nothing in common. She was an afternoon fixture in Patty’s kitchen, laboring to mold cookie dough into geometrically perfect spheres, taking such pains that the butter liquefied and made the dough glisten darkly. Patty formed eleven balls for every one of Connie’s, and when they came out of the oven Patty never failed to ask Connie’s permission to eat the one “truly outstanding” (smaller, flatter, harder) cookie. Jessica, who was a year older than Connie, seemed content to cede the kitchen to the neighbor girl while she read books or played with her terrariums. Connie didn’t pose any threat to somebody as well rounded as Jessica. Connie had no notion of wholeness—was all depth and no breadth. When she was coloring, she got lost in saturating one or two areas with a felt-tip pen, leaving the rest blank and ignoring Patty’s cheerful urgings to try some other colors.
Connie’s intensive focus on Joey was evident early on to every local mother except, seemingly, Patty, perhaps because Patty herself was so focussed on him. At Linwood Park, where Patty sometimes organized athletics for the kids, Connie sat by herself on the grass, unbored, her hands fashioning a clover-flower ring for nobody, and let the minutes stream past her until Joey took his turn at bat or moved the soccer ball down the field and quickened her interest momentarily. She was like an imaginary friend who happened to be visible. And Joey, in his precocious self-mastery, seldom found it necessary to be mean to her in front of his friends—indeed, he may have figured that to have an actual groupie could only reinforce his social primacy. Connie, for her part, whenever it became clear that the boys were going off to be boys, knew enough to fall back and dematerialize without reproach or entreaty. There was always tomorrow.
When exactly Connie and Joey started fucking wasn’t known. Seth Paulsen, without evidence, simply to upset people, enjoyed opining that Joey had been eleven and Connie twelve. Seth’s speculation centered on the privacy afforded by a tree fort that Walter had helped Joey build in an ancient crab apple in the vacant lot. By the time Joey finished eighth grade, his name was turning up in the neighbor boys’ replies to strenuously casual parental inquiries about the sexual behavior of their schoolmates, and it later seemed probable that Jessica had been aware of something by the end of that summer—suddenly, without saying why, she became strikingly disdainful of both Connie and her brother. But nobody ever saw them actually hanging out by themselves until the following winter, when the two of them went into business together.
According to Patty, the lesson that Joey had learned from his incessant arguments with Walter was that children were compelled to obey parents because parents had the money. It became yet another example of Joey’s extraordinariness: while the other mothers lamented the sense of entitlement with which their kids demanded cash, Patty did laughing caricatures of Joey’s chagrin at having to beg Walter for funds. Neighbors who hired Joey knew him to be a surprisingly industrious shoveller of snow and raker of leaves, but Patty said he secretly hated the low wages and felt that shovelling an adult’s driveway put him in an undesirable relation to the adult. The ridiculous moneymaking schemes suggested in Scouting publications—selling magazine subscriptions door to door, learning magic tricks and charging admission to magic shows, acquiring the tools of taxidermy and stuffing your neighbors’ prize-winning walleyes—all similarly reeked either of vassalage (“I am taxidermist to the ruling class”) or, worse, of charity. And so, inevitably, in his quest to liberate himself from Walter, he was drawn to entrepreneurship.
Somebody, maybe even Carol Monaghan herself, was paying Connie’s tuition at a small Catholic academy, St. Catherine’s, where the girls wore uniforms and were forbidden all jewelry except one ring (“simple, all-metal”), one watch (“simple, no jewels”), and two earrings (“simple, all-metal, half-inch maximum in size”). It happened that one of the popular ninth-grade girls at Joey’s own school, Central High, had come home from a family trip to New York City with a cheap watch, widely admired at lunch hour, in whose chewable-looking yellow band a Canal Street vender had thermo-embedded tiny candy-pink plastic letters spelling out a Pearl Jam lyric, “DON’T CALL ME DAUGHTER,” at the girl’s request. As Joey would later recount in his college-application essays, he had immediately taken the initiative to research the wholesale source of this watch and the price of a thermo-embedding press. He’d invested four hundred dollars of his own savings in equipment, had made Connie a sample plastic band (“READY FOR THE PUSH,” it said) to flash at St. Catherine’s, and then, employing Connie as a courier, had sold personalized watches to fully a quarter of her schoolmates, at thirty dollars each, before the nuns wised up and amended the dress code to forbid watchbands with embedded text. Which, of course—as Patty told the other mothers—struck Joey as an outrage. An entrepreneur develops a great new product and is following the rules, and then the rules suddenly change?
“It’s not an outrage,” Walter told him. “You were benefitting from an artificial restraint of trade. I didn’t notice you complaining about the rules when they were working in your favor.”
“I made an investment. I took a risk.”
“You were exploiting a loophole, and they closed the loophole. Couldn’t you see that coming?”
“Well, why didn’t you warn me?”
“I did warn you.”
“You just warned me that I could lose money.”
“Well, and you didn’t even lose money. You just didn’t make as much as you hoped.”
“It’s still money I should have had.”
“Joey, making money is not a right. You’re selling junk those girls don’t really need and some of them probably can’t even afford. That’s why Connie’s school has a dress code—to be fair to everybody.”
“Right—everybody but me.”
From the way Patty reported this conversation, laughing at Joey’s innocent indignation, it was clear to Merrie Paulsen that Patty still had no inkling of what her son was doing with Connie Monaghan. To be sure of it, Merrie probed a little. What did Patty suppose Connie had been getting for her trouble? Was she working on commission?
“Oh, yeah, we told him he had to give her half his profits,” Patty said. “But he would’ve done that anyway. He’s always been protective of her, even though he’s younger.”
“He’s like a brother to her . . .”
“No, actually,” Patty joked, “he’s a lot nicer to her than that. You can ask Jessica what it’s like to be his sister.”
“Ha, right, ha-ha,” Merrie said.
To Seth, later that day, Merrie reported, “It’s amazing, she truly has no idea.”
“I think it’s a mistake,” Seth said, “to take pleasure in a fellow-parent’s ignorance. It’s tempting fate, don’t you think?”
“I’m sorry, it’s just too funny and delicious. You’ll have to do the non-gloating for the two of us and keep our fate at bay.”
Toward the end of that winter, in Grand Rapids, Walter’s mother collapsed with a pulmonary embolism on the floor of the ladies’ dress shop where she worked. Barrier Street knew Mrs. Berglund from her visits at Christmastime, on the children’s birthdays, and on her own birthday, for which Patty always took her to a local masseuse and plied her with licorice and macadamia nuts and white chocolate, her favorite treats. Merrie Paulsen referred to her, not unkindly, as “Miss Bianca,” after the bespectacled mouse matron in the children’s books by Margery Sharp. She had a crêpey, once-pretty face and tremors in her jaw and her hands, one of which had been badly withered by childhood arthritis. She’d been worn out, physically wrecked, Walter said bitterly, by a lifetime of hard labor for his drunk of a dad, at the roadside motel they’d operated near Hibbing, but she was determined to remain independent and look elegant in her widowed years, and so she kept driving her old Chevy Cavalier to the dress shop. At the news of her collapse, Patty and Walter hurried up north, leaving Joey to be supervised by his disdainful older sister. It was soon after the ensuing teen fuckfestival, which Joey conducted in his bedroom in open defiance of Jessica, and which ended only with the sudden death and funeral of Mrs. Berglund, that Patty became a very different kind of neighbor, a much more sarcastic neighbor.
“Oh, Connie, yes,” her tune went now, “such a nice little girl, such a quiet little harmless girl, with such a sterling mom. You know, I hear Carol has a new boyfriend, a real manly man, he’s like half her age, which is so great, after all these lonely years. I’m really happy for her. Wouldn’t it be terrible if they moved away now, with everything Carol’s done to brighten our lives? And Connie, wow, I’d sure miss her, too. Ha-ha. So quiet and nice and grateful.”
Patty was looking a mess, gray-faced, poorly slept, underfed. It had taken her an awfully long time to start looking her age, but now at last Merrie Paulsen had been rewarded in her wait for it to happen.
“Safe to say she’s figured it out,” Merrie said to Seth.
“Theft of her cub—the ultimate crime,” Seth said.
“Theft, exactly,” Merrie said. “Poor innocent blameless Joey, stolen away by that little intellectual powerhouse next door.”
“Well, she is a year and a half older than him.”
“Calendrically.”
“Say what you will,” Seth said, “but Patty really loved Walter’s mom. She’s got to be hurting.”
“Oh, I know, I know. Seth, I know. And now I can honestly be sad for her.”
Neighbors who were closer to Patty than the Paulsens reported that Miss Bianca had left her little mouse house, on a minor lake near Grand Rapids, exclusively to Walter and not to his two brothers. There was said to be disagreement between Walter and Patty about how to handle this, Walter wanting to sell the house and share the proceeds with his brothers, Patty insisting that he honor his mother’s wish to reward him for being the good son. The younger brother was career military and lived in the Mojave, at the Air Force base there, while the older brother had spent his adult life advancing their father’s program of drinking immoderately, exploiting their mother financially, and otherwise neglecting her. Walter and Patty had always taken the kids to his mother’s for a week or two in the summer, often bringing along one or two of Jessica’s neighborhood friends, who described the property as rustic and woodsy and not too terrible bugwise. As a kindness, perhaps, to Patty, who appeared to be doing some immoderate drinking of her own—her complexion in the morning, when she came out to collect the blue-wrappered New York Times and the green-wrappered Star-Tribune from her front walk, was all Chardonnay splotch—Walter eventually agreed to keep the house as a vacation place, and in June, as soon as school let out, Patty took Joey up north to help her empty drawers and clean and repaint while Jessica stayed home with Walter and took an enrichment class in poetry.
Several neighbors, the Paulsens not among them, brought their boys for visits to the lakeside house that summer. They found Patty in much better spirits. One father privately invited Seth Paulsen to imagine her suntanned and barefoot, in a black one-piece bathing suit and beltless jeans, a look very much to Seth’s taste. Publicly, everyone remarked on how attentive and unsullen Joey was, and what a good time he and Patty seemed to be having. The two of them made all visitors join them in a complicated parlor game that they called Associations. Patty stayed up late in front of her mother-in-law’s TV, amusing Joey with her intricate knowledge of syndicated sixties and seventies sitcoms. Joey, having discovered that their lake was unidentified on local maps—it was really just a large pond, with one other house on it—had christened it Nameless, and Patty pronounced the name tenderly, sentimentally, “our little Nameless Lake.” When Seth Paulsen learned from one of the returning fathers that Joey was working long hours up there, cleaning gutters and cutting brush and scraping paint, he wondered whether Patty might be paying Joey a solid wage for his services, whether this might be part of the deal. But nobody could say.
As for Connie, the Paulsens could hardly look out a Monaghan-side window without seeing her waiting. She really was a very patient girl, she had the metabolism of a fish in winter. She worked evenings, busing tables at W. A. Frost, but all afternoon on weekdays she sat on her front stoop while ice-cream trucks went by and younger children played, and on weekends she sat in a lawn chair behind the house, glancing occasionally at the loud, violent, haphazard tree-removal and construction work that her mother’s new boyfriend, Blake, had undertaken with his non-unionized buddies from the building trades, but mostly just waiting.
“So, Connie, what’s interesting in your life these days?” Seth asked her from the alley.
“You mean, apart from Blake?”
“Yes, apart from Blake.”
Connie considered briefly and then shook her head. “Nothing,” she said.
“Are you bored?”
“Not really.”
“Going to movies? Reading books?”
Connie fixed Seth with her steady, we-have-nothing-in-common gaze. “I saw ‘Batman,’ ” she said.
Blake was a goateed young backhoe operator whom Carol had met across the counter at the license bureau. His arrival on Barrier Street had been heralded by a dramatic change in Carol’s look: out had gone the complicated hair and escort-service dresses, in had come snug pants, a simple shag cut, and less makeup. A Carol nobody had ever seen, an actually happy Carol, had hopped buoyantly from Blake’s F-250 pickup, letting anthem rock throb up and down the street, and slammed the passenger-side door with a mighty push. Soon Blake began spending nights at her house, shuffling around in a Vikings jersey with his work boots unlaced and a beer can in his fist, and before long he was chainsawing every tree in her back yard and running wild with a rented backhoe. On the bumper of his truck were the words “I’M WHITE AND I VOTE.”
The Paulsens, having recently completed a protracted renovation of their own, were reluctant to complain about the noise and the mess, and Walter, on the other side, was too nice or too busy, but when Patty finally came home, late in August, after her months in the country with Joey, she was practically unhinged in her dismay, going up and down the street, door to door, wild-eyed, to vilify Carol Monaghan. “Excuse me,” she said, “what happened here? Can somebody tell me what happened? Did somebody declare war on trees without telling me? Who is this Paul Bunyan with the truck? What’s the story? Is she not renting anymore? Are you allowed to annihilate your trees if you’re just renting? How can you tear the back wall off a house you don’t even own? Did she somehow buy the place without our knowing it? How could she do that? She can’t even change a light bulb without calling up my husband! ‘Sorry to bother you at the dinner hour, Walter, but when I flip this light switch nothing happens. Do you mind coming over right away? And while you’re here, hon, can you help me with my taxes? They’re due tomorrow and my nails are wet.’ How could this person get a mortgage? Doesn’t she have Victoria’s Secret bills to pay? How is she even allowed to have a boyfriend? Isn’t there some fat guy over in Minneapolis? Shouldn’t somebody maybe get the word out to the fat guy?”
Not until Patty reached the door of the Paulsens, far down on her list of go-to neighbors, did she get some answers. Merrie explained that Carol Monaghan was, in fact, no longer renting. Carol’s house had been one of several hundred that the city housing authority had come to own during the blight years and then, as neighborhoods rebounded and cash-starved mayors looked around for windfalls, had begun selling off at bargain prices to insiders.
“How did I not know this?” Patty said.
“You never asked,” Merrie said. And couldn’t resist adding, “You never seemed particularly interested in government.”
“And you say she got it cheap.”
“Very cheap. It helps to know the right people.”
“You know, I always loved this neighborhood,” Patty said. “I loved living here, even at the beginning. And now suddenly everything looks so dirty and ugly to me.”
“Don’t get depressed, get involved,” Merrie said, and gave her some literature.
“I wouldn’t want to be Walter right now,” Seth remarked as soon as Patty was gone.
“I’m frankly glad to hear that,” Merrie said.
“Was it just me, or did you hear an undertone of marital discontent? I mean, helping Carol with her taxes? You know anything about that? I thought that was very interesting. I hadn’t heard about that. And now he’s failed to protect their pretty view of Carol’s trees.”
“The whole thing is so Reaganite-regressive,” Merrie said. “She thought she could live in her own little bubble, make her own little world. Her own little doll house.”
The add-on structure that rose out of Carol’s back-yard mud pit, weekend by weekend, over the next nine months, was like a giant utilitarian boat shed with three plain windows punctuating its expanses of vinyl siding. Carol and Blake referred to it as a “great-room,” a concept hitherto foreign to Ramsey Hill. Following the cigarette-butt controversy, the Paulsens had installed a high fence and planted a line of ornamental spruces that had since grown up enough to screen them from the spectacle. Only the Berglunds’ sight lines were unobstructed, and before long the other neighbors were avoiding conversation with Patty, as they never had before, because of her fixation on what she called “the hangar.” They waved from the street and called out hellos but were careful not to slow down and get sucked in. The consensus among the working mothers was that Patty had too much time on her hands. In the old days, she’d been great with the little kids, teaching them sports and domestic arts, but now most of the kids on the street were teen-agers. No matter how she tried to fill her days, she was always within sight or earshot of the work next door. Every few hours, she emerged from her house and paced up and down her back yard, peering over at the great-room like an animal whose nest had been disturbed, and sometimes in the evening she went knocking on the great-room’s temporary plywood door.
“Hey, Blake, how’s it going?”
“Going just fine.”
“Sounds like it! Hey, you know what, that Skil saw’s pretty loud for eight-thirty at night. How would you feel about knocking off for the day?”
“Not too good, actually.”
“Well, how about if I just ask you to stop, then?”
“I don’t know. How about you letting me get my work done?”
“I’d actually feel pretty bad about that, because the noise is really bothering us.”
“Yeah, well, you know what? Too bad.”
Patty had a loud, involuntary, whinny-like laugh. “Ha-ha-ha! Too bad?”
“Yeah, listen, I’m sorry about the noise. But Carol says there was about five years of noise coming out of your place when you were fixing it up.”
“Ha-ha-ha. I don’t remember her complaining.”
“You were doing what you had to do. Now I’m doing what I have to do.”
“What you’re doing is really ugly, though. I’m sorry, but it’s kind of hideous. Just—horrible and hideous. Honestly. As a matter of pure fact. Not that that’s really the issue. The issue is the Skil saw.”
“You’re on private property and you need to leave now.”
“O.K., so I guess I’ll be calling the cops.”
“That’s fine, go ahead.”
You could see her pacing in the alley then, trembling with frustration. She did repeatedly call the police about the noise, and a few times they actually came and had a word with Blake, but they soon got tired of hearing from her and did not come back until the following February, when somebody slashed all four of the beautiful new snow tires on Blake’s F-250 and Blake and Carol directed officers to the next-door neighbor who’d been phoning in so many complaints. This resulted in Patty again going up and down the street, knocking on doors, ranting. “The obvious suspect, right? The mom next door with a couple of teen-age kids. Hard-core-criminal me, right? Lunatic me! He’s got the biggest, ugliest vehicle on the street, he’s got bumper stickers that offend pretty much anybody who’s not a white supremacist, but, God, what a mystery, who else but me could want to slash his tires? Apparently it’s not enough for them to nail a barn onto the back of their house, they’ve also got to sic the cops on me because I don’t happen to love the sound of Paul Bunyan’s router at ten at night outside my bedroom window.”
Merrie Paulsen was convinced that Patty was, in fact, the slasher.
“I don’t see it,” Seth said. “I mean, she’s obviously suffering, but she’s not a liar.”
“Right, except I didn’t actually notice her saying she didn’t do it.”
“My question is, where is Walter?”
“Walter is killing himself earning his salary so that she can stay home all day and be a mad housewife. He’s being a good dad to Jessica and some sort of reality principle to Joey. I’d say he has his hands full.”
Walter’s most salient quality, besides his love of Patty, was his niceness. He was the sort of good listener who seemed to find everybody else more interesting and impressive than himself. He was preposterously fair-skinned, weak in the chin, cherubically curly up top, and had worn the same round wire frames forever. He’d begun his career at 3M as an attorney in the counsel’s office, but he’d failed to thrive there and was shunted into outreach and philanthropy, a corporate cul-de-sac where niceness was an asset. On Barrier Street he was always handing out great free tickets to the Guthrie and the Chamber Orchestra and telling neighbors about encounters he’d had with famous locals such as Garrison Keillor and Kirby Puckett and, once, Prince. More recently, and surprisingly, he’d left 3M altogether and become a development officer for the Nature Conservancy. Nobody except the Paulsens had suspected him of harboring such reserves of discontent, but Walter was no less enthusiastic about nature than he was about culture, and the only outward change in his life was his new scarcity at home on weekends.
This scarcity may have been one reason that he didn’t intervene, as he might have been expected to, in Patty’s battle with Carol Monaghan. Walter had strong feelings about courtesy and fairness and amity, and he was borderline uxorious as a husband, but he was apparently willing neither to support his wife nor to curb her. His response, if you asked him point-blank about her battle, was to giggle nervously. “I’m kind of a neutral bystander on that one,” he said. And a neutral bystander he remained all through the spring and summer of Joey’s sophomore year and into the following fall, when Jessica went off to college in the East and Joey moved out of his parents’ house and in with Carol, Blake, and Connie.
The move was a stunning act of sedition and a dagger to Patty’s heart—the beginning of the end of her life in Ramsey Hill. Joey had spent July and August in Montana, working on the high-country ranch of one of Walter’s major Nature Conservancy donors, and had returned with broad, manly shoulders and two new inches of height. Walter, who didn’t ordinarily brag, had vouchsafed to the Paulsens, at a picnic in August, that the donor had called him up to say how “blown away” he was by Joey’s fearlessness and tirelessness in throwing calves and dipping sheep. Patty, however, at the same picnic, was already vacant-eyed with pain. In June, before Joey went to Montana, she’d again taken him up to Nameless Lake to help her improve the property, and the only neighbor who’d seen them there described a terrible afternoon of watching mother and son lacerate each other over and over, airing it all in plain sight, Joey mocking Patty’s mannerisms and finally calling her “stupid” to her face, at which Patty had cried out, “Ha-ha-ha! Stupid! God, Joey! Your maturity just never ceases to amaze me! Calling your mother stupid in front of other people! That’s just so attractive in a person! What a big, tough, independent man you are!”
By summer’s end, Blake had nearly finished work on the great-room and was outfitting it with such Blakean gear as a PlayStation, Foosball, a refrigerated beer keg, a large-screen TV, an air-hockey table, a stained-glass Vikings chandelier, and mechanized recliners. Neighbors were left to imagine Patty’s dinner-table sarcasm regarding these amenities, and Joey’s declarations that she was being ignorant and unfair, and Walter’s angry demands that Joey apologize to Patty, but the night when Joey defected to the house next door didn’t need to be imagined, because Carol Monaghan was happy to describe it, in a loud and somewhat gloating voice, to any neighbor sufficiently disloyal to the Berglunds to listen to her.
“Joey was so calm, so calm,” Carol said. “I swear to God, you couldn’t melt butter in his mouth. I went over there with Connie to support him and let everybody know that I’m totally in favor of the arrangement, because, you know Walter, he’s so considerate, he’s going to worry that it’s an imposition on me. And Joey was totally responsible like always. He just wanted to be on the same page and make sure all the cards were on the table. He explained how he and Connie had discussed things with me, and I told Walter—because I knew he’d be worried about this—I told him that groceries were not a problem. Blake and I are a family now and we’re happy to feed one more, and Joey’s also very good about the dishes and garbage and being neat, and plus, I told Walter, he and Patty used to be so generous to Connie and give her meals and all. I wanted to acknowledge that, because they really were generous when I didn’t have my life together, and I’ve never been anything but grateful for that. And Joey’s just so responsible and calm. He explains how, since Patty won’t even let Connie in the house, he really doesn’t have any other choice if he wants to spend time with her, and I chime in and say how totally in support of the relationship I am—if only all the other young people in this world were as responsible as those two, the world would be a much better place—and how much more preferable it is for them to be in my house, safe and responsible, instead of sneaking around and getting in trouble. Connie’s a special person and I don’t know what would have happened to her if it wasn’t for Joey. I’m so grateful to him, he’ll always be welcome in my house. I said that to them.
“And I know Patty doesn’t like me, she’s always looked down her nose at me and been snooty about Connie. I know that. I know a thing or two about the things Patty’s capable of. I knew she was going to throw some kind of fit. And so her face gets all twisted, and she’s like, ‘You think he loves your daughter? You think he’s in love with her?’ In this high little voice. Like it’s impossible for somebody like Joey to be in love with Connie, because I didn’t go to college or whatever, or I don’t have as big a house or come from New York City or whatever, or I have to work an honest-to-Christ forty-hour full-time job, unlike her. Patty’s so full of disrespect for me, you can’t believe it. But Walter I thought I could talk to. He really is a sweetie. His face is beet red, I think because he’s embarrassed, and he says, ‘Carol, you and Connie need to leave so we can talk to Joey privately.’ Which I’m fine with. I’m not there to make trouble. I’m not a troublemaking person.
“Except then Joey says no. He says he’s not asking permission, he’s just informing them about what he’s going to do, and there’s nothing to discuss. And that’s when Walter loses it. Just loses it. He’s got tears running down his face he’s so upset—and I can understand that, because Joey’s his youngest, and it’s not Walter’s fault that Patty is so unreasonable and mean to Connie that Joey can’t stand to live with them anymore. But he starts yelling at the top of his lungs, like, ‘YOU ARE SIXTEEN YEARS OLD AND YOU ARE NOT GOING ANYWHERE UNTIL YOU FINISH HIGH SCHOOL.’ And Joey’s just smiling at him, you couldn’t melt butter in his mouth. Joey says it’s not against the law for him to leave, and anyway he’s only moving next door. Totally reasonable. I wish I’d been one per cent as smart and cool when I was sixteen. I mean, he’s just a great kid.
“But it made me feel kind of bad for Walter, because he starts yelling all this stuff about how he’s not going to pay for Joey’s college, and Joey’s not going to get to go back to Montana next summer, and all he’s asking is that Joey come to dinner and sleep in his own bed and be a part of the family. And Joey’s like, ‘I’m still part of the family,’ which, by the way, he never said he wasn’t. But Walter’s stomping around the kitchen—for a couple of seconds I think he’s actually going to hit him, but he’s just totally lost it, he’s yelling, ‘GET OUT, GET OUT, I’M SICK OF IT, GET OUT,’ and then he’s gone and you can hear him upstairs in Joey’s room, opening up Joey’s drawers or whatever, and Patty runs upstairs and they start screaming at each other, and Connie and I are hugging Joey, because he’s the one reasonable person in the family and we feel so sorry for him, and that’s when I know for sure that it’s the right thing for him to move in with us. Walter comes stomping downstairs again and we can hear Patty screaming like a maniac—she’s totally lost it—and Walter starts yelling again, ‘DO YOU SEE WHAT YOU’RE DOING TO YOUR MOTHER?’ Because it’s all about Patty, see, she’s always got to be the victim. And Joey’s just standing there shaking his head, because it’s so obvious. Why would he want to live in a place like this?”
Although some neighbors did undoubtedly take satisfaction in Patty’s reaping the whirlwind of her son’s extraordinariness, the fact remained that Carol Monaghan had never been well liked on Barrier Street, Blake was widely deplored, Connie was thought spooky, and nobody had ever really trusted Joey. As word of his insurrection spread, the emotions prevailing among the Ramsey Hill gentry were pity for Walter, anxiety about Patty’s psychological health, and an overwhelming sense of relief and gratitude at how normal their own children were—how happy to accept parental largesse, how innocently demanding of help with their homework or their college applications, how compliant in phoning in their after-school whereabouts, how divulging of their little day-to-day bruisings, how reassuringly predictable in their run-ins with sex and pot and alcohol. The ache emanating from the Berglunds’ house was sui generis. Walter—unaware, you had to hope, of Carol’s blabbing about his night of “losing it”—acknowledged awkwardly to various neighbors that he and Patty had been “fired” as parents and were doing their best not to take it too personally. “He comes over to study sometimes,” Walter said, “but right now he seems more comfortable spending his nights at Carol’s. We’ll see how long that lasts.”
“How’s Patty taking all this?” Seth Paulsen asked him.
“Not well.”
“We’d love to get you guys over for dinner some night soon.”
“That would be great,” Walter said, “but I think Patty’s going up to my mom’s old house for a while. She’s been fixing it up, you know.”
“I’m worried about her,” Seth said with a catch in his voice.
“So am I, a little bit. I’ve seen her play in pain, though. She tore up her knee in her junior year and played another two games on it.”
“But then didn’t she have, um, career-ending surgery?”
“It was more a point about her toughness, Seth. About her playing through pain.”
“Right.”
Walter and Patty never did get over to the Paulsens for dinner. Patty was absent from Barrier Street, hiding out at Nameless Lake for long stretches of the winter and spring that followed, and even when her car was in the driveway—for example, at Christmastime, when Jessica returned from college and, according to her friends, had a “blow-out fight” with Joey which resulted in his spending more than a week in his old bedroom (cynics noted that he’d moved back just in time to be eligible for Christmas presents)—Patty eschewed the neighborhood get-togethers at which her baked goods and affability had once been such welcome fixtures. She was sometimes seen receiving visits from fortyish women who, based on their hair styles and the bumper stickers on their Subarus, were thought to be old basketball teammates of hers, and there was talk about her drinking again, but this was mostly just a guess, since, for all her friendliness, she had never made an actual close friend in Ramsey Hill.
By New Year’s, Joey was back at Carol and Blake’s. A large part of that house’s allure was presumed to be the bed he shared with Connie. He was known by his friends to be bizarrely and militantly opposed to masturbation, the mere mention of which never failed to elicit a condescending smile from him; he claimed that it was an ambition of his to go through life without resorting to it. More perspicacious neighbors, the Paulsens among them, suspected that Joey also enjoyed being the smartest person in the house. He became the prince of the great-room, making its pleasures available to everyone he favored with his friendship (and making the unsupervised beer keg a bone of contention at family dinners all over the neighborhood). His manner with Carol verged unsettlingly close to flirtation, and Blake he charmed by loving all the things that Blake himself loved, especially Blake’s power tools and Blake’s truck, at the wheel of which he learned how to drive. From the annoying way he smiled at his schoolmates’ enthusiasm for Al Gore and Senator Wellstone, as if liberalism were a weakness on a par with masturbation, it seemed he’d even embraced some of Blake’s politics. He worked construction the next summer instead of returning to Montana.
And everybody had the sense, fairly or not, that Walter—his niceness—was to blame. Instead of dragging Joey home by the hair and making him behave himself, instead of knocking Patty over the head with a rock and making her behave herself, he disappeared into his work with the Nature Conservancy, where he’d rather quickly become the state chapter’s executive director, and let the house stand empty evening after evening, let the flower beds go to seed and the hedges go unclipped and the windows go unwashed, let the dirty urban snow engulf the warped “GORE-LIEBERMAN” sign still stuck in the front yard. Even the Paulsens lost interest in the Berglunds, now that Merrie was running for city council. Patty spent all of the following summer away at Nameless Lake, and soon after her return—a month after Joey went off to the University of Virginia under financial circumstances that were unknown in Ramsey Hill, and two weeks after the great national tragedy—a “FOR SALE” sign went up in front of the Victorian into which she and Walter had poured fully half their lives. Walter had already begun commuting to a new job in Washington. Though housing prices would soon be rebounding to unprecedented heights, the local market was still near the bottom of its post-9/11 slump. Patty oversaw the sale of the house, at an unhappy price, to an earnest black professional couple with three-year-old twins. In February, the two Berglunds went door to door along the street one final time, taking leave with polite formality, Walter asking after everybody’s children and conveying his very best wishes for each of them, Patty saying little but looking strangely youthful again, like the girl who’d pushed her stroller down the street before the neighborhood was even a neighborhood.
“It’s a wonder,” Seth Paulsen remarked to Merrie afterward, “that the two of them are even still together.”
Merrie shook her head. “I don’t think they’ve figured out yet how to live.”
Einaudi dice no al Nobel. Non pubblicherà la traduzione italiana del prossimo libro di José Saramago (in foto), autore presente con ben 20 titoli nel catalogo della casa torinese. Nel mondo editoriale si è aperto un caso: lo storico marchio, che ha sempre cercato di distinguersi per autonomia e tradizione all’interno della vasta galassia mediatica del Biscione di Arcore, ha fatto una scelta di mercato o ha imposto una censura?
La nuova opera, infatti, contiene giudizi a dir poco trancianti su Silvio Berlusconi, che di Einaudi è il proprietario. Così, a un certo punto del testo Saramago scrive: “Visto che sono pubblicato in Italia da Einaudi, di proprietà di Berlusconi, gli avrò fatto guadagnare qualche soldo”. Una goccia nell’oceano del suo immenso patrimonio, che lui avrà usato “per pagarsi i sigari, supponendo che la corruzione non sia il suo unico vizio”. Il sentimento degli italiani per il Cavaliere, continua Saramago nel brano incriminato, “è indifferente a qualsiasi considerazione di ordine morale”. Del resto, “nella terra della mafia e della camorra che importanza può avere il fatto provato che il primo ministro sia un delinquente?”.
E via così, compreso il paragone finale tra Berlusconi e “un capo mafioso”. Il libro è uscito a fine aprile in Portogallo, patria dello scrittore, e in Spagna. Si intitola, nelle rispettive lingue, “Il quaderno”, come il blog che l’ottantasettenne Saramago tiene dall’anno scorso su Internet, ed è composto dai testi pubblicati sul Web tra il settembre 2008 e il marzo 2009.
L’edizione successiva doveva essere proprio quella italiana, ma il gran rifiuto di Einaudi ha riaperto i giochi, per la felicità di diverse case editrici concorrenti che guardano con interesse al testo dell’autore che ha vinto il Nobel per la letteratura nel 1998. La sua ultima opera è arrivata in libreria appena due mesi fa: si intitola “Il viaggio dell’elefante” ed è l’epopea di un pachiderma indiano di nome Salomone che attraversa l’Europa del 1551, con tanto di convoglio reale a fargli da scorta. Attualmente è il quinto titolo più venduto di Einaudi, informa il sito della casa editrice. E qui si torna al problema: censura o mercato? Dall’entourage dello scrittore filtra soltanto la conferma che Einaudi ha rifiutato il testo, dicendosi interessata solamente alle opere narrative di Saramago e non ai suoi saggi.
Nell’ambiente editoriale, invece, viene citato esplicitamente il brano sui “vizi” berlusconiani come pietra dello scandalo. Einaudi avrebbe chiesto all’autore di eliminarlo e quest’ultimo avrebbe fatto muro: fine della trattativa. Qualcuno ricorda un precedente simile, di pochi mesi fa, quando un altro autore Einaudi, Marco Belpoliti, ha finito per traslocare in casa Guanda con il libro “Il corpo del capo”, dove il capo era sempre lui, Berlusconi. Certo, nessun editore al mondo manderebbe in libreria testi che parlano male, e così male, del padrone di casa. Nessun editore al mondo, però, ha un padrone di casa così ingombrante.
6-7 giugno 2009 - Rione Monti DETOUR OASI URBANA ASS. CULT. CICLONAUTI COTRAD TAXI DRIVERS NOT EQUAL
SCHERMAGLIE FLEXI RUETO EL VAGON LIBRE EUSKARA LO SCRITTOIO HEIMA
presentano
DETOURINTOUR
Grazie all’impegno di alcune realtà culturali e sociali del Rione Monti e dei tanti amici con i quali, in questi 12 anni, abbiamo collaborato, per due soli, irripetibili giorni, la programmazione del Cineclub Detour sarà itinerante.
Un ultimo evento prima della chiusura per sfratto delle sede storica di Via Urbana 47/a.
Due giornate speciali dedicate ai detouriani della prima ora, a quelli che al Detour ci sono cresciuti, a quelli che ci sono passati, a quelli che non hanno fatto in tempo ma avrebbero voluto, a quelli che ci seguono da lontano…
Cinema, musicam teatro tanto altro, a partire dalle 17 di sabato 6 giugno, per sostenere la riapertura del cineclub e la ristrutturzione della nuova sede.
PROGRAMMA
6 GIUGNO 2009
17.00 - DETOUR Rueto presenta
17.00 RUETO presenta VIA SELMI 72 – CINEMASTATION di A. Ettorre, G. Cacace, M. Diciocia (ITALIA 2008, 52’) Cinemastation non era una videoteca come le altre. Unica alternativa alla vita di strada, era diventata con gli anni, il luogo dove i ragazzi di Ponte Mammolo, passavano la maggior parte del loro tempo. Un centro di aggregazione spontaneo in cui tutte le differenze sociali, politiche e culturali, si annullavano. Nel 2006 Cinemastation ha chiuso.
a seguire IL CINEMA SPERIMENTALE DI NORMAN MCLAREN Tra le opere del maestro dell’animazione che amava disegnare direttamente sulla pellicola, verranno proiettati Neighboors, che nel ‘52 gli valse l’Oscar, e Pas de deux considerato da molti il suo capolavoro.
dalle 17.30 alle 19.30 - OASI URBANA NOT EQUAL presenta LA PRIMA AVVENTURA GRAFICA IN SEDIA A ROTELLE L‘associazione vincitrice del premio GIOVANI IDEE CAMBIANO L’ITALIA, presenta in anteprima assoluta un videogioco attraverso il quale immedesimarsi nel ruolo di una persona diversamente abile. 18.00 - FLEXI associazione EUSKARA e Dipartimento di Lingua e Cultura Basca dell’Upter presentano LUCIO (documentario, Spagna 2007, 93 min. v.o. sott. Italiano) di Aitor Arregi, Jose Mari Goenaga
Lucio Urtubia, originario di Cascante (Navarra).E’ stato testimone di vari accadimenti storici della seconda metà del XX secolo. Visse da militante il maggio ’68, appoggiò il regime di Castro, collaborò in tutte le attività antifranchiste. La sua più grande impresa è stata quella di fine anni ’70, per la quale fu descritto dai giornali come il “bandito buono” o lo “Zorro dei baschi”. Riuscì a truffare la First National Bank (adesso Citibank) per 20 milioni di euro del tempo, utilizzando quel denaro per le cause in cui credeva.
18.00 - ASS. CULT. CICLONAUTI CINEMA UNIVERSALE D’ESSAI (Italia 2008, 73 min.) di Federico Micoli. La storia del cinema di Firenze che, nel gennaio 1974, si trasformò in sala d’essai con programmazione mensile su richiesta del pubblico e divenne un polo d’attrazione politico-culturale, una scuola d’immedesimazione anarchica per tutti coloro che trovavano al cinema quel che inutilmente cercavano nella società.
18.30 - DETOUR selezione cortiZTL FILM FEST Corti a soggetto metropolitano presentati nell‘ambito della prima edizione del festival 2009 tenutosi al cinema Detour a gennaio 2009. a seguire APERITIVO
21.30 MIKE COOPER sonorizza LIVE: PAUL GAUGUIN NEI MARI DEL SUD (Italia 1957, 25 min.) di Folco Quilici. Mike Cooper: musicista, compositore, cantante, autore, improvvisatore, chitarrista slide, “collagiste” del suono, artista radiofonico, performer per film muti e collezionista di camicie hawaiiane.
23.00 presentazione della rivista TAXI DRIVERS e a seguire SIEGE(Canada 1983, 84 min.)di Paul Donovan e Maura O’Connell. “Siege” di Paul Donovan e Maura O’Connell appartiene alla canuexploitation (b-movie canadese) ed è un film del 1983 di difficile reperibilità un po’ in tutto il mondo. Conosciuto anche con i titoli internazionali “Self defense” e “Night warriors”, si tratta di un thriller serrato e claustrofobico, a metà strada tra “Distretto 13 - Le brigate della morte” di John Carpenter, “I guerrieri della notte” di Walter Hill e “Trappola di cristallo” di John McTiernan. Un midnight movie di rara bellezza…
7 GIUGNO 2009
dalle 17.00 alle 20.00 - COTRAD ONLUS COTRAD ONLUS presenta SENSA SENSO - Percorso Sensoriale “al buio”, attraverso l’udito, il tatto, il gusto e l’olfatto. In che senso? Quello proposto dalla COTRAD Onlus è un Percorso Sensoriale alla scoperta di tutti gli altri sensi che di solito usiamo poco, prediligendo la vista. Vi accorgereste che in una pentola l’acqua bolle senza guardarci dentro? Scegliereste un frutto tutto aggrinzito? Chi non vede, percepisce la densità del vapore ancor prima di sentire l’acqua che bolle, e usa il tatto per “capire”. Per un giorno, con l’aiuto della COTRAD Onlus, si possono sperimentare gli altri sensi.
18.00 - FLEXI LO SCRITTOIO presenta FUGA DAL CALL CENTER BACKSTAGE del film diFederico Rizzo
18.00 - HEIMA HABEAS CORPUS performance di PINO CALABRESE su testo di Angela Prudenzi .
L’ attore Pino Calabrese presta voce e corpo ad un prigioniero immaginario. Uno tra i tanti che nel mondo hanno vissuto e continuano a vivere il dramma della segregazione accompagnata da atti di violenza. Quegli uomini e quelle donne cui sono negati i più elementari diritti.
dalle 18.00 - OASI URBANA APERITIVO CON DJ SEVERIN - WE LOVE TO BOOGIE! PARTY Il DJ SET di Severin è un oggetto strano non sempre maneggevole… Prendi una piscina gonfiabile, mettici dentro 13th floor elevators, lightning bolt, edith piaf, os mutantes, andy warhol, le hawaii, leigh bowery, king khan & bbq show, cenerentola e i velvet underground.. aggiungi del glitter tanto ghiaccio e…chiedi al dj l’ingrediente segreto.
a seguire L’ASTA DELLA CINECLETTA La Cinecletta, rimessa a punto dall’Associazione Ciclonauti negli spazi della Ciclofficina Centrale, sarà messa all’asta in favore del cineclub DETOUR; il battitore d’asta sarà SERAFINO IORLI, esilarante attore ed imitatore, che coinvolgerà, ciclisti e non, a ruota libera!
a seguire CONCERTO LIVE - HONEYBIRD & THE BIRDIES
Il trio è attivo nella scena indie italiana dal 2007. Tre uccellini che fanno musica esaltante, emozionante, elettrizzante, entusiasmante: honeybird (Los Angeles, world music), p-birdie (Catania, indie-rock) e ginobird (Anzio, progressive rock) i membri di questa eclettica formazione.
21.00 - DETOUR La rivista SCHERMAGLIE (www.schermaglie.it) presenta IL PASSAGGIO DELLA LINEA di Pietro Marcello
(Italia 2007, 60 min.) I treni espressi a lunga percorrenza ogni notte attraversano l’Italia da nord a sud, e viceversa, e sono da tempo abbandonati a un destino di lento ma inesorabile degrado. “Il passaggio della linea” è un viaggio attraverso l’Italia a bordo di uno di questi treni dove si mescolano dialetti e lingue diverse. I passeggeri, infatti, sono per lo più pendolari in viaggio verso il nord o stranieri che si accontentano di lavori temporanei in giro per l’Italia. Ognuno di loro porta con sé la sua storia, mentre fuori dai finestrini sporchi e appannati scorrono paesaggi diversi, alcuni segnati dolorosamente dall’intervento dell’uomo altri ancora intatti e di una bellezza abbagliante.
in chiusura DJ SEVERIN - WE LOVE TO BOOGIE! PARTY
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i luoghi di DetourInTour: DETOUR - Via Urbana 47/a OASI URBANA - Via Urbana 107 FLEXI - Via Clementina 9 ASS.CULT. CICLONAUTI c/o Mercato Rionale Monti - Via Baccina 37 COTRAD Onlus - Via Urbana 20 HEIMA via urbana 21
La partecipazione alla manifestazione prevede il pagamento di una quota associativa di € 6.
L’incasso dell’iniziativa contribuirà a sostenere i lavori di ristrutturazione della nuova sede del cineclub Detour.
Due autori, Penzo e Bognetti, e due personaggi, Ravà e Uccello. Tutti e quattro vorrebbero essere scrittori. Penzo (cugino di chi scrive, per gli assatanati del conflitto d’interessi) e Bognetti, visto che ne parliamo in quanto autori di “Negare l’evidenza”, ci riescono. Non va altrettanto bene agli altri due. Non che manchi loro il mestiere, perché in un modo o nell’altro entrambi scrivono per vivere. Ma non hanno una storia da raccontare: questo è il problema. Invischiati in vite mediocri e conformismi in una Milano bianciardiana, cercano di sfuggirne con droghe e avventure extra-coniugali, inventandosi esistenze più letterarie di quelle che si sono scelti (”Il whisky mi ritorna su, diventa letterario”, cantava Sergio Caputo). Ma l’inganno dura poco, e scoprono che nemmeno loro credono al copione da B-movie che hanno scritto per sé. Figuriamoci se potrà mai crederci il pubblico.
Da qui muove una storia che piacerebbe ai fratelli Cohen: si mescola il noir e il grottesco per costruire un racconto filosofico - peccato che il duo abbia già diretto “Barton Fink”. “Negare l’evidenza”, infatti, è un romanzo ben scritto, con una trama solida e una lingua ben controllata. Ma è anche un’interessantissima ricerca intorno al senso della letteratura. Viviamo un’epoca in cui, come testimoniano l’inondazione dei blog e dei nuovi titoli quasi sempre invenduti, la scrittura si è trasformata in un bisogno fisiologico da espletare autisticamente. Si racconta che oggi, grazie a Internet, chiunque possa diventare uno scrittore. Ma così facendo si nega l’evidenza: per raccontare storie agli altri, occorre dire la verità a se stessi.
Chi frequenta la libreria Flexi forse sa già cosa sia il guerrilla gardening: proprio un anno fa, quando Chris Carlsson presentò Nowtopia alla libreria Flexi, la serata finì a resuscitare le piante della piazzetta più vicina. Era poco più che un esempio di giardinaggio di guerriglia: cioè, la creazione di giardini urbani negli spazi abbandonati dal cemento, nei cortili, sugli spartitraffico. L’espansione globale delle metropoli, infatti, estende l’asfalto ma lascia molti vuoti: le città post-industriali, da Torino a Detroit abbandonano al loro destino le fabbriche intorno a cui prima ruotavano; la privatizzazione delle città, inoltre, condanna al degrado tutto ciò su cui non si possa speculare, perché l’utilizzo pubblico degli spazi non è più contemplato dall’urbanistica. Anche la scienza ci dice che le città sono frattali, piene di buchi piccoli e grandi come le spugne.
Perciò, il guerrilla gardening non è un ritorno farlocco all’età rurale: al contrario, si nutre di modernità, esiste in quanto esistono le città in continua evoluzione. Da noi è un fenomeno recente (come l’immigrazione), ma a New York, dove tutto accade prima, i giardinieri guerriglieri sono attivi dagli anni Settanta. In particolare, nel Loisaida (Lower East Side nello slang degli immigrati ispanici) di Manhattan hanno creato decine di giardini, trincee di verde creato dal basso da comunità di cittadini alla ricerca di una metropoli più umana. Sono questi, i “giardini di Manhattan” raccontati da Michela Pasquali, con tante foto a colori ed una narrazione della loro storia collettiva. La nascita dei giardini urbani autogestiti coincide con il movimento del Flower Power: pacifisti e naturisti, lanciavano bombe di semi e terra negli spazi abbandonati di Loisaida, quartiere popolare dominato dall’immigrazione ispanica che attirava fricchettoni ed artisti. Negli anni, i giardini sono sorti in tutta New York, si sono dati regole e forme associative che ne garantissero il carattere pubblico, fino a diventare una vera controparte cittadina dell’industria del cemento e una strategia di pianificazione urbana partecipata. Con vittorie e sconfitte: molti giardini hanno lasciato lo spazio a nuovi edifici, altri ne hanno arginato l’invasione.
Oggi il movimento dei guerrilla gardens è supportato con finanziamenti pubblici e donazioni private, e contribuisce alla creazione di identità collettive in quartieri altrimenti difficili: New York ha capito che la sperimentazione sociale non genera solo problemi da questurini, ma anche opportunità ed innovazioni da valorizzare. Una lezione indispensabile per tanti amministratori di quaggiù.
“I giardini di Manhattan” di Michela Pasquali (Bollati Boringhieri, 2009) verrà presentato dall’autrice, dalle associazioni 4cantoni e la Casa del Cibo alla libreria caffè Flexi sabato 30 maggio alle ore 20.30.
Sabato 16 maggio verrà inaugurata la biblioteca costruita da Epicentro Solidale in collaborazione con le librerie Yeti, Tuba, Giufà e Flexi e l’aiuto di chi ha aderito all’iniziativa. Il merito va a tutte e tutti coloro che ci hanno portato i loro libri, e vi ringraziamo per la grande partecipazione. L’iniziativa continua: perché la biblioteca cresca, c’è bisogno di altro aiuto. Se cliccate sull’immagine, potete leggere il programma della giornata, che incolliamo qui sotto.
Ore 12:00 Lettura scenica del racconto “Inverno in Abruzzo” tratto da “Le piccole virtù di Natalia Ginzburg“, a cura di Tizziana Irti (Compagnia Arti e Spettacolo di Villa Sant’Angelo).
A seguire, con la professoressa Monia Cincis: riflessioni su “La luna e i falò di Pavese“.
17:00 Esibizione della Malamurga presso il Campo di Coppito
18:00 Esibizione della Malancia presso il Campo di Barisciano
19:30 Brindisi d’inaugurazione della biblioteca di Fossa, ed esibizione delle bande musicali Malamurga e Malancia.
Sabato 16 maggio alle 17, alla Ciclofficina di via Baccina i Ciclonauti daranno a tutti la possibilità di conoscere, utilizzare ed installare Ubuntu Linux sul proprio computer. Le info sull’Install Fest al sito www.ciclonauti.org.
Sabato 16 maggio 2009 ore 10
alla Bocca della Verità
Presentazione itinerante del libro Fare l’amore a Roma (2009, Infinito Edizioni)
con il Gruppo di Lettura “Amarganta”
e l’autrice Barbara Fabiani
Il gruppo di lettura Amarganta, per una volta, abbandona la libreria Flexi ed affronta la metropoli. L’insolita trasferta è motivata da un’occasione molto particolare: la giornalista Barbara Fabiani ci proporrà uno dei cinque itinerari suggeriti nel suo libro Fare l’amore a Roma (Infinito Edizioni, 2009): partendo da Piazza della Bocca della Verità si attraversa il Circo Massimo, fino a Piazza del Campidoglio, passando per il Foro Boario e il Velabro. Una presentazione itinerante e un’occasione unica per vivere con l’autrice le emozioni che lei stessa ha cercato di trasferire in questo omaggio alla Città Eterna, che riunisce storia e mito, ricordi e quotidianità, una città piena di contraddizioni, che ognuno di noi ha vissuto e vive in maniera diversa, ma di cui tutti siamo ospiti riverenti. L’incontro è aperto a chiunque voglia partecipare e l’appuntamento è previsto per: sabato 16 maggio, ore 10.00, Piazza Della Bocca della Verità. Per info: falpa69@libero.it.
D - La Repubblica delle Donne - Monica Capuani presenterà insieme all’autrice Helen Humphreys “Il giardino perduto” alla Libreria Caffè Flexi giovedì 14 maggio alle ore 20. Per il settimanale D ha intervistato la scrittrice anglo-canadese.
Londra 1941. La Seconda Guerra Mondiale costringe Londra a una dura resistenza e tutti, donne comprese, sono chiamati a partecipare allo sforzo bellico. Gwen Davis, trentacinquenne che lavora per la Royal Horticultural Society, da un giorno all’altro viene convocata in una proprietà del Devon a dirigere un gruppo di ragazze del Women’s Land Army: insieme devono trasformare il giardino in un gigantesco orto di guerra. Dopo Cani selvaggi, Helen Humphreys, inglese trapiantata in Canada, nasconde nel Giardino perduto un’altra potente metafora “naturale”.
Canta una specie di epopea bellica femminile…
“Alle donne non veniva richiesto di partecipare alla battaglia, ma erano molto attive sul fronte interno. Via via che la guerra si faceva più cruenta, iniziarono a occupare i posti lasciati vacanti dagli uomini arruolati. La cosa più difficile fu, alla fine del conflitto, abbandonarli. Grazie a essi, le donne avevano conosciuto un’insolita libertà e indipendenza, difficili da conservare quando gli uomini tornarono.”
Nel libro, il personaggio di Virginia Woolf, morta in quei primi mesi di guerra ricorre come un fantasma…
“A un livello di interpretazione questo è un romanzo sulla lettura, il giardino perduto è il libro, il giardiniere che lo ha creato lo scrittore e Gwen che lo scopre il lettore. Dovevano esserci per forza dei personaggi letterari nella storia.”
La natura secondo lei nasconde un messaggio segreto di amore?
“No, credo che la Natura non abbia proprio niente a che fare con l’amore. E’ indifferente ai nostri sentimenti umani e a me piace che sia così al di là della portata degli uomini, nonostante crediamo di controllarla per il fatto di poterla facilmente distruggere”.
I suoi “Cani selvaggi” erano creature misteriose, quasi magiche.
“Era la metafora centrale: cuccioli divenuti creature selvagge. E il romanzo un’esplorazione del selvaggio e del domestico dentro di noi. Nella vita ho un cane che mi accompagna da 12 anni e mezzo, una relazione intima, importante. Confido molto sulla sua saggezza e sulla sua presenza nella mia vita.”
Da Accattone e Minimum Fax Live - Cerchiamo racconti, rigorosamente brevi, non superiori alle seimila battute (spazi compresi, tre cartelle). Ne cerchiamo tre.
Abbiamo un tema: Roma violenta. Serve spiegarlo?
Roma è un laboratorio di follia xenofoba, aggressività coatta, pazzia da traffico. Culla i sogni assassini di chi odia gli zingari, la rapacità di chi allunga le mani dove può, la volgarità che esonda come il suo fiume. E insieme la spensierata irresponsabilità di chi vede meraviglia ovunque e immagina la convivenza come una conseguenza naturale della bontà del singolo individuo. Rimandando decisioni e riflessioni, diventando incubatrice di peggiori follie a venire.
Roma è l’inferno di Ranxerox diventato realtà. È la città delle periferie esplose come ferite infette, del centro storico infestato da una movida residuale e zozzona, delle sponde tiberine affollate di disperati, marce e devastate.
Oppure no? Nulla di tutto questo?
Esiste (anche) un’altra violenza, che non è (ancora) stata raccontata?
Scrivete il vostro racconto, per un/a attore/attrice che vi piace. Scrivetelo pensando alla sua voce, alla sua presenza, al suo lavoro. Se vincete, noi glielo portiamo, e lui/lei lo leggerà.
A settembre, in un teatro romano, faremo una serata, un reading organizzato da Minimum Fax Live. Gli attori che voi avrete scelto leggeranno i vostri racconti, insieme a quelli che abbiamo già commissionato ad alcuni scrittori che negli ultimi anni si sono occupati di Roma nei loro libri o sulle pagine dei giornali.
Avete tempo fino alla fine di giugno.
Inviate il vostro racconto direttamente a: redazione@accattone.org, scrivendo nel subject della e-mail: concorso. Non dimenticate: massimo seimila battute, i racconti di lunghezza superiore verranno automaticamente cestinati.
Trovate questo bando anche sul sito: www.accattone.org
La giuria è composta da: Franco Buffoni
Lanfranco Caminiti
Tommaso Giartosio
Nicola Lagioia
Lorenzo Pavolini
Elena Stancanelli
Carola Susani
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Con piacere comunichiamo che sono stati selezionati i cinque racconti vincitori [si pensava a solo tre all’inizio, ma sono stati molti i racconti pervenuti e difficile la scelta in una prima short list, per la qualità degli stessi] del concorso “roma, la violenza che viene”, indetto dal sito accattone.org
Sono [in ordine sparso]:
- Il Coso e gli altri, di Francesco Lanza e Rosella Moscatelli
- cose che hanno a che fare col sangue, di Dario D’Amato
- Errè di Roma, di Federica de Paolis
- La ricostruzione non finisce qui, di Giuseppe Zucco
- A Professore’, di Tessertrame
(da Anobii) Il romanzo di Chiara Valerio rapisce perché restituisce una sensazione precisa: l’unica scuola che conosciamo è quella che abbiamo frequentato, da cui è impossibile estrapolare analisi, riforme, ddl. È già tanto se abbiamo capito come funziona “quella” scuola, “quel” microcosmo orrendo e/o meraviglioso. Pensate al panico del primo giorno: non è il debutto a spaventare, ma il semplice fatto di trovarsi in una scuola diversa dalla propria. È una sensazione che prende anche da grandi, quandi si entra in una scuola. Si diventa impacciati, si tirano porte su cui è scritto “spingere”, si prendono porte in faccia per sbaglio.
Di solito, chi scrive di scuola privilegia l’oggetto narrato piuttosto che il punto di vista. Forse, è l’inconscio dovere di raccontare gli aspetti di un mondo complicato attraverso gli occhi di un protagonista che vede e capisce tutto. Invece, Chiara Valerio decide di esaltare i punti di vista, corrispondenti ai personaggi del romanzo. In questo modo, invece di ottenere un unico racconto cerchiobottista, se ne ricavano cinque più vividi che mai.
Ed è un romanzo vero: non è solo lo “zoo” della sala professori, brulicante ma separato dall’esterno, quindi immutabile come gli ecosistemi nelle bolle di plexiglas. La scuola è un quadro che cambia colore facilmente. Basta che la quotidianità dell’esterno faccia capolino una volta. Basta una porta che chiude male.
Un dettaglio che aiuta: il romanzo si inizia e finisce in un “andata e ritorno” sui mezzi pubblici (se si vive a Roma).
EPICENTRO SOLIDALE @ LIBRERIA FLEXI
MANDA UN LIBRO IN ABRUZZO
In Abruzzo servono tante cose, lo sapete. Servono generi di prima necessità, ma quelli per ora arrivano, fortunatamente. Il fatto è che le giornate alle tendopoli sono lunghissime, per i grandi e per le bambine e i bambini. Perciò ora servono anche cose che facciano passare il tempo. Ad esempio, libri.
Perciò, alla Libreria Flexi, insieme alle librerie Tuba (v. Pigneto 19), Yeti (v. Perugia 4) e Giufa (v. Aurunci 38) abbiamo deciso di spedire libri in Abruzzo, attraverso la rete dell’Epicentro Solidale (www.epicentrosolidale.org). Ci date una mano a raccoglierne il più possibile? Se avete libri che figlie e figli hanno già letto o che voi non rileggerete, portateli al Flexi (siamo aperti dalle 18 in poi, dal mercoledì alla domenica, a via Clementina 9, Roma).
Una tendopoli non è una libreria: non è detto che lì tutti vogliano leggere un saggio di economia o un romanzo sperimentale. Un libro per bambini/e, un giallo siciliano o un poliziesco svedese forse saranno più apprezzati. Ma fate un po’ voi: portateci il libro che volete, purché sia un bel libro.
I componenti del gruppo di lettura Amarganta, anche dopo la riunione, si chiedono come sia possibile che un libro come “La vedova, il Santo e il segreto del Pacchero estremo” di Gaetano Cappelli possa aver riscosso tanto successo di pubblico e di critica. Se qualcuno ha una spiegazione in merito ci risolva il dubbio, perché questo libro ha messo a dura prova la nostra pazienza di lettori. Ci è sembrato piuttosto irritante e inutile. Possiamo solo immaginare le intenzioni che hanno motivato l’autore, ma abbiamo dei seri dubbi sul risultato finale. Probabimente Cappelli voleva rappresentare con tono sarcastico e pungente la realtà dell’italietta e dei furbetti di provincia (ancora? come se non bastasse la cronaca!) tuttavia questo ipotetico sguardo critico di denuncia perde di valore e credibilità dal momento in cui il suo palese compiacimento assurge a nota dominante di tutto il romanzo.
E tanto per concludere: troppa volgarità gratuita, non era tramontata la stagione fortunata di Alvaro Vitali & C.?
Probabilmente sono stata troppo dura, ma mi appello alla libertà di opinione, e poi… quando ci vuole, vuole!
Anche alla Libreria Flexi raccogliamo materiale da portare alla popolazione colpita dal terremoto. Grazie all’aiuto di alcuni frequentatori della libreria il materiale raccolto sarà portato tempestivamente in Abruzzo ai centri di raccolta. Le necessità in Abruzzo sono ovviamente in continua evoluzione. Certe cose mancano, altre sono troppe e riempiono inutilmente i magazzini. Per sapere cosa è più utile spedire in Abruzzo, consultate la lista dell’Epicentro Solidale che trovate qui. Vi ricordiamo che la libreria è aperta dal mercoledì alla domenica dopo le 18.
Il Reportage: Ritratto, Sociale, Viaggio e Fotografia Naturalistica
a cura di Patrizia Copponi
La fotografia come mezzo di espressione, comunicazione e socializzazione
15 lezioni teorico-pratiche tutti i giovedì dalle 19 alle 20.30 a partire dal 5 marzo 2009 alla Libreria Caffè Flexi (via Clementina 9, metro Cavour)
Un corso per persone che hanno una discreta conoscenza di base sulle tecniche di ripresa e sull’uso della macchina fotografica.
Un corso per apprendere come fotografare le persone e l’ambiente.
Un corso di specializzazione in cui l’immagine sia l’espressione della propria visione estetica e compositiva.
Un corso in cui nelle lezioni pratiche si potrà lavorare su temi specifici.
MODALITÀ DI FREQUENZA
Totale lezioni: n.15 di cui 4 pratiche.
Lezioni teoriche: una volta alla settimana, il giovedì.
Lezione pratiche il sabato in orario da concordare con i partecipanti.
PROGRAMMA DEL CORSO
Il reportage, i grandi maestri, l’attrezzatura, la composizione (secondo livello), il ritratto, il viaggio, il reportage sociale, la fotografia naturalistica, leggi e regolamenti sulla fotografia, studio di un’immagine-lezione interattiva, analisi critica delle immagini realizzate. Durante le lezioni verrà fatto uso di supporti didattici per rendere più comprensibili gli argomenti.
Verranno fornite delle dispense sugli argomenti trattati.
Per non vanificare il lavoro svolto si raccoglieranno le migliori immagini di ogni allievo in una mostra fotografica, che si terrà alla fine corso.
DOCENTE PATRIZIA COPPONI Fotoreporter dal 1980. Ha collaborato con i maggiori Settimanali, Quotidiani e Mensili italiani ed esteri, Ha lavorato per la rivista “Italia” della Presidenza del Consiglio dei Ministri realizzando numerosi servizi fotografici. E’ stata Responsabile Organizzativo e Docente del Laboratorio di COMUNICAZIONE PER I MEDIA del Centro Provinciale Villa Albani di Civitavecchia. Ha realizzato delle mostre personali a Barcellona nella Biennale Giovani, a Parigi, nella Città Universitaria, a Cuba per la Biennale Internazionale, in Italia e Svezia Personali e Collettive. E’ stata coordinatrice di due edizioni della Rassegna ENZIMI Sezione Fotografia Per il COMUNE DI ROMA ASSESSORATO ALLE POLITICHE GIOVANILI e Per il FOTO ROMA SHOW cinque edizioni della Manifestazione Fotografia e Spettacolo.
INFO ED ISCRIZIONI
Per ogni informazione e chiarimento, si prega di contattare Patrizia Copponi (338/4634278) o la Libreria Flexi (06/48913254).
Il “Compagno Darwin” è vivo e lotta insieme a noi. Lo dimostra il dibattito sulla teoria dell’evoluzione delle specie iniziato subito dopo la pubblicazione del saggio di Darwin (proprio 150 anni fa) e mai finito, che ora raccontano Nicola Nosengo e Daniela Cipolloni nel saggio appena pubblicato da Sironi Editore. Da allora, le idee di Darwin sono state utilizzate e confutate in ambiti anche lontani dalla biologia, come l’economia, la politica e, naturalmente, la teologia.
Darwin era ammirato da Marx, perché dimostrava che in una specie biologica, come quella umana, nulla è fissato per sempre e che anche i sistemi sociali sono destinati a cambiare. D’altra parte, i capitalisti del XIX secolo utilizzarono le idee di Darwin per giustificare la “naturalezza” della sconfitta dei deboli a vantaggio dei forti. Gli stessi scienziati darwinisti si sono a lungo divisi sull’interpretazione sociale delle teorie dell’evoluzione. Biologi come Wilson e Dawkins applicarono le leggi della selezione naturale anche ai comportamenti umani, come se i rapporti di potere, l’intelligenza e l’egoismo fossero trasmessi nel Dna come il colore degli occhi: la chiamarono “sociobiologia”. Altri, Stephen Jay Gould in testa, dibatterono tutta la vita contro queste interpretazioni, convinti che le regole sociali non potessero spiegarsi interamente con la biologia.
Particolarmente interessanti sono i capitoli dedicati al rapporto tra Darwin e le religioni. Le sue teorie sono osteggiate tuttora dalle chiese evangeliche americane, che da Reagan a Bush hanno persino ottenuto che la Bibbia e l’evoluzione della specie fossero presentate nelle scuole come teorie di pari valore scientifico. Non stupisca che proprio nel paese dominatore della scienza mondiale fioriscano credenze religiose retrive: in Tuchia, il paese più “avanzato” del mondo islamico, si registra il massimo credito per le teorie creazioniste, a dimostrazione che progresso scientifico e sviluppo culturale da tempo hanno smesso di marciare insieme. Il regime berlusconiano ha scimmiottato goffamente queste posizioni anche in Italia, tanto che il ministro Moratti per un bel po’ cancellò Darwin dai programmi scolastici per far piacere a teo-con (e teo-dem). Ma rispetto agli States, il dibattito su Darwin qui da noi è stato tenuto ad un livello molto “superiore”, se passate il termine, proprio da chi doveva osteggiarlo per mestiere: il Vaticano.
Piuttosto che appoggiare l’opposizione cafona delle chiese americane, la raffinata teologia di Ratzinger (fu l’ideologo di Woytila) non si scontra frontalmente con una delle teorie scientifiche più efficaci della storia. Come fa il geniale Don Pizarro di Corrado Guzzanti, la chiesa spende la sua intransigenza nei casi di cronaca, da Eluana Englaro alla legge 40, ma nelle battaglie ideologiche di lungo periodo ha smesso di bruciare scienziati, tanto che Darwin riposa indisturbato nell’abbazia di Westminster. Per Ratzinger & Co. le leggi dell”evoluzione sono il risultato di un “disegno superiore”, di cui i biologi correttamente studiano i meccanismi. Alla Chiesa tocca il compito di indirizzarne le interpretazioni sociali ed etiche - roba troppo importante per lasciarla agli scienziati. A ben vedere, notano Nosengo e Cipolloni, è la stessa critica posta ai sociobiologi da una posizione politica opposta a quella del “pastore tedesco”. Di fronte alla potente costruzione politico-culturale del Vaticano, molti scienziati laici che gli si sono opposti si sono dimostrati superficiali, meno capaci - persino del Papa - di interpretare lo spirito culturale del nostro tempo.
Fa eccezione il biologo Stephen Jay Gould, l’autore de La vita meravigliosa morto nel 2002: è lui (insieme a Darwin, ovviamente) il protagonista più positivo della vita politica del darwinismo. Intellettuale di sinistra consapevole del ruolo sociale della scienza, ha saputo attraversare tutti i dibattiti in cui Darwin è stato tirato in ballo senza mai cedere né, ovviamente, ai deliri religiosi, né a chi intendeva farsi forza delle teorie evoluzionistiche per giustificare inaccettabili discriminazioni sociali e culturali. Lo scienziato Gould non si è mai posto al di sopra della società, accettando sempre che la ricerca fosse messa in discussione dal resto della comunità che, in fondo, paga con le tasse lo stipendio degli scienziati. Una lezione civile che nei nostri laboratori scientifici hanno appreso in pochi.
Andrea Capocci
“Compagno Darwin” verrà presentato alla Libreria Caffè Flexi giovedì 12 febbraio alle ore 19, in occasione del Darwin Day 2009.
Stamattina a Milano la polizia ha chiuso con la forza una delle librerie storiche della città, insieme al Cox 18. A via Conchetta 18 infatti c’è la libreria Calusca City Lights, la libreria di Primo Moroni. Come scrive Alessandro Robecchi “Questa è la Milano della sciuretta Moratti, dello sceriffetto De Corato e della junta che costruisce grattacieli e chiude le librerie”. Incolliamo qui sotto un lancio di agenzia che racconta - male e in poche parole ma almeno la racconta - cos’era Calusca. Se avete due minuti leggetela. [Aggiornamento: c’è una petizione da firmare qui].
La recensione di “TuttoScienze”, il supplemento scientifico de “La Stampa” al libro di Marco Di Domenico “Clandestini. Animali e piante senza permesso di soggiorno” (ed. Bollati Boringhieri).
Ci sono almeno due motivi plausibili per attribuire a tre undicenni palermitani degli anni settanta le parole, le gesta e la violenza di una cellula brigatista, con tutte le difficoltà letterarie del caso. Il primo è metaforico: si vuole intendere che i brigatisti siano eterni bambini, in fuga dalla realtà (la famiglia, il lavoro, la routine) attraverso un gioco di ruolo. Una partita tra guardie e ladri con pistole vere, che finisce con formule rituali come “Tana!” a nascondino - “mi dichiaro prigioniero politico”. “Estremismo, malattia infantile del comunismo”, scrisse Lenin. (more…)
Non una biografia, ma un omaggio: questo forse è il primo significato del lavoro fatto da Sergio Algozzino su Ballata per Fabrizio De Andrè. Credo che proprio al cantautore genovese, purtroppo scomparso l’11 gennaio 1999, sarebbe piaciuta l’idea, lontana da ricostruzioni apolegetiche e sensazionalistiche o dalle tentazioni del culto della personalità, cose che lui rifiutò sempre.
Nel fumetto, Algozzino sceglie di non far apparire il destinatario di questa dimostrazione di affetto e rispetto, preferendo invece organizzare un incontro virtuale fra i personaggi delle sue canzoni, dai più celebri Tito, Marinella o Bocca di Rosa fino a figure “secondarie” come Il Gorilla o Il Bombarolo. Fabrizio, dunque, nel racconto non appare e non parla, anche perchè Algozzino immagina, per la sua “Ballata”, che i protagonisti nati dalla fantasia del cantautore si incontrino proprio per dare il loro ultimo e personalissimo saluto al proprio creatore, appena dopo la sua scomparsa.
Non so se colgo nel segno, ma in questa scelta vedo un altro omaggio di Algozzino, forse inconscio, a uno dei lavori più celebri di De Andrè. Nel 1970 Fabrizio scelse di raccontare la vita di Gesù in un album (La Buona Novella) attingendo, con scelta certamente non semplice e coraggiosa, nonchè ricca di significati, solo ai vangeli cosiddetti apocrifi e non ai quattro testi riconosciuti come “ufficiali” dalla Chiesa Cattolica. In quel disco De Andrè seppe ricostruire la parabola umana del protagonista, mantenendo una rispettosa lontananza da identificazioni mistiche o propriamente di fede, e soprattutto senza fare mai sentire direttamente la voce del protagonista. Così, ne La buona Novella conoscemmo non tanto la storia di Gesù o una sua biografia “ufficiale, ricostruita secondo un’iconografia ormai consolidata, e nemmeno la sua figura di filosofo precursore dei tempi, ma la sua dimensione umana, e questo tramite le parole di Maria, Giuseppe, Tito (uno dei due ladroni che condivisero con lui la condanna a morte), persino del falegname addetto alla costruzione delle tre croci, ma mai di quello che, per i cristiani, è considerato il Messia. Così pure, Algozzino sceglie di utilizzare Marinella, Andrea, Il Pescatore, per raccontare, più che la vita del loro creatore, la sua sensibilità. Lo fanno ognuno con parole proprie, seguendo l’approccio che all’autore pare il più adatto all’inclinazione dei singoli attori. Così, alla timida ritrosia di Marinella risponde la pacata saggezza da “donna vissuta” di Bocca di Rosa, alla ruvidezza di Tito o di Sinan fa da contraltare la malinconia di Piero. Il loro racconto, più che spiccare per l’originalità del punto di vista, risalta per una sorta di “coralità di differenze” e per la passionalità.
Devo dire che l’autore di questo fumetto fotografa molto bene la varia umanità dei personaggi, creati da De Andrè in quasi quarant’anni di carriera. Credo sia naturale che canzoni così complesse abbiano provocato un’immedesimazione diversa negli ascoltatori, ma personalmente non ho avuto problemi nel ritrovare “la mia” Bocca di Rosa o “il mio” Giudice nelle figure tratteggiate in Ballata per Fabrizio De Andrè. Uniche, modestissime, perplessità, l’Angiolina di Volta la Carta l’avevo interpretata inizialmente come Nina, protagonista di una delle ultime canzoni di De Andrè (Ho visto Nina volare), e avrei voluto trovare nel libro anche il padre che piange straziato la morte del figlio in Sidun, una delle figure più toccanti nel ricco panorama umano disegnato dal poeta genovese (del resto impossibile da riprodurre completamente nel libro).
Il fumetto è strutturato come una piece teatrale, in quattro atti, in cui se la scenografia è assente a livello palese (l’ambientazione onirica del racconto prescinde dalla costruzione di fondali) è invece presente nella scelta della cornice delle tavole, diversa per ognuno dei quattro atti ma sempre richiamante Le Nuvole (album di De Andrè datato 1990), che vanno diradandosi di atto in atto, dalla cupa cornice dell’incontro fino al sereno della catarsi finale.
Nulla da dire sulla confezione del libro. Cartonato, con sovracoperta, prezzo competitivo, dotato di una buona sezione di approfondimenti, anche sotto il punto di vista della mera presentazione la BeccoGiallo ha fatto un ottimo lavoro, proseguendo nella sua filosofia di fumetti che sappiano abbinare, nel prodotto finale, una pregevole ricerca grafica e artistica al rigore di operazioni storiche e filologiche mai banali.
Chi era Toni Chichiarelli? Un ragazzo con un buon talento nella pittura, che dall’Abruzzo arriva a Roma negli anni ‘70, e si inserisce subito in un ambiente di criminali, estremisti di destra e di sinistra. Tutti i suoi amici sono informatori della polizia o dei servizi.
Toni Chichiarelli è “il falsario di stato”, passato alla storia per aver confezionato nel 1978, durante il sequestro Moro, il falso comunicato numero 7 delle Brigate Rosse, che portò centinaia di mezzi e persone a esplorare, in Abruzzo, il lago della Duchessa, peraltro in quel momento completamente ghiacciato.
Toni Chichiarelli vive tra donne, droga e soldi, e sarà protagonista, solo qualche anno più tardi, della rapina del secolo: 30-35 milardi (forse anche di più) rubati in un solo colpo. E vive sempre citando le sue “opere” del passato: le Brigate Rosse, Pecorelli, il sequestro Moro.
Toni Chichiarelli muore nel 1984 in seguito a un agguato da italiano perfetto: bugiardo e fedifrago, talentuoso, ladro, ironico, traditore e (infine) tradito.
Con una tecnica simile a quella del Lucarelli di “Blu Notte”, Nicola Biondo e Massimo Veneziani hanno raccontato nel prezioso libro Il falsario di Stato la vita di Toni Chichiarelli. Leggetela.
Un saggio di Wu Ming circolato qualche mese online (ma a breve sarà in libreria) aveva aperto un dibattito sulla Nuova Epica Italiana a cui pochi autori si erano sottratti. Se ne è parlato anche a novembre a Scrittorincittà, il festival letterario di Cuneo. Ora tutti gli interventi sono disponibili in rete in formato audio. Potete trovarli in calce a questo intervento firmato da SIC (”Scrittura Industriale Collettiva”) e intitolato “Letteratura come network”.
Dopo la Scuola dei disoccupati di Zelter, dalla Germania arriva un altro romanzo-pamphlet contro il sistema educativo. È Sala professori di Markus Orths, tradotto da Voland in estate dopo un notevole successo in patria. Come allo Sphericon, dove i disoccupati tedeschi venivano rieducati alla disciplina del lavoro, anche nella scuola di Goeppingen narrata da Orths si applicano le più raffinate tecniche di sorveglianza. Ma il “Panopticon” stavolta punta sui professori. Il protagonista Kranich, docente in prova, si scontra con il sistema scolastico tedesco che coniuga burocrazia militaresca e competitività aziendale per soddisfare le manie di dirigenti scolastici e genitori che, racconta Orths, “hanno ampiamente dimostrato come persino la più marginale delle questioni meriti una visita dall’avvocato”. E ci ricorda il nostrano “Mal di scuola” scritto da Marco Imarisio, in cui mamme e papà sono ormai i “sindacalisti degli alunni”.
di Andrea Capocci - Il quarto romanzo di Omar di Monopoli pare tratto dal testo di una canzone dei Baustelle, “Spaghetti western”, anche se di solito sono loro ad ispirarsi ad libri, sculture, articoli e vite altrui. In “Ferro e fuoco” va in scena il tavoliere delle Puglie, la miniera dell’oro rosso che riempie lo scatolame dei supermercati di tutto il mondo. È lì che si spostano le maiuscole: il sistema Paese declamato da Emma Marcegaglia si trasforma in ‘o Sistema-paese, vissuto in prima persona da Sandokan e Saviano. Nel Tavoliere di Di Monopoli (ma è anche quello di Andrea Pazienza) il Pellicano controlla un piccolo esercito di scagnozzi e guardie corrotte, che a loro volta si sfogano su rumeni, polacchi, turchi e nigeriani deportati a fare gli schiavi per fare sì “che i nostri maccheroni al sugo restino i migliori” (Baustelle, op. cit.). E a ognuno tocca la sua droga: la coca al Pellicano per i festini, le anfetamine agli schiavi per arrivare vivi al tramonto. Violenze senza tetto né legge tra uomo e uomo, e tra uomini e una donna, Mahriela, di cui Andrej, il rumeno, è innamorato. E quando lei muore, saltano gli equilibri fragili. Perché le leggi non ci sono, ma gli sgarri sì, e si pagano senza diritto di difesa né habeas corpus.
Si dice, “è il Sud”. ma non è vero. Il Gargano è alla stessa altezza di Roma, e non è solo un fatto geografico. È proprio quello il cuore dell’Italia, non è un’anomalia che verrà corretta dalla modernità. Semmai, sarà quel “Sud” a mangiarsi il nord, ad esportare il suo business model in tutto il Belpaese e anche oltre. Lo vediamo già, nelle fabbriche tossiche del nord-est del miracolo, nella Romania invasa dai nostri puttanieri, nei festini degli onorevoli rattusi negli hotel di via Veneto: è lì che si fa l’Italia, e che si muore.
Enrico Brizzi è uscito dal gruppo ormai da un po’, e non si occupa solo degli scapigliati bolognesi ormai dai tempi di Jack Frusciante. L’inattesa piega degli eventi sembrerebbe dunque la definitiva prova della maturità: 500 pagine di falso romanzo storico (si dice “ucronico”, adesso) basato sull’ipotesi Cosa sarebbe successo se il fascismo fosse sopravvissuto alla seconda guerra mondiale? Come Fatherland di Harris, che riferiva la stessa domanda al nazismo. Invece no, il tema è lo stesso: come Jack Frusciante, anche L’inattesa piega è dedicato proprio alla sua generazione di post-trentenni.
Recuperiamo da Carmilla la nuova versione arricchita ed aggiornata del saggio di Wu Ming 1 sulla “New Italian Epic”. Questa “versione 2.0″ verrà presentata e discussa con l’autore a Milano il 25 settembre, h.18:30, all’Informagiovani, via Dogana 2 (Piazza Duomo).
da “il Messaggero” - Un’ironia sempre arguta, cui si sommava una lucida capacità di analisi che faceva leva sull’esplorazione dei più minuti dettagli del quotidiano. Erano questi i segni distintivi dello stile inconfondibile di David Foster Wallace, autore di culto della letteratura americana contemporanea suicidatosi nella sua casa californiana.
Foster Wallace, nato a Ithaca nel 1962, aveva deciso molto presto di dedicarsi a tempo pieno alla narrativa: La scopa del sistema, da lui stesso definito “un romanzo di formazione di un giovane wasp ossessionato dalla filosofia di Wittgenstein e Derrida”, apparve nel 1987 e ricevette dalla critica un’accoglienza entusiastica. Il successo dell’opera d’esordio si ripetè con Il rap spiegato ai bianchi, un saggio composto a quattro mani con Mark Costello, e con la raccolta di racconti La ragazza dai capelli strani (1989) che lo lanciò come il vero erede dei padri della sperimentazione postmoderna statunitense grazie a una sorprendente capacità di mescolare materiali e di intrecciare i generi. “Il mio modo di scrivere è quasi sempre argomentativi perché segue il mio carattere, il mio modo di essere. So che ogni aspetto dell’esistenza ha molti volti e io cerco di rendere conto di ognuno. Ne risulta una certa confusione, che mi auguro interessante”, disse in un’intervista.
A consacrare definitivamente la fama su scala planetaria di questo ragazzo imponente sul piano fisico, con i capelli lunghi legati con una bandana, fu nel 1996 uno sterminato romanzo dal titolo misterioso (Infinite Jest, ovvero “Scherzo infinito”) nel quale offriva il minuzioso resoconto di quanto accade in un’America del futuro dove il potere è nelle mani di un gruppo di pazzi con tendenze criminali, “una terra che diventa una sintesi da incubo tra Disneyworld e gli inferni di Bosch”, osservò uno dei recensori. Il libro, che in originale è lungo 1200 pagine (di cui circa cento di note), diventate 1400 nella traduzione italiana uscita da Fandango, fa entrare Wallace nel Gotha della narrativa di lingua inglese di fine millennio.
Estraneo alla mondanità letteraria (ma senza gli eccessi da “invisibile” alla maniera di Salinger o di Pynchon), David Foster Wallace ha vissuto a lungo a Bloomington, città dell’Illinois dove ha insegnato nel locale ateneo. Di recente si era trasferito a Pomona, nei pressi di Los Angeles, scegliendo la tranquillità garantita da una cattedra in una piccola (e quasi sconosciuta) università di provincia. Nel 1999 è apparso Brevi interviste con uomini schifosi, il secondo volume di racconti, e nel 2004 Oblio, terza raccolta di storie con protagonisti personaggi eccentrici, spesso innamorati della filosofia e della matematica, persi in privati universi fantastici e assolutamente incapaci di scendere a patti con la realtà.
I saggi di Foster Wallace, spesso usciti su piccole riviste indipendenti, sono raccolti nel volume Considera l’aragosta (2005) e offrono il graffiante ritratto di un’America profonda e sconosciuta ai media, confermandone le doti di pittore dell’ipermoderno e della cultura pop. La cerimonia per la consegna degli Oscar del porno gli permette così di ragionare sui misteri della libido, un festival organizzato nel Maine per promuovere il consumo di crostacei lo spinge a riflettere sul dolore, un viaggio al seguito di un candidato alle primarie presidenziali del 2000 gli suggerisce considerazioni sull’influenza dei media sul dibattito politico. Foster Wallace si sofferma su vicende ordinarie accentuandone le caratteristiche surreali, mentre gli elementi di follia presenti negli uomini e nelle donne di cui si occupa vengono ritenuti indizi di un disagio di portata più generale. Sotto questo profilo il saggio migliore è quello in cui racconta la mattina dell’11 settembre 2001 in una città dell’Indiana: mentre le Torri crollano, gli uomini e le donne del Midwest cercano di sfuggire all’orrore mostrato dalle tv precipitandosi a tosare l’erba dei loro giardini. Un gesto istintivo, commenta Foster Wallace, compiuto per proteggere un piccolo mondo antico che gli effetti degli attentati distruggeranno in fretta. Definito dall’amico e collega Jonathan Franzen, “l’erede contemporaneo della tradizione comica di lingua inglese che ha avuto inizio con Swift e Sterne”, Foster Wallace è stato proposto in Italia da Einaudi, Fandango e Minimum Fax.
Capita anche verso i quaranta di imbarcarsi *nel libro di formazione* che avresti voluto incontrare quando ne avevi venti, di anni. Soprattutto se la nostra eroina è Luce, Lucinda: una thirty-something, me la immagino bella come la Wynona di Taxisti di notteo di Reality Bites (in italiano Giovani, carini e disoccupati; oggi sarebbe precari?), splendida bassista di un gruppo senza nome, ma dal pezzo perfetto: Monster Eyes. Alle prese con un lavoro precario in un’opera d’arte che è un quanto mai reale sportello reclami immaginari di un artista fallito, autoaffermatosi gallerista. Mentre il cantante, amante ossuto, emaciato è alle prese con una cangura depressa; il poeta chitarrista chiuso in casa a vedere per la centesima volta un Fritz Lang in bianco-nero e la batterista che prova a battere i tempi delle loro vite.
Poi arriva l’affascinante reclamante, uomo fatto e grasso; mentre loro quattro, tutti stecchi, con i capelli prima troppo lunghi e poi rasati con le forbicine. “Non è grasso, è solo un uomo fatto. Siamo noi quelli che sembrano strani. Siamo anoressici, siamo degli spettri, siamo degli stecchi”.
Intorno un bestiario di artistoidi, musicanti dopo i fallimenti, visionari fuori tempo massimo, senza il perdersi della “più lucente corona degli angeli in cielo”, ma quasi.
“I sognatori che erano loro, che stavano distruggendo le loro chance alla radio dal vivo, che arrivavano in ritardo alla festa che doveva essere la loro vita, che erano andati a scuola senza pantaloni”. (more…)
Quando Walter Siti si libera del suo personaggio, ammiccante alla propria mediocrità, e esibito in Troppi paradisi come figura esemplare del degrado dell’Occidente (un’esemplarità tutta negativa, ma non per questo meno compiaciuta), allora dalla sua penna escono narrazioni di grande potenza.
Questa è la cronaca di un sabato sera, del sabato sera di ieri. Ci sono cose che mentre le vivi ti sembra che valga la pena di raccontarle, e ti sembra che ti siano capitate perché vengano scritte. È la mia piccola, misera gomorra di quartiere, figlia di un numero di ore – dalle dieci fin verso le tre – passate sulla Panda nera di un amico, Ste, a girare intorno a Milano con un pacchetto di sigarette, due vescichette dietro la caviglia e un satellitare tedesco che quasi non conosce la parola «sinistra». (more…)
Mancano 10 giorni alla presentazione di SUPERMART
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aperto tutti i giorni dalle 16.30 alle 22.30
Domenica e Lunedì chiuso
+
Libreria Caffè Flexi
via Clementina 9 - 00184 ROMA
telefono +39 06 48913252 www.libreriaflexi.it
info@libreriaflexi.it
aperto tutti giorni dalle 18 alle 1.00
Martedì chiuso
Era certamente inviso ai fascisti, che alla fine degli anni Trenta abrogarono il meticciato per legge. Ma il partigiano Giorgio Marincola doveva esser visto con qualche stupore anche tra i suoi compagni di lotta. Perché lui aveva la pelle nera: era nato nella Somalia occupata nel 1923, ed il padre militare lo aveva portato con sé in Italia tre anni dopo. Giorgio non aveva dimenticato le sue radici: avrebbe studiato le malattie tropicali per tornarsene in Somalia ed alleviare, almeno dal punto di vista sanitario, il sottosviluppo di quella regione. Avrebbe, perché la guerra ne deviò il percorso. Giorgio Marincola non sopportava la sopraffazione, l’ingiustizia, la mancanza di libertà: dunque non poteva non essere antifascista e non combattere contro il nazifascismo a Roma come in Val di Fiemme, dove fu ucciso nell’ultima strage nazista. Aveva ventidue anni.
Una volta all’anno la Scuola Holden di Torino organizza un Seminario sul narrare. Si tratta di quattro giorni di studi aperti a tutti gli studenti della scuola inventata da Alessandro Baricco per conoscere l’esperienza di un grande autore. Quest’anno è il turno dell’americano William Langewiesche, scrittore e giornalista d’inchiesta, una delle firme più importanti dell’edizione americana di Vanity Fair. (more…)
«Siamo il sangue nuovo che scorre nelle metropoli». Il Majakovskij reinterpretato dagli attivisti del Leoncavallo sintetizzava bene la scommessa politica che i centri sociali volevano rappresentare alla fine degli anni Ottanta. Un decennio di controrivoluzione neoliberale aveva cambiato radicalmente il panorama sociale delle metropoli italiane. Le mappe di Milano, Roma, Bologna, Firenze, Napoli, Torino non si erano solo arricchite di nuovi quartieri, ma segnalavano anche la presenza di intere aree dismesse che avevano costituito, solo una manciata di anni prima, luoghi simbolici di quel conflitto operaio e sociale che aveva lanciato l’assalto al cielo. Capannoni industriali, laboratori artigianali, vecchi palazzi, scuole pubbliche fatiscenti e perfino vecchie caserme militari erano stati svuotati degli uomini e delle donne che li avevano fatti diventare punti di riferimento politici, sociali, perfino architettonici. Occuparli sembrava un gioco da ragazzi. E quando il Leoncavallo era riuscito vincente dal conflitto dalla giunta leghista che lo voleva sgomberare, il virus si era diffuso in tutta Italia.(more…)
Il romanzo solista di Wu Ming 4 ha suscitato interpretazioni ed elogi, come avviene per molti libri, ma l’autore e la sua crew non si sono limitati a ringraziare i gentili recensori: rispondono, argomentano, ospitano le frasi degli altri sul blog del romanzo. (more…)
Metropoli per principianti di Gianni Biondillo è un libro da leggere, assolutamente: per capire davvero cosa significano parole come “paesaggio urbano” e svicolare dalle dispute architettoniche ufficiali. E perchè è un gran bel libro, soprattutto. Estratto.
Perché dire che, in fondo, le periferie sono tutte uguali significa non dare loro una dignità di spazio, di territorio. Non riconoscere loro le dinamiche storicosociali che le hanno create, non restituire la diversità delle popolazioni che le abitano, che le vivono. Fosse per me sarei pronto a dire, provocatoriamente, l’esatto opposto: le periferie sono tutte diverse, l’una dall’altra, sempre. Molto più diversificate dei centri storici, tutti uguali, tutti riconoscibili come tali, tutti simbolicamente immobili. È come se volessimo negare il ‘900, è come se ci fossimo rinchiusi nel confortante panorama della Storia, colmi di nostalgia. A questo ci serve ormai il centro storico. È la quinta teatrale della rappresentazione di una identità collettiva spesso fittizia. Come tale è molto più falso degli spazi che viviamo, quotidianamente. Ma la rappresentazione identitaria ci rassicura. È l’idea di una rassicurante immutabilità del passato, rispetto alla mobilità incontenibile del presente. Inutile dire che il passato si modella, sempre, in funzione del nostro presente. Inutile dire che ogni nostro panorama (fisico e umano) è destinato alla mutevolezza, pena l’atrofia, pena la sconfitta del futuro.
“I 300 mila cristiani europei che si convertirono all’Islam tra Cinquecento e Ottocento erano in fuga da un sistema oppressivo che non permetteva nessun riscatto sociale. L’Islam rappresentava una reale possibilità di cambiamento delle proprie condizioni di vita”. Massimo Carlotto ha raccontato la storia dei “cristiani di Allah” nel suo ultimo romanzo (Cristiani di Allah, 200 pagine, 12,50 euro, edizioni e/o 2008), un “noir mediterraneo” ambientato ad Algeri nel 1542: “Per sconfiggere lo ‘scontro di civiltà’ dobbiamo rivendicare le nostre radici comuni di “mediterranei” – dice in questa intervista a Resetdoc – Io vedo il Mediterraneo come un mare chiuso dove è nata un’unica civiltà divisa poi in due culture”.
Perché scrivere oggi un romanzo sui rinnegati nel Mediterraneo?
Per recuperare una storia “negata”, scomparsa dalla memoria collettiva occidentale per motivi religiosi e politici. Io vedo il Mediterraneo come un mare chiuso dove è nata un’unica civiltà divisa poi in due culture. L’identità aperta è lo strumento per poter vivere questa consapevolezza e sviluppare un dialogo.
[Letizia Muratori è una delle più importanti autrici italiane contemporanee. Ha pubblicato per Einaudi Stile Libero i romanzi Tu non c’entri e La vita in comune. Per Adelphi sta per uscire La casa madre, chiasmo tra due racconti lunghi su cui si ragionerà in Carmilla. La recensione di Muratori allo splendido “oggetto narrativo” di Giacopini è condotta utilizzando alcuni parametri del memorandum sul New Italian Epic, enunciati da WM1. gg]
Documentare vite alternative, fare storia alternativa.
Nel saggio New Italian Epic Wu Ming 1 segnala tre esempi di mockbiopic, cioè biografie deviate e alternative rispetto ai fatti storici: Il signor figlio di Alessandro Zaccuri, L’uomo che volle essere Perón di Giovanni Maria Bellu [clicca per leggere la recensione di Giancarlo De Cataldo, N.d.R.] e Havana Glam di Wu Ming 5. Ovvero Leopardi a Londra dopo il 1837, Perón sardo, e David Bowie simpatizzante comunista.
Su necessità e importanza del lavoro di WM1 tornerò al più presto e con l’attenzione che merita. Al momento ne approfitto per ragionare su Re in fuga di Vittorio Giacopini (Mondadori, € 17.50), libro che per certi versi rientra nella categoria dei titoli appena citati. Si tratta della vita di Bobby Fischer. Anche in questo caso siamo in territorio mock.(more…)
Le città saranno salvate da ciclisti, giardinieri urbani, hackers e biofuelers, tra le poche categorie oggi a saper inventare un nuovo futuro. Tesi stravagante, può darsi. Ma esposta seriamente e con argomentazioni che non possono essere liquidate con un’alzata di spalle. A sostenerla è Chris Carlsson nel suo libro Nowtopia, uscito ad aprile in Usa e ora in giro per il mondo con l’autore. Carlsson, noto per la sbrigativa e non del tutto esatta - per sua stessa ammissione - definizione di «inventore della Critical Mass», il movimento mondiale di gente in bicicletta che rivendica anche per sé le strade intasate da automobili, sarà in Italia e a Roma il 29 maggio, in coincidenza con i 4 giorni della Critical Mass Intergalattica (www.ciemmona. org). Ne parlerà alla libreria Flexi di v.Clementina 9, a partire dalle 20.00.
Quando hai scoperto l’importanza del «tempo autorganizzato» per raggiungere scopi radicalmente differenti dal «lavora, compra, paga, crepa»?
Ho aiutato a far partire la rivista Processed World nel 1981, e ci siamo resi conto subito che per molti di noi il «vero lavoro» iniziava una volta finito ciò che ci pagava. La passione e il desiderio di fare lavori come scrittura, organizzazione, teatri di strada, musica, storia, filosofia erano forti e il lavoro pagato non faceva altro che toglierci il tempo per il nostro
lavoro importante. Certo bisognava comunque avere soldi per affitto e cibo, quindi rubavamo tempo e risorse ai lavori pagati per poter svolgere il lavoro che ritenevamo importante. Nowtopia è cresciuta grazie a questi 25 anni d’esperienze
e di sensibilità.
E trovi che stia effettivamente succedendo qualcosa? Intendo qualche cambiamento nella concezione di «impegno».
Il concetto di «esodo» così come descritto da Virno e Hardt/Negri è uno strumento concettuale molto utile per capire cosa sta succedendo. Invece di rimanere in impieghi deludenti, la gente sta cominciando a lasciare il lavoro appena può. Ma non sanno dove andare, quindi invece di tentare di trovare significato e utilità nel lavoro pagato, danno vita a nuovi tipi di iniziative e progetti: molti nell’ultimo decennio, ma anche due o tre generazioni dopo la seconda guerra mondiale la gente si metteva assieme per fare del lavoro visto come espressione della loro completa umanità, per affrontare i veri problemi: quelli ecologici o della vita quotidiana. Ma tutto ciò può solo essere fatto sotto il loro controllo, secondo i loro termini, con persone liberamente scelte e in modi che decidono loro. In altre parole, non come un lavoro.
Nel tuo libro parli spesso dei lavoratori come epicentro e fulcro del cambiamento. Ma in tutto il mondo la «working class» ha paura e si sposta a destra, si chiude. Di che classe parli, quante ce ne sono?
Ho una definizione molto ampia della «working class» che racchiude chiunque lavori per uno stipendio o un salario. La mia discussione sulla classe, che serve in parte per smontare
il mito della «middle class», prova a enfatizzare come il nostro lavoro comune produce il mondo che ci opprime tutti, in vari modi. I flussi e riflussi delle politiche elettorali hanno parecchie spiegazioni. Non mi sorprende che molti impiegati che vedono la loro vita scivolare nella globalizzazione e nella ristrutturazione possano abbracciare programmi di destra che promettano stabilizzazione e protezione delle loro vite. È una menzogna, ma la voglia di sicurezza e tranquillità è molto forte, ed è un aspetto che i radical non sono riusciti a indirizzare bene. In Nowtopia descrivo attività già in corso, che pongono la base sociale e tecnologica per una vita post-capitalistica, molto probabilmente largamente post-petrolio.
Non c’è nessuna certezza che questi sforzi riescano e, anche se diffusi, siano sufficienti a cambiare la vita sul pianeta. Ma sono un punto di partenza molto importante, un luogo dove le persone sono già occupate a riappropriarsi del loro tempo e sapere tecnologico, dirigendo l’apparato della vita moderna verso nuovi obiettivi che siano in linea con la crisi ecologica, con la crisi di significato, con il crollo delle classi e delle comunità, e con la voglia di un nuovo tipo di vita sociale: animati da uno scopo condiviso, basato su un nuovo popolo con un forte senso di quanto meglio la vita possa essere in confronto ad ora.
Insisto: in 25 anni qualcosa sarà pur successo.
Il più grande cambiamento negli ultimi 25 anni e stato il crollo di qualsiasi componente della sinistra tradizionale e la ristrutturazione del lavoro in modo tale che nessuno possa contare su un impiego che possa durare a lungo. Sono tutti precari ora, non c’è più quella stabilità associata a molti impieghi. Il lavoratore raramente resta nello stesso posto per più di un paio d’anni al massimo. Ne deriva il crollo di qualsiasi senso di storia, la trasmissione di esperienze e di vite si perde, le relazioni sono transitorie e temporanee. Una delle conseguenze più evidenti è ciò che io chiamo «la più grande accelerazione nella storia umana». Nessuno va a vedere l’amico se non ha mandato un paio di mail o di telefonate prima della visita. Nessuno ha più tempo per la spontaneità. A ciò si oppongono le iniziative «nowtopiche» che descrivo: sforzi deliberati per ristabilire comunità attraverso attività pratiche spesso rivolte a necessità di base, quali trasporto, carburante, cibo, comunicazioni.
In queste comunità neonate vediamo l’inizio di una ricomposizione della «working class»
in termini estremamente generici, basato sul vero lavoro che si svolge al di fuori della rapporto salariale.
Passiamo alla bici e al movimento personale in città, «nowtopismo» che tu indichi come uno dei fattori di «rivoluzione urbana». È difficile pensare che davvero il concetto di «esodo» possa attecchire in un paese dalla mentalità devastata come il nostro. In Italia c’ è la più alta concentrazione di automobili del mondo, e la macchina è vista come un membro della famiglia. Le esperienze che descrivi possono essere utili per guarire da questa schiavitù mentale, o ci riuscirà solo la tempesta economica in arrivo?
Non ho mai parlato di un movimento di massa che possa diventare maggioranza. Sto descrivendo tentativi, nella maggior parte di invisibili comunità, di rifiuto pratico della vita in termini capitalistici, che vengono appoggiate da relativamente piccole quantità di persone sul momento.
Ma potrebbe essere un inizio di cambio culturale con la rapida espansione della Critical Mass in giro per il mondo, l’incremento dell’uso della bicicletta nelle zone urbane e l’emergere dei legami fra il «cool » e l’andare in bicicletta. Potrebbe significare che l’ossessione predominante (e pesantemente finanziata) per le macchine troverà la sua sfida nell’alternativa della bicicletta.
Tu citi anche i «biofuelers» come gruppi in grado di creare cambiamento. Ma cresce la consapevolezza che usare l’agricoltura come fonte di carburante può portare a disastri alimentari di portata mondiale.
I «biofuelers» di cui parlo sono attivisti che stanno cercando alternative di piccola scala. Sono estremamente critici sull’invasione aziendale dei «biofuels» e si oppongono all’approccio capitalistico che sta contribuendo alle crisi alimentari, anche se non ne sono la sola causa. Nel mio capitolo sui «biofuels» faccio una distinzione netta fra «biofuels» sostenibili, basati sui rifiuti locali, olio vegetale e provviste locali di rifiuti tossici e la produzione di etanolo e di carburanti provenienti da materie alimentari guidate da grosse
multinazionali come la Archer Daniels Midland o la Chevron.
Intervista di Luca Fazio a Chris Carlsson, l’ideatore della Critical Mass di S. Francisco nel 1992, tratta da “il manifesto”, domenica 11 agosto 2002.
Com’era la situazione nel 1992?
A San Francisco per le biciclette è sempre stata piuttosto dura. Negli Stati uniti, anche se per legge le biciclette hanno tutto il diritto di circolare, l’automobile è sacra. L’impianto stradale di San Francisco è stato concepito solo per le automobili e fino a dieci anni fa poche persone avevano il coraggio di scendere dall’auto per salire su una bicicletta. Se pedalavi, rischiavi di finire per terra fuori strada. I ciclisti prima di Critical Mass erano degli individui che passavano nella stessa strada senza conoscersi e senza entrare mai in contatto tra loro. Poi, una scelta individuale considerata stravagante si è trasformata in una svolta collettiva per la conquista di uno spazio di libertà. Una specie di “xerocrazia” dove ognuno fa quello che gli pare, nel gruppo si chiacchiera, si stringono amicizie, ognuno è libero di prendere l’iniziativa.
Come è andata la prima volta? Dopo cinque o sei mesi di interminabili discussioni, ho proposto di incontrarci una volta al mese per organizzare una sorta di coincidenza collettiva. Per due settimane ho girato San Francisco mettendo un volantino su ogni bicicletta. Alla fine, era il 25 settembre del 1992, un venerdì, ci siamo trovati in un punto preciso alle 18 del pomeriggio - in Market Street - perché volevamo riunirci tutti insieme per tornare a casa dal lavoro in bicicletta, come una massa compatta che le automobili non avrebbero potuto fare a meno di superare. Avevamo intenzione di chiamare tutto questo “Commute Clot”, come un blocco nelle vene che fa saltare il sistema circolatorio, poi abbiamo scelto “Critical Mass.”
E’ filato tutto liscio? Le prime volte eravamo come invisibili, circa 45 biciclette, la gente ci salutava sorridendo come si sorride a una comitiva che va a farsi una scampagnata. Fin da subito la piccola massa critica ha espresso una contraddizione: c’erano ciclisti che non vedevano l’ora di bloccare il traffico e fare casino con gli automobilisti perché li consideravano avversari, altri invece, la maggioranza, cercavano di farseli alleati: scendete dall’automobile, gridavano. Il nostro slogan era: “Noi non blocchiamo il traffico, noi siamo il traffico”. E’ stato subito un successo, perché non si trattava di una manifestazione per conquistare qualcosa in futuro ma di una cosa bella da vivere nell’immediato, era come se si fosse concretizzata la possibilità di crearsi uno spazio dove sperimentare un mondo migliore da vivere subito. Le prime volte arrivava gente che ci portava fiori e noi li gettavamo agli automobilisti.
Possibile che nessuno ce l’avesse con voi? Beh, quando siamo diventati un migliaio il traffico di San Francisco si è bloccato completamente. La polizia non sapeva come comportarsi, arrivava e cercava di individuare chi avesse organizzato la manifestazione, voleva parlare con il “leader”, chiedevano se era un appuntamento politico o sportivo. Facevano multe a caso, 50 o 200 dollari, per esempio se un ciclista passava col rosso, ma non ha funzionato: presentavamo ricorso in tribunale, poi è bastato rispettare le regole del traffico per farli impazzire.
Un venerdì però è finita male… Nel luglio del 1997 il sindaco di San Francisco si era messo in testa di sradicare Critical Mass. Voleva aprire una trattativa e si affannava a cercare un leader per raggiungere un ragionevole compromesso. Insomma, voleva stabilire una specie di percorso protetto per trasformare il tutto in un’insipida parata ecologica. A dire il vero, qualche leader improvvisato è andato a trattare, ma Critical Mass non ha mai risposto ad alcun leader e il tentativo del sindaco è fallito. Quel giorno il sindaco si è presentato all’appuntamento per augurarci buon divertimento, ma ha raccolto solo una tremenda bordata di fischi. La polizia era già piuttosto nervosa. Al primo tentativo di blocco, più di 7 mila ciclisti si sono sparpagliati come uno sciame per tutta la città bloccandola completamente. Non sapevano più cosa fare. Gli elicotteri volteggiavano in cielo senza sapere dove andare, sono arrivati i poliziotti con i caschi anti-sommossa e hanno inutilmente cercato di costruire una diga per bloccare la massa critica. Alla fine, sono riusciti a imbottigliare un centinaio di ciclisti, prima li hanno pestati per bene e poi li hanno arrestati: a ripensarci adesso fa anche un po’ ridere vedere un cop tutto bardato che manganella una povera ciclista, ci sono le foto…
Adesso il venerdì è tutto ok? I poliziotti hanno imparato che non possono controllare Critical Mass, hanno anche imparato che devono stare alla larga. Ci tollerano. Ormai siamo circa 7-800 ciclisti fedeli e un venerdì al mese San Francisco ha lo stesso “problema”.
Ma essere ignorati non può anche significare che la massa critica è stata assorbita e quindi disinnescata? Insomma, la mancanza di conflitto non rischia di fiaccare i movimenti? La storia non finisce mai. E’ proprio in quel momento che si può portare un’esperienza a un altro livello: perché se veniamo lasciati soli siamo davvero liberi di rendere le nostre iniziative più interessanti, il difficile è che a questo punto tocca a noi. Quando il conflitto rientra, siamo gli unici responsabili dello spazio che ci siamo guadagnati.
Dopo dieci anni, quali risultati concreti avete ottenuto? Molti. Intanto la città è cambiata radicalmente: basta pensare che dal 1992 a San Francisco ci sono in circolazione il 700% di biciclette in più. Oggi finalmente la bicicletta esiste nella testa della gente, anche se è difficile misurare il grado di consapevolezza delle persone sulla reale portata politica di questo cambiamento. Sono convinto che chi ha partecipato a Critical Mass è cambiato, perché la gente, anche persone che con la politica non avevano niente a che fare, ha sperimentato per una volta che si può essere protagonisti di un cambiamento, anche se piccolo.
Davvero non c’è niente che non abbia funzionato? Mi sarebbe piaciuto che lo spirito situazionista di Critical Mass avesse contagiato altri punti di rottura del sistema dove stanno nascendo i conflitti. Invece non è così.
Perché proprio attraverso la bicicletta è stato possibile aggregare una massa inedita capace di porre con forza una questione fondamentalmente politica? Quanto conta il mezzo? In una società dove il capitalismo governa tutto e lo scontro di classe, incredibilmente, sembra superato - in America tutti sgobbano ma si credono potenziali milionari… - credo che nel trasporto ci sia ancora un piccolo spazio per sottrarsi alla strategia del controllo: staccarsi dal volante dell’automobile. Magari lo fai anche perché sei spinto da alcuni principi anti-sistema, ma il fatto è che appena pedali stai bene perché realizzi subito alcuni tuoi bisogni. Salire in bici è un modo immediato per disertare un mondo atomizzato realizzando subito qualcosa di diverso.
Il problema è come tradurre una scelta individuale in una azione politica. Per molti la forma più normale di resistenza alle forze economiche più deteriori è il sabotaggio, l’attacco frontale, l’azione collettiva. Io personalmente sono molto più individualista. Se qualcosa nei meccanismi che regolano la società non mi piace, semplicemente dico “ciao, io me ne vado”. Per molti della mia generazione la forma più normale di opposizione è la diserzione. Non mi piace stare fermo in coda col culo incollato al sedile? Mollo l’auto e mi diverto molto di più. Il problema però è che le scelte individuali sono poco visibili, poco politiche. Noi disertori dobbiamo metterci insieme in gruppi temporanei e far vedere agli altri quanto si viva meglio da disertori, in un’azione di comunicazione in positivo, da individuo a individuo. Credo che questo sia il significato di Critical Mass.
Immagino che attorno alla massa critica sarà fiorito un marketing molto insidioso. Siete di moda? In America si vende tutto e ce l’aspettavamo, eppure non è successo. Siamo sempre stati tutti d’accordo nel non voler commercializzare questo spazio libero, sottrarsi al consumo è un altro modo per disertare questo tipo di mondo.
A Milano ho visto una bici in vetrina, mi ha colpito l’estetica aggressiva del modello e il fatto che venisse pubblicizzata con lo slogan “illegal bike”. Forse il mercato ha già inventato il prodotto giusto per il ciclista critico? Non penso che si siano ispirati a noi. Nelle città americane ci sono i “messangers“, quelli che voi chiamate pony express. Forse quella bicicletta riprende l’estetica dei ciclisti-postini. Sono molto aggressivi e spericolati, fanno i duri, hanno i polpacci tatuati…anche loro vengono con noi il venerdì sera ma si annoiano subito se non ci sono scontri con la polizia. In America c’è una vera sub-cultura dei ciclisti machos, organizzano bike-rodeos, gare a lancia in resta, ci sono anche bici con razzetti sputa fuoco…
Un consiglio per le neonate masse critiche italiane
Concentratevi sul piacere e divertitevi: Critical Mass serve a dire che non bisogna aver paura di abbassare lo standard di vita. Si può vivere bene anche guadagnando meno, spendendo meno, lavorando meno. L’auto è una macchina che succhia energie, soldi, tempo. La sua funzionalità è sopravvalutata, la verità è che le auto servono a far girare soldi e produrre posti di lavoro. Anche l’industria bellica crea lavoro, ma questo non vuol dire che vada difesa
Da circa una ventina di giorni è scaricabile sul sito dei Wu Ming un breve saggio di Wu Ming 1 (Roberto Bui) intitolato “New Italian Epic”. Titolo evocativo per una riflessione culturale che parte da lontano, dal settembre 2001 di fronte agli aerei schiantatisi sulle Twin Towers, sebbene sia stata formulata in occasione di una recente conferenza dello stesso Bui al Mit di Boston. Il testo fa il punto su quella che è stata individuata da Bui, ma anche da Carlo Lucarelli su Repubblica, come la nuova tendenza della narrativa italiana degli ultimi cinque anni.
Che sta succedendo quindi? Esiste davvero un movimento coeso e inedito, nonché chiaramente identificabile, che possa dare il segno di una discontinuità tematica e stilistica con il recente passato? Secondo me esiste, ma la questione non è semplice, né riconducibile a una sola scuola o a un preciso comune sentire.
Nel suo scritto, già scaricato da oltre undicimila persone, Bui compie un percorso teorico di grande interesse, proponendo una chiave interpretativa globale nei confronti di “opere letterarie” - e non di autori - che coinvolge, solo per citarne alcuni, scrittori come gli stessi Wu Ming, Evangelisti, Saviano, Genna, Scurati, Lucarelli, Guarnieri, De Cataldo, Balocchi, Muratori ma anche Camilleri e Carlotto. Il punto di partenza sono gli anni Novanta, «il decennio più avido della storia» secondo Joseph Stiglitz, e il «più illuso, megalomane e barocco», nell’analisi certo condivisibile di Bui.
Una storia d’amore improvvisa che strappa uno scrittore dalle braccia della moglie per gettarlo in quelle di una nuova donna. Lo stordimento colposo che colpisce un uomo nel pieno delle forze quando si trova a scegliere tra una persona e un’altra. La necessità di scendere a patti con le proprie pulsioni. Tutto questo e molto di più si trova in Prima di sparire (Einaudi, 16€) ultima fatica letteraria di Mauro Covacich. Scrittore tra i più in vista della generazione dei quarantenni, autore del potente A perdifiato e del best seller Fiona, Covacich sceglie questa volta la strada dell’autobiografia. Tutto romanzesco il suo approccio alla messa in pagina del passato. Uomini e donne in carne e ossa, ciascuno con il proprio vero nome, entrano ed escono di scena come personaggi letterari. La tecnica del dialogo diretto aiuta a comprimere in unità narrative brani di realtà che da soli in un libro proprio non ci potrebbero stare. Un filo tirato dalla prima all’ultima pagina tiene il lettore agganciato alla storia.
Insieme alle vicende dell’uomo alle prese con i drammi del tradimento coniugale, Covacich racconta la sua vita di scrittore di successo. Ed ecco quindi gli squarci aperti sul mondo degli autori di professione, presi in una girandola di articoli per giornali patinati, riunioni per mettere a punto sceneggiature di fiction puntualmente abortite, incontri con il pubblico degli eventi letterari.
Fa in qualche modo da contrappunto all’esperienza dell’autore la storia che questi tenta di scrivere, utilizzando alcuni personaggi di A perdifiato.
Non si tratta qui però di un escamotage simile a quello usato da Mario Vargas Llosa nel celebre La zia Julia e lo scribacchino, in cui la narrazione fantastica che alterna quella autobiografica – appena nascosta da un velo fiction – rispecchia il deragliamento emotivo dei protagonisti di quest’ultima vicenda. In questo Prima di sparire la parabola del maratoneta-artista Dario Rensich serve invece a Covacich a proiettare sulla pagina un altro sé tradito invece che traditore, tentando di riscattare la propria debolezza umana con la forza della letteratura. Una forza che il libro dispiega soprattutto grazie alla scrittura imperiosa e percussiva con cui l’autore offre al lettore il proprio stesso sbigottimento per la piega presa dagli eventi. Da questo assunto Covacich giunge, freddo, disturbante, a condividere con il lettore una dura verità: la nascita di un amore richiede in pari quota passione e spietatezza.
Anche Franz Krauspenhaar, appena più vecchio di Covacich, è in libreria con un nuovo romanzo di matrice autobiografica, Era mio padre (Fazi, 16,50€). Lo scrittore milanese racconta l’avventura esistenziale del padre Karl, un uomo davvero “larger than life”, per usare una felice espressione americana. Rampollo di una famiglia della borghesia Ceca dei Sudeti, terra di lingua e tradizioni tedesche, l’appena diciassettenne Karl si trova a combattere tra le file della Wehrmacht, l’esercito di Hitler, una delle campagne belliche più spaventose della storia: l’assalto, con successiva disfatta, all’Unione Sovietica. Scampato a una lunga serie di traumi e lutti, il giovane torna in Italia, già sua terra di nascita per caso, si sposa, mette al mondo tre figli maschi, si costruisce una carriera nel commercio, muore improvvisamente durante un viaggio di lavoro in Svizzera.
Franz Krauspenhaar, già autore di un pugno di romanzi ma più noto come blogger di Nazione Indiana, mette nero su bianco la vicenda dello scomparso Karl, ma fin dalle prime pagine di Era mio padre è chiaro che l’omaggio al genitore amatissimo è anche il pretesto per lo scrittore di raccontare le sue faccende. Gli amori pigri e malandati con donne spesso impegnate in altre relazioni. Il continuo arrovellarsi sul suo ruolo di autore. Le difficoltà di una vita divisa tra lavoro regolare e letteratura. I legami famigliari traumatizzati dal suicidio del fratello Stefano. Al centro di questo universo narrativo troneggia il padre Karl, così imponente da divorare tutte le altre presenze del libro. Una figura titanica, con la quale Krauspenhaar si confronta grazie alla sola fiducia nella letteratura in questo romanzo che ha l’andamento frammentato e circolare del mémoire, privo di veri punti d’inizio e di fine, ma con un colpo di scena nelle ultime pagine.
Interessanti gli strumenti narrativi utilizzati da Krauspenhaar: l’introspezione, l’affabulazione e più di tutto di una scrittura partecipata, toccante e sopra le righe che sembra fatta apposta per essere contrapposta a quella rigorosa e spietata di Covacich. Due autori inconciliabili tra loro. Due modi speculari d’intendere la letteratura autobiografica. Un solo tratto comune: la fiducia in uno scrivere di sé che riesce a comunicare con intensità agli altri un mondo intimo segnato da una perdita. Una ferita che, Covacich e Krauspenhaar lo sanno benissimo, continuerà a sanguinare. Ed è proprio in questa ammissione pubblica di vulnerabilità che entrambi i romanzi trovano il loro senso ultimo. La loro urgenza. La loro verità irrinunciabile.
All’inizio è soltanto una colonna di fumo, un segnale che nessuno collega allo sciame di motorini che attraversano sparati l’incrocio di via Argine, due ragazzi in sella a ogni scooter.
L’esplosione arriva qualche attimo dopo, sono le bombole del gas custodite in una baracca avvolta dal fuoco. Le fiamme arrivano fino all’estremità dei pali della luce, il fumo diventa una nuvola nera e tossica, gonfia com’è di rifiuti e plastica che stanno bruciando. Le baracche dei Rom di via Malibrand sono un enorme rogo.
Ponticelli, ore 13.30, la resa dei conti con gli «zingari» è definitiva, senza pietà. Il traffico che impazzisce, il suono delle sirene, i camion dei pompieri, carta annerita che volteggia nell’aria, i poliziotti di guardia all’accampamento che si guardano in faccia, perplessi. Loro stavano davanti, quelli con il motorino sono arrivati da dietro. Allargano le braccia, succede, non è poi così grave, tanto i rom se n’erano andati nella notte. «Meglio se c’erano», si rammarica un signore in tuta nera dell’Adidas. «Quelli dovrebbero ammazzarli tutti». Parla dall’abitacolo della sua Punto, in bella evidenza sul cruscotto c’è un santino, «Santa Maria dell’Arco, proteggimi».
Il primo spettacolo, perché ce ne saranno altri, va in scena davanti alla Villa comunale, l’unica oasi verde, con annessa pista ciclabile, di questo quartiere alla periferia orientale di Napoli, dove l’orizzonte è delimitato dalle vecchie case popolari figlie della speculazione edilizia voluta da Achille Lauro. Un uomo brizzolato con un giubbotto di jeans sulle spalle è il più entusiasta. «Chi fatica onestamente può anche restare, ma per gli altri bisogna prendere precauzioni, anche con il fuoco». Il fuoco purifica, bonifica il terreno «da queste merde che non si lavano mai», aggiunge un ragazzo con occhiali a specchio, capelli impomatati, maglietta alla moda con il cuore disegnato sopra, quella prodotta da Vieri e Maldini. Siccome non c’è democrazia e lo Stato non ci protegge, dice, «la pulizia etnica si fa necessaria» e chissà se capisce davvero il significato di quella frase.
Quando si fanno avanti le televisioni, la realtà diventa recita, si imbellisce. Il donnone con la sporta della spesa che un attimo prima batteva le mani e inveiva contro i pompieri — «lasciateli bruciare, altrimenti tornano»—assume di colpo la faccia contrita, Madonna mia che disastro, poveracci, meno male che là dentro non ci stanno le creature. Il ragazzo con gli occhialoni a specchio diventa saggio all’improvviso: «Giusto cacciarli, ma non così». La telecamera si spegne, lui scoppia a ridere. Sotto a un albero dall’altra parte della strada c’è un gruppo di ragazzi che osserva la scena. Guardano tutto e tutti, nessuno li guarda. Sembrano invisibili. I loro scooter sono parcheggiati sul marciapiede. Il capo è un ragazzo con una maglietta nera aderente, i capelli tagliati cortissimi ai lati della testa. Tutti i presenti sanno chi è, ne conoscono con precisione il grado e la parentela. È uno dei nipoti del cugino del «sindaco » di Ponticelli, quel Ciro Sarno che anche dal carcere continua ad essere il signore del quartiere, capo di un clan di camorra che ha fatto del radicamento nel quartiere la sua forza. Quando vede che la confusione è al massimo, fa un cenno agli altri. Si muovono, accendono i motorini. Dieci minuti dopo, dal campo adiacente, quello di fronte ai palazzoni da dodici piani chiamati le Cinque torri, si alza un’altra nuvola di fumo denso e spesso. L’accampamento è delimitato da una massicciata di rifiuti e copertoni. Sono i primi a bruciare, con il fumo che avvolge le case popolari. La claque si sposta, ad appena 200 metri c’è un nuovo incendio da applaudire. I ragazzi in motorino scompaiono.
La radio di una Volante informa che ci sono fiamme anche nei due campi di via Virginia Woolf, al confine con il comune di Cercola. Sul prato bagnato ci sono un paio di rudimentali bombe incendiarie. I rom sono scappati in fretta. Nelle baracche ci sono ancora le pentole sui fornelli, gli zaini dei bambini. All’ingresso di una di queste abitazioni in lamiera e compensato, tenute insieme da una gomma spugnosa, c’è un quadro con cornice che contiene la foto ingrandita di un bimbo sorridente, vestito da Pulcinella. Florin, carnevale 2008, la festa della scuola elementare di Ponticelli. Alle 14.50 comincia a diluviare, una pioggia battente che spegne tutto. «Era meglio finire il lavoro», dice un anziano mentre si ripara sotto ad una tettoia della Villa comunale.
Mezz’ora più tardi, nel rione De Gasperi si vedono molte delle facce giovani che salivano e scendevano dai motorini. È il fortino dei Sarno, un grumo di case cinte da un vecchio muro, con una sola strada per entrare e una per uscire, con vedette che fingono di leggere il giornale su una panchina e invece sono pagate per segnalare chi va e soprattutto chi viene. Ma questa caccia all’uomo non si spiega solo con la camorra. Sarebbe persino consolante, però non è così.
Sotto al cavalcavia della Napoli-Salerno ci sono gli ultimi tre campi Rom ancora abitati. Dai lastroni di cemento dell’autostrada cadono fiotti di acqua marrone sulle baracche, recintate da una serie di pannelli in legno. Un gruppo di donne e ragazzi che abita nelle case più fatiscenti, quelle in via delle Madonnelle, attraversa la piazza e si fa avanti. «Venite fuori che vi ammazziamo», «Abbiamo pronti i bastoni». La polizia si mette in mezzo, un ispettore cerca di far ragionare queste donne furenti. Siete brava gente, dice, la domenica andate in chiesa, e adesso volete buttare per strada dei poveri bambini? «Sììììì» è il coro di risposta.
Dai pannelli divelti si affaccia una ragazza, il capo coperto da un foulard fradicio di pioggia. Trema, di freddo e paura. Quasi per proteggersi, tiene al seno una bambina di pochi mesi. Saluta una delle donne più esagitate, una signora in carne, che indossa un giubbino di pelo grigio. La conosce. «Stanotte partiamo. Per favore, non fateci del male ». La signora ascolta in silenzio. Poi muove un passo verso la rom, e sputa. Sbaglia bersaglio, colpisce in faccia la bambina. L’ispettore, che stava sulla traiettoria dello sputo, incenerisce con lo sguardo la donna. Tutti gli altri applaudono. «Brava, bravissima». Avanti verso il Medioevo, ognuno con il suo passo.
Quando ho preso in mano Stella del Mattino avevo appena finito di leggere il breve saggio di Wu Ming 1 “New Italian Epic”, ma non solo. Avevo in testa anche le due brevi mail scambiate con lo stesso WM1 e due chiacchiere fatte con il mio socio circa il concetto contenuto in New Italian Epic. Già perché con il mio socio in parole e pagine come Blackswift non riusciamo a prenderci sul serio come scrittori, ma prendiamo molto sul serio la necessità di impegnarsi a scrivere del nostro presente. Non riusciamo a dedicare il giusto tempo a scrivere, forse perché saremmo costretti ad ammettere che la cosa necessita di un impegno quanto e più faticoso della militanza a cui ci siamo già fin troppo disabituati - nonostante la nostra professione di intenti come uomini di azione.
Quando ho preso in mano Stella del Mattino dopo le prime pagine mi sono chiesto se era necessario parlare del passato per poter trasfigurare il presente in un’epica. Ovvero, se fosse strettamente necessario narrare epicamente uno scorcio di storia, per poter ispirare un’epica nel presente disastrato in cui viviamo.
Mi sono chiesto se non fosse altrettanto utile narrare epicamente il presente, trasfigurandolo in qualcosa che al tempo stesso parla di noi e parla di quello che vorremmo essere o che vorremmo che fosse.
In pratica, mi sono fatto la seguente domanda: quando io e il mio socio parliamo di Reality Fiction, cercando di descrivere la robaccia di genere che insistiamo ad amare e scrivere, stiamo parlando della New Italian Epic di cui parla WM1, oppure no?
Come si potrà facilmente desumere da questa introduzione in parte la risposta è sì, in parte è no. Io penso che ci siano molti punti di contatto su come scriviamo noi e come scrivono gli autori che WM1 cita nel suo breve saggio. Ovviamente non penso che scriviamo altrettanto bene, ma sono sicuro che proviamo a fare del nostro meglio, e tanto mi basta. Come sostiene Lucarelli nel suo intervento sulla Nuova Epica Italiana su L’Unità, “chiunque, dal più intimo minimalista al giallista più classico, se scrive con sincerità, è altrettanto utile e importante”. Senza per questo implicare che chiunque scriva fa qualcosa di utile alla causa di intervento culturale che mi sembra sempre più necessaria e prioritaria.
Peraltro, aggiungo, sono poche le persone in Italia che sommano a una tecnica ottima, un forte talento narrativo. WM1 credo sia uno di questi, per cui non oserei mai compararmi su un piano paritetico.
Wu Ming 1, prima con una serie di conferenze tenute al MIT di Boston e in altre università americane, poi con un saggio che sta avendo ampia circolazione in rete (”New Italian Epic”), sta contribuendo a dare forma e identità a scrittori che avevano un’oscura percezione di qualcosa che li legava, senza peraltro sapere cosa fosse esattamente. Scrittori di generazioni diverse, apparsi a partire dalla metà degli anni Novanta, spesso gratificati da un successo di pubblico (e, talora, di critica) apparentemente inspiegabile, nell’epoca in cui si teorizzava la fine del romanzo e in cui il post-moderno, nel riesumarne il cadavere, lo faceva per coprirlo d’ironia - dunque, in sostanza, per affrettarne il seppellimento.
Qualche nome e qualche titolo fatti da Wu Ming 1? Giancarlo De Cataldo con Romanzo criminale e Nelle mani giuste, Giuseppe Genna con Grande Madre Rossa, Dies Irae e Hitler, Antonio Scurati con Una storia romantica, chi scrive con il suo “ciclo del metallo”, gli stessi Wu Ming / Luther Blissett con Q, 54, Manituana, Roberto Saviano con Gomorra (oggetto narrativo di collocazione incerta, nelle sue forme di reportage iperrealista, da troppi ascritto per abbaglio al filone giornalistico), Carlo Lucarelli con L’ottava vibrazione, Girolamo De Michele con Scirocco, ecc. E poi Zaccuri, Philopat, Babsi Jones, Helena Janeczek, il Camilleri de La presa di Macallè, il Carlotto di Cristiani di Allah, e decine d’altri.
Gli elementi unificatori, tra costoro che certo non costituiscono una “scuola”, e spesso nemmeno si conoscono reciprocamente? Una certa avversione alla post-modernità e alla sua sistematica presa di distanze, l’amore per narrazioni partecipate e pulsanti, l’empatia narratore/lettore tipica del romanzo classico, l’indifferenza alle barriere tra i generi (e tra i generi e la letteratura “alta”), la predilezione per “grandi storie” – epiche, appunto – capaci di proiettarsi fuori del contesto e, nei toni del dramma, della tragedia, della metafora, riflettere su temi salienti della contemporaneità, dei suoi antecedenti, dei suoi sviluppi.
Io, che mi credevo una persona fantasiosa, un’artigiana del possibile, una serva della verità come essenza potenziale delle cose, confronto alle agenzie immobiliari di Milano ci ho la creatività di un’obliteratrice automatica. Solo il genio visionario di Bradbury si approcciava a descrivere la realtà con altrettanta disinvoltura. Gli agenti immobiliari sono la letteratura fantasy del futuro, creatori di mondi da 70 mq, sognatori di orizzonti futuri fuori dalle finestre, gente le cui bugie sono eventi in attesa di verificarsi. Tutto sta a capire il linguaggio. Prendiamo ad esempio il loft.
E’ il sogno di ogni coppia agli esordi di convivenza, uno di quegli spazi aperti dove devi pregare di non litigare mai, perchè non c’è manco una porta da sbattere a scopo dimostrativo, magari gridando: “stronzo, me ne vado nell’altra stanza”. Sorpresa: non c’è un’altra stanza.
A Milano loft indica prevalentemente un posto di 40 mq dove dal cesso si vede la cucina, e viceversa. Nel miniloft cucina e cesso si vedono anche meglio a vicenda, perchè sono nello stesso metro quadro. Mansarda è un sottotetto dove non esistono le mezze stagioni: quando non è rovente è congelato, ma è ideale per chi è in ricerca spirituale, visto che ci si cammina genuflessi.
Se il bilocale è angusto e pieno di spifferi, l’agenzia dirà che è “fresco e intimo“.
Se il letto è a scomparsa incassato in verticale dietro il frigo, scriveranno “adatto a giovani coppie“, e in effetti quelle anziane le vedo male a far freeclimbing ogni sera per dormire. Se vedete un frigo a rotelle, chiedetevi sempre il perchè. Prossima alla metro significa che la linea metropolitana arriverà prossimamente in quel quartiere, all’incirca nell’anno in cui i figli dei tuoi figli andranno alle medie.
Diciture come “arredamento minimal” indicano che nella casa c’è un tappeto, gli infissi alle finestre e un quadro tridimensionale di padrepio all’ingresso. Un vecchio frullimix dimenticato dall’inquilino precedente è più che sufficiente all’agenzia per scrivere che la casa è dotata di elettrodomestici. “Piccolo giardino privato” è una striscia di terra anemica dimensione scendiletto con due ficus benjamin sospettosamente gloriosi, che a verifica risulteranno infatti finti.
E’ un mondo meraviglioso quello delle agenzie immobiliari, la fantasia comanda anche quello che va oltre l’appartamento in vendita. “Suggestioni panoramiche” è probabilmente una vista sull’inceneritore di Sesto San Giovanni, dove la suggestione è data dall’inalazione di sostanze tossiche a tutte le ore del giorno. “Ottima vista su palazzina vintage” indica che lo stabile fatiscente dirimpetto vi leverà la luce migliore del giorno. Forte del mio mese di ricerca di appartamento, mi sento di affermare che dopo la chick lit la nuova frontiera della letteratura sono le brochures immobiliari. E a chi contesta la fondatezza di questo nascente genere narrativo vorrei opporre l’argomento che la letteratura è a suo modo una forma di religione: qualunque desiderio di realismo è fuori luogo. I luoghi e i personaggi non vanno conosciuti nè verificati, vanno semplicemente creduti.
Agli agenti immobiliari siamo noi che abbiamo rivelato che il fantasy ci piaceva. Se abbiamo sbancato il botteghino del Signore degli Anelli, perchè non dovremmo amare quello dei Tinelli? Dagli Incredibili agli Improbabili il salto è breve, diciamolo, ce la siamo voluta. Chi semina raccoglie, ma chi raccoglie si china, e allora è un attimo.
Quando la mia generazione si è affacciata al mondo, tutti parlavano della Famosa Italia del boom. Arrivava sempre qualcuno, tra i grandi, che prima o poi tirava fuori il discorso dei Famosi anni dell’Italia del boom, dei frigoriferi, delle lavatrici, le famiglie che si compravano le automobili, e poi tutti insieme che si andava al mare. La televisione ne parlava, i giornali ne parlavano, e noi seduti sul divano guardavamo tutto a cose fatte, il panino spalmato di Nutella, i cartoni animati delle quattro del pomeriggio, e la Famosa Italia del boom che era già stata molto tempo fa. Era stata, era passata, e i suoi segni erano tutti disposti a forma di mobilio dentro casa: il mormorio del frigorifero la notte, la biancheria che si rivoltava dentro l’oblò della lavatrice, le fette di pane che saltavano fuori come salmoni dal tostapane, il frullatore che trucidava i pomodori per il sugo, il mangiadischi che sequestrava i 45 giri per il tempo di una canzone, e poi ovviamente la televisione, che ci teneva impietriti contro il tempo che passava. Ed era proprio la televisione a trasmettere ogni tanto dei lunghi servizi in bianco e nero sui Famosi anni dell’Italia del boom. L’Italia, lì seduti sul divano, perdeva in colore e acquistava in fantasia, gli italiani felici compravano elettrodomestici, e tutti dicevano, commentando con entusiasmo misurato quei servizi, che quella era l’Italia del Miracolo economico. C’era stato un momento, pensavamo noi impietriti contro il tempo che passava, che nel paese in cui stavamo avvenivano miracoli. C’era stato un momento, pensavamo mangiando il panino alla Nutella, in cui le cose cambiano per magia, e c’erano cose che prima non esistevano, poi all’improvviso venivano alla luce. C’era stata un’epoca lontana in cui il cambiamento, il mutamento delle forme, la metamorfosi era una condizione intrinseca del paese alla cui anagrafe eravamo iscritti pure noi. C’era stato un momento in cui il tempo passava, correva, gli orologi giravano, il mondo si srotolava davanti alle persone come un tappeto che portava chissà dove. Ma poi era finito, quel momento, e a noi sembrava che lì seduti sul divano di fronte alla televisione con i cartoni animati, il tempo si fosse fermato. Ci sembrava che l’Italia corresse sì a rotta di collo, ma sul tapis roulant, sempre allo stesso punto ma con un gran fiatone addosso, e la maglietta con il cono di sudore sulla schiena. La Famosa Italia del boom era passata, e a noi non restava che certificarne il trapasso, commemorarla senza averla vista. Questo era uno dei più grandi crucci della mia generazione, essere arrivati quando tutto era già fatto, mettersi in mare quando era calato il vento.
Ecco, quando ho deciso di andare in Romania, nella primavera del 2006, quando ho comprato il biglietto di un volo Alitalia da Milano Malpensa per Bucarest, quando sono atterrato a Otopeni, quando ho preso un autobus e ho attraversato prima la campagna e poi la periferia della capitale romena; quando ho costeggiato i mille cantieri che sembravano esploderci accanto come mine, quando ho visto case, palazzi e condomini venire su contro la campagna, le impalcature con gli operai che ci si arrampicavano sopra; quando ho visto i camioncini delle imprese edili sfrecciare accanto al bus, tagliarci la strada in mezzo al traffico, parcheggiarsi sul ciglio della strada; quando ho visto i fuoristrada degli imprenditori italiani fermi al semaforo accanto alle vecchie Dacia dei romeni, i gomiti fuori dai finestrini, gli occhiali da sole e l’espressione arrogante dei padroni; quando ho visto, seduto sull’autobus con la valigia tra le gambe, i manifesti dell’imminente trionfale apertura dell’Ikea tappezzare Bucarest, per poi vedere il capannello di persone assembrate sotto quei manifesti; quando arrivando dall’Italia in Romania ho visto tutto questo, entrando a Bucarest, ho pensato che era l’unica possibilità che avevo io, nato nel 1975, di vedere che cosa era successo in Italia nei Famosi anni Cinquanta. Era l’unica possibilità che mi era concessa di vedere che cosa era stata la Famosa Italia del boom: il tempo che si rimetteva in moto, il vento che soffiava, le lancette che giravano, gli elettrodomestici nelle case, le lavatrici caricate sulla schiena, i frigoferi che salivano su lungo i tornanti delle scale. Soprattutto, avevo la possibilità di vedere qual è il punto in cui poi tutto questo andare avanti delle cose all’improvviso si blocca, di calcolare l’istante in cui il tempo si schianta, sparato alle spalle.
Quando la mia generazione si è affacciata al mondo l’uomo non era più quello che era stato fino a qualche decina d’anni prima, fino ai Famosi anni del boom economico. Era cambiato, gli era cambiata la faccia, era cambiata la sua postura, il modo in cui camminava lungo la superficie convessa della terra. Si era mangiato la campagna, e tutti ci dicevano che là dove noi guardavamo, con le mani allacciate alle ringhiere dei balconi, là una volta era tutta campagna. Dove il nostro occhio si scontrava con i balconi dei condomini che ci stavano davanti, ci dicevano, una volta invece poteva sconfinare, andarsene per prati fino in fondo dove poi cominciavano a salire le montagne. Quei prati noi non li avevamo visti mai, perché noi non c’eravamo ancora, in quei Famosi anni. Noi eravamo già l’uomo che era cambiato, e nemmeno con tutta la buona volontà saremmo riusciti a vedere il prato che non c’era più davanti. Era avvenuta, aveva scritto Pasolini, una profonda mutazione antropologica. Noi Pasolini lo leggevamo, lo sottolineavamo facendo solchi sulle pagine dei libri, e facevamo sì con la testa. Ma potevamo crederci soltanto per una specie di atto di fede, e così guardandoci in faccia non potevamo che vederci molto diversi da come in effetti, per vizio d’anagrafe, non eravamo stati mai. Ma c’era di più. Pasolini scriveva (e noi sottolineavamo facendo solchi sulle pagine dei libri) che la società dei consumi era riuscita a cambiare quello che il fascismo in Italia non era riuscito a cambiare, che la società dei consumi era riuscita a rivoltare l’anima degli italiani, a trasformarli nel profondo. La società dei consumi, in quei Famosi anni del boom, era riuscita a bruttare l’Italia, a sfigurarle la faccia. Pasolini scriveva così, e noi negli anni ottanta pensavamo a un’Italietta che chissà dov’era finita, che chissà com’era stata. Chissà come dovevano essere quegli italiani che poi, una volta sfigurati, rovinati nell’anima, corrotti, eravamo diventati noi.
La Romania io l’ho poi fatta avanti e indietro per un anno, salendo e scendendo dai tram, dai treni, dai taxi, atterrando e decollando tra Torino e Bucarest, tra Milano e Timisoara, in quella che mi sembrava un’altalena tra l’Italia di oggi e quella del Miracolo, un’andare e venire tra il colore e il bianco e nero. Per un anno, nelle incursioni che ho fatto in Romania, ho cercato il punto in cui tutto si ferma, in cui il movimento decade, in cui un popolo poi finisce seduto su un divano impietrito contro il tempo, con i baffi di Nutella sulla bocca, e cartoni animati davanti a rotazione. E quel punto l’ho trovato un pomeriggio in cui mi sono perso, scappato da Bucarest e finito per caso in Transilvania, preda di uno smarrimento culturale, se così si può chiamare la percezione angosciante, violenta, di un massacro in atto, di un mondo agonizzante, riverso in terra e preso a calci in faccia. Erano giorni che giravo per stabilimenti di imprenditori italiani che avevano delocalizzato la produzioni in Romania per sfruttare la manodopera locale a basso costo. Entravo e uscivo da capannoni geometrici montati in mezzo alla pianura, monumenti in lamiera innalzati a santificare la furbizia, l’orgoglio italiano di chi delle leggi del proprio paese se ne fotte, e lo urla a tutti piantando una bandiera tricolore fuori dal proprio cubo di metallo. Che sia chiaro a tutti quelli che passano, se mai qualcuno avrà voglia di transitare in mezzo al nulla, che è lì che i furbi stanno di casa, e che quei furbi hanno l’inno di Mameli sempre in testa. Parlavo con gli imprenditori, ma molto tempo lo passavo anche con gli operai romeni, e tutte le volte che gli trovavo in bocca le stesse espressioni boriose dei loro padroni italiani, tutte le volte che li vedevo alludere al proprio popolo come a un popolo di bonari trogloditi, in una sorta di perverso accanimento frutto di una colonizzazione e di un dominio culturale ormai avvenuti, tutte le volte che questo succedeva avevo voglia di scappare a gambe levate da quel posto. In quei giorni mi sembrava che quell’Italia che vedevo lì attraccata, quell’Italia di lamiera che stava colonizzando il volto della Romania coi suoi valori abborracciati, con la logica facilona dell’abuso edilizio, della corruzione morale, del furbismo, con l’ostentazione fallica di macchine, telefonini e altre simili patacche, fosse già l’Italia di oggi. Come se quello spazio intercorso tra i Famosi anni del boom e l’Italia bloccata del presente, in Romania fosse avvenuto nel giro di pochissimi anni.
Così sono scappato in Transilvania, perché mi illudevo che là sarei riuscito a trovare un dente ancora sano in una bocca che mi sembrava ormai in rovina. E un pomeriggio di giugno, perso lungo la strada tra Bucarest e Brasov, sono stato raccolto da un furgone, un padre e un figlio che mi hanno caricato, e poi per giorni mi hanno portato in giro per la Transilvania parlando poco o nulla tra di noi per evidenti e insuperabili limiti linguistici. È stato proprio quel primo pomeriggio che ho trovato il punto che cercavo, quel punto in cui il tempo si blocca, in cui si smette di pensare che le cose sono in movimento e si pensa che il mondo è finito lì, che ci si può sedere a vederlo sul divano. Il tempo l’ho visto fermarsi sulla faccia rugosa di Claudiu, che mi ha trascinato con suo figlio su per la montagna promettendomi uno spettacolo imperdibile. Abbiamo preso per una strada a tornanti sopra Brasov, ci siamo inerpicati lentamente con il furgone, io e suo figlio stretti nei due sedili dalla parte del passeggero. Claudiu mi diceva soltanto Foto, mi pregava di fare un po’ di fotografie a quello che stavamo per vedere. Poi finalmente siamo arrivati, e lui mi ha detto Guarda. E davanti a noi c’erano quattro alberghi, brutti come sono brutti gli alberghi monumentali dei paesi di montagna, tutti cemento e balconi come arnie. Mi ha sorriso e poi mi ha ripetuto Foto. E così io ho preso la macchina fotografica e l’ho puntata verso quegli alberghi. Ho dovuto persino arretrare, per farli stare tutti dentro l’inquadratura. Ho puntato, e poi ho premuto, e in quel momento mi è sembrato di sparare: alla Romania, all’Italia, a Claudiu, a suo figlio, al tempo in movimento, alle cose che cambiano di forma. E poi ci siamo seduti sull’erba, che era arrivato il tempo di metterci a guardare.
Ecco la casa dove hanno ucciso Meredith. Mi sporgo dalla ringhiera del parcheggio sovrastante: lo faccio apposta, stavolta. Sto praticamente sotto la telecamera che avrebbe ripreso qualcuno di quei ragazzi ora agli arresti, mentre uscivano o entravano. Oggi non ci sono turisti. Ossia: Perugia è piena di turisti, ma oggi qui –qui – non ci sono videofamiglie dell’orrore a immortalarsi la cronaca nera (si vede che anche il Pintoricchio – in gran mostra su a Palazzo dei Priori – reclama, e ottiene, la sua parte). Questo è un punto molto bello della città: a nord, sul bordo del precipizio chiamato Bulagaio (onomatopeico dialettale: un posto dove si andavano a scaricare detriti, un precipitare roba nei secoli giù per la valle scoscesa, tappezzata dalla macchia e dalle case coloniche. A qualche decina di metri in linea d’aria da qui, c’è una via intitolata ai “barùtoli”, ai capitomboli). Un punto molto bello a due passi dal cuore cittadino di muri e di vento, sporcato da villette come questa, parassiti sul loro bravo terrazzo in cemento armato. Un condono edilizio, chissà. Nella rete di recinzione sono infilati mazzi di fiori asfissiati nel cellophane e qualche altro gadget colorato. Vista così, dall’alto, sembra la casa del delitto di Cogne: stessa inquadratura. Ah, signora mia… anche noi abbiamo i nostri fastidi da tutta ’sta celebrità! Una storia di fica, sembrerebbe. Fica giovane, studentesse… la striscia di merda del negro sul water (ma non c’era lo scopetto?, e poi doveva fare la cacca proprio mentre ammazzavano Meredith?, o l’ha uccisa lui?, ma… prima o dopo aver fatto la cacca?) e poi soldi, sembra… Droga! Droga! Perugia è la città italiana col più alto numero di overdosi-senza-ritorno per abitante. I mass media. Ha detto il sindaco al tiggì che i mass media sono stati ingenerosi con la città. Mi sporgo a guardare ancora un po’: tante volte ripassassero i R.I.S.
La questione settentrionale ritorna a segnare, radicalmente, il quadro politico nazionale. Le elezioni del 13 e 14 aprile la consegnano al parlamento e al governo prossimi venturi e ne certificano l’insopprimibile centralità. Una centralità che il governo Prodi non ha mai davvero saputo assumere, anzi, che si è peritato spesso, nelle parole e negli atti di alcuni suoi esponenti, di negare o di annacquare o di riformulare in altri termini, dipingendo spesso Nord e Nordest come la terra dei padroncini rancorosi e ignoranti, nonché evasori fiscali e razzisti, o giù di lì. Con il solo risultato di proporsi, al Nord e in particolare nel Nordest, come un governo, e anzi come un intero ceto politico, lontano dagli interessi, dai bisogni, dalle attese di quelle regioni, in particolare dalla richiesta di federalismo, fiscale e istituzionale, che è il vero motore potente della dinamica politica del Nordest (come ricordano anche figure diverse come Giancarlo Galan o Massimo Cacciari, o come Riccardo Illy, da ieri ex governatore del Friuli Venezia Giulia, che certo ha pagato caro questo deficit politico e culturale del centrosinistra italiano e del suo governo).
Questo spiega, in parte, il successo straordinario ottenuto dalla Lega Nord in queste elezioni. Ma ciò che lo spiega di più, e più strutturalmente, sta nella capacità del partito di Bossi di configurarsi, ormai in oltre vent’anni, come la forza politica più organicamente capace di interpretare la nuova composizione sociale regionale, in particolare la piccola e la media impresa, gli artigiani, moltissimi dei quali di origine contadina e operaia, le nuove figure del lavoro, ma anche quelle “geocomunità” e quel “capitalismo personale” che, secondo gli analisti più attenti (a cominciare da Aldo Bonomi, si veda il suo recentissimo Il rancore. Alle radici del malessere del Nord, edito da Feltrinelli, che rielabora un saggio precedentemente apparso nel recente numero degli Annali della stessa editrice dedicato alla questione settentrionale), rappresentano dimensioni sempre più centrali, nel contesto segnato dalle tensioni e dalle inquietudini, oltre che dalle opportunità, della globalizzazione.
Questa realtà sociale e politica ha, non di rado, aspetti, espressioni e pulsioni che possono giustificare diffidenze e deprecazioni, ma che non può essere ridotta a questo (e neanche al modo, a volte certo “scandaloso”, in cui certi esponenti politici si esprimono). La stessa Casa delle Libertà, oggi Partito della Libertà, che pure ottiene grandi risultati nel Nord, a volte stenta a tenere un rapporto solido con questo mondo e la crescita della Lega in queste elezioni può essere vista anche come l’esito di un voto che, autonomo sulla scheda che pure l’apparentava a Berlusconi (e dunque certamente un “voto utile”, non a rischio di dispersione e inefficacia), consentiva una distinta affermazione sia identitaria che politicamente e programmaticamente specificata.
Un voto utile al cubo, per così dire, agli occhi di quegli elettori: contro questa sinistra e il governo Prodi e tuttavia distinto da un Berlusconi non sempre reputato affidabile, oltre che in favore di una forza radicalmente territoriale e naturalmente post ideologica e per certi aspetti, anche se può sembrare paradossale per un partito, post politica. Ma la fortuna della Lega Nord dipende anche dall’incomprensione viscerale che nei suoi confronti manifesta quasi tutto il ceto politico romano, che volentieri ama dipingerla come gli piacerebbe che fosse e non per quello che davvero è, radicata in queste terre e agli occhi dei suoi abitanti ed elettori. È la stessa incomprensione che circonda la questione settentrionale nel suo insieme. Il tentativo di dissolverla nella più generale questione italiana o di ridurla alle espressioni più grevi e rozze di taluni politici fallisce da troppi anni per non dover insegnare qualcosa almeno oggi, dopo la tempesta elettorale di aprile.
Questo articolo è apparso sui quotidiani del gruppo Repubblica-L’Espresso il 15 aprile 2008.
Maria Ornella Serpa è morta improvvisamente ieri, 2 maggio, in un pronto soccorso di un ospedale romano. Al Flexi conoscevamo Ornella perché ci veniva spesso per discutere con le sue compagne. Era nel collettivo A/Matrix, partecipava dalla prima ora alla campagna “Facciamo Breccia” e aveva soprattutto fondato il Coordinamento per la Difesa delle Persone Prostitute, un gruppo attraverso cui rivendicare, proporre, attaccare i media e i politici e le loro generalizzazioni grossolane o, come diceva lei, “un gruppo di persone che non si vergognano per quello che fanno”.
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“Tana per la bambina con i capelli ad ombrellone”
di Monica Viola (ed. Rizzoli 24/7)
“La piccola educazione sentimentale di una bambina sincera e scostumata. Un’apologia del disagio giovanile come solo e insostituibile motore per una formazione decente. Epica frammentaria di pigrizie e crudeltà, alla ricerca di un po’ d’amore, anche poco, anche usato, anche effimero. Un bel personaggio, la Bambina con i Capelli a Ombrellone, tana per lei, fra Flaubert e Woody Allen.” [Lidia Ravera]
Roma, anni Settanta. Epoca di passioni politiche che infiammano, di attentati ed esecuzioni a insanguinare le strade, di giorni intrisi di una tremenda, capillare angoscia collettiva. Fino al sopraggiungere degli anni Ottanta, futili e liberatori, carichi di voglia di leggerezza e di evasione, di musiche di tendenza, di mode irrinunciabili.
A cavallo dei due decenni, la storia interiore di un’infanzia e adolescenza, il racconto di una bambina che, passando attraverso esperienze dolorose e destabilizzanti - ma senza mai rinunciare a rincorrere la felicità -, infine diventa donna.
Cresciuta in una famiglia numerosa, caotica e vecchia maniera, con un padre autoritario, una madre dolcissima, sorelle, fratelli e una nonna rinchiusa nel suo passato di sogno, la Bambina con i Capelli a Ombrellone inciampa nella vita e nelle sue spine più aguzze, subisce lacerazioni traumatiche (le molestie sessuali di due dei fratelli più grandi, la grave malattia della madre), sbanda - ma si reinventa con nuova, sorprendente, trascinante vitalità.
Affronta la scuola con i suoi piccoli grandi insuccessi, le difficoltà degli amori e l’ambiguità del sesso, sa riconoscere la vera amicizia (anche se non sempre sa rispettarla), ma si adegua alle compagnie più diverse, sempre alla ricerca di un po’ di attenzione, di un po’ di affetto, spinta da quella voglia urgente dell’adolescenza di piacere e conquistare e con la necessità profonda e sommersa di un inconsapevole, istintivo costruirsi. Sostenuto però da una grande risorsa: la capacità di cercare negli altri il miracolo dell’accettazione nonostante tutte le proprie traballanti insicurezze, quel miracolo che, unico, potrà aiutarla a “ricucirsi”.
Un romanzo a forma di lungo monologo interiore, che alterna brani di narratività accattivante a momenti di autentico lirismo. Una prosa attenta, scrupolosa, dallo stile sintetico e pregnante e dal linguaggio intensamente evocativo: parole dense e vere per raccontare una storia che, come la protagonista, si appiccica, seduce, non molla.
Azzarderò – pur non ritenendomi per niente un esperto in politica – qualche considerazione sulle elezioni che si sono appena svolte in Italia. I commenti che le hanno seguite si sono incentrati su alcuni temi. Il permanere del sex appeal di Berlusconi, la sostanziale sconfitta del Partito Democratico di Walter Veltroni, la scomparsa del raggruppamento “La Sinistra l’Arcobaleno” (mai denominazione fu così imbecille), il consenso di larga parte della classe operaia alla Lega Nord.
Quest’ultimo è il solo argomento che mi interessa davvero. Mi lascia sbalordito la strana nozione di “classe operaia” che pare aversi nel 2008. Si crede ancora che esista una compagine operaia compatta, portatrice in teoria dei valori della sinistra? Sono almeno trent’anni (se non quaranta) che il concetto è stato sezionato, sbugiardato, messo a nudo nella sua incongruità. La classe operaia cui si fa riferimento non esiste più dagli anni Settanta del Novecento.
Qui si fa sentire il peso della scomparsa di un pensiero marxista radicale, represso quale “cattiva scuola” introduttiva al terrorismo (come marijuana e hashish introdurrebbero, in teoria, alle “droghe pesanti”). Si è scordato completamente il concetto marxiano di “sussunzione reale” (del lavoro al capitale). Una fase avanzata del capitalismo in cui il plusvalore non è più estorto nei soli luoghi di lavoro, ma permea l’intera vita delle classi subordinate e ne domina l’intera esistenza, non-lavoro incluso. Lungi da me l’idea di difendere l’integralità del pensiero di Marx, che non era Nostradamus e non poteva prevedere altro che ciò che aveva sotto gli occhi. Poteva però estrapolare. Tra le sue estrapolazioni più felici vi fu quella che, prima o poi, lo sfruttamento non sarebbe passato solo attraverso la fabbrica.
Sulla scorta di questa nozione, tra gli anni Sessanta e i Settanta, numerosi teorici “estremisti” (gli “operaisti”) si accorsero che la classe operaia tradizionale perdeva terreno, e veniva smembrata pezzo per pezzo. Vi fu il “decentramento produttivo”, per cui la grande fabbrica cedeva attività a imprese minori nelle quali operai e impiegati godevano di un numero irrisorio di diritti. Seguì l’inganno del falso “lavoro autonomo”, in cui l’impresa stipulava con soggetti presuntivamente indipendenti accordi di collaborazione a termine. La caduta del Muro di Berlino e la globalizzazione permisero di impiantare attività produttive in ogni parte del globo, purché il lavoro vi fosse mal pagato e gli oneri fiscali vi fossero labili. Infine la glorificazione del precariato, con la Legge Biagi e altre, consentì di disporre di manodopera per il periodo voluto, dentro o fuori la tradizionale officina. Ciò stava avvenendo anche con l’immigrazione massiccia innescata dalle imposizioni del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale su paesi non in grado di reggerla.
Il ricatto ai lavoratori italiani era: o accettate le condizioni che vi offriamo, o andiamo a produrre in Croazia, in Polonia, in India, in Cina. Oppure assumiamo al vostro posto poveracci pronti a piegarsi a qualsiasi salario che li strappi alla fame. E voi, di lavoro, non ne troverete mai più.
In un quadro simile, la classe operaia poteva solo contrarsi e indebolirsi, come in effetti è accaduto. Si parla tanto dei metalmeccanici della FIOM, ma quanti sono oggi gli operai della categoria, rispetto a trenta anni fa? Hanno forse lo stesso grado di “coscienza di classe”?
No, non l’hanno. Decimati, sulla difensiva, stentano a riconoscersi persino come categoria. I sindacati che dicono di rappresentarli (e che, crollati i partiti di riferimento, si passano la staffetta del comando al di là di ogni procedura democratica, per investitura diretta) sono composti per metà da pensionati reclutati a forza nei Caaf. Hanno sopportato di tutto da chi doveva difenderli: flessibilizzazione, decentramento, allungamento dell’orario di lavoro attraverso l’imposizione di fatto dello straordinario, ecc. Se vogliono ancora protestare, lo faranno contro chi è pagato ancor meno di loro (gli immigrati), e su base territoriale, non di classe. E’ logico che chi sta fuggendo si rifugi anzitutto in casa propria.
Il voto alla Lega Nord (peraltro ampiamente sopravvalutato) meraviglia, a questo punto, solo gli ingenui. Ma passiamo ai restanti segmenti delle classi subalterne.
La sinistra, quando aveva un cervello e leggeva ancora, poteva trovare qualche indicazione sulla mappa perduta di classe in un aureo libretto dell’americano Henry Braverman, Lavoro e capitale monopolistico, Einaudi, Torino, 1978. Braverman, un ex operaio americano, scriveva che la classe lavoratrice “protesta e si sottomette, si ribella o si lascia integrare nella società borghese, si considera classe o perde coscienza della propria esistenza, a seconda delle forze che agiscono su di essa e degli umori, delle congiunture e dei conflitti della vita politica e sociale. Ma poiché nella sua esistenza permanente essa è la parte viva del capitale, la sua struttura occupazionale, i modi di lavorare e la distribuzione nei settori industriali della società vengono determinati dal processo di accumulazione. Essa è presa, abbandonata, gettata in varie parti del meccanismo sociale ed espulsa da altre non in base alla propria volontà e attività, ma secondo il movimento del capitale” (pp. 379-380).
Il proletariato, in effetti, nella sussunzione reale non è affatto sparito, in particolare quello giovanile. Come aveva cercato di spiegare un’ampia letteratura fin dagli anni Settanta, si trova oggi disperso in mille forme di lavoro precario, falsamente autonomo, falsamente intellettuale. Si salda oggettivamente ad altri lavoratori, importati per eseguire quel tanto di lavoro manuale che è ancora indispensabile. Perseguitati, reclusi nei CPT, condannati socialmente perché la loro condizione non diventi mai regolare – ciò che condurrebbe a un intollerabile aumento di costo delle loro prestazioni.
Non ne posso più di sentire portare a esempio di precariato i “lavoratori dei call center”, come se facessero parte di una sorta di mercato accessorio e marginale, e la loro precarietà discendesse da quella delle loro imprese. Andrebbe capito il ruolo sociale di un “call center”, nella sussunzione reale. Si tratta di aggiungere valore alle merci unendovi la comunicazione e l’informazione. Un “Tonno X” è identico a un “Tonno Y”, sugli scaffali. Ma se io faccio in modo che “X” sia legato alla nozione stessa di tonno, il “Tonno Y” resterà invenduto, al di là del suo valore d’uso, mentre il “Tonno X” andrà a ruba.
Comunicazione e informazione aggiungono valore, nell’attuale assetto del capitalismo. Ciò anche se questo non avviene in un luogo di lavoro riconoscibile. Anzi, la sua sede è proprio esterna. Cosa che vale per tantissime altre forme di immaterialità produttiva (altro tema ampiamente esaminato negli anni Settanta). L’obiettivo è sussumere il soggetto subalterno fuori dell’orario canonico di lavoro, quando si illude che il suo tempo sia “libero”. Condizionarne fantasia, immaginario, reazioni. Fargli produrre valore allorché si crede a riposo. Buona parte delle attività precarie è indirizzata a questa conquista. Antitetica alla vecchia formula socialista “Otto ore per lavorare, otto ore per istruirsi, otto ore per riposare”. Istruirsi e lavorare (nel senso di aggiungere valore alle merci) è diventato la stessa cosa. Ma si potrebbe aggiungere il riposo, visto che è il momento dei sogni, e quei sogni nascono condizionati.
Discorso astratto e visionario? Mica tanto. Negli Stati Uniti e in buona parte dell’Occidente l’industria dello spettacolo (cinema e soprattutto tv) e quella informatica sono oggi trainanti. Entrambe sono “immateriali”. Invece la finanza si è completamente staccata dalle attività concretamente produttive, e raggiunge livelli di scambio quotidiano impressionanti, senza riferimento al valore effettivo delle singole aziende.
In un quadro simile, in cui l’Occidente si specializza nella valorizzazione delle merci brute provenienti da altri continenti o da aree depresse, il proletariato bisognerebbe andarlo a cercare tra chi sta molto in basso (gli immigrati) o chi, apparentemente collocato meglio, ai margini della produzione diretta, in realtà contribuisce in maniera strategica all’aggiunta di valore alle merci. Operatori dei “call center”, certo, ma anche informatici subalterni, studenti inseriti nella “scuola-impresa”, figure effimere che transitano da un lavoro temporaneo a un altro, immigrati eternamente disponibili a reperire risorse con qualsiasi mezzo (“angeli” per la sinistra, “demoni” per la destra, quando non sono né l’una né l’altra cosa, bensì semplicemente proletari disperati), disoccupati, insegnanti, e via enumerando. Le nuove forme che il capitale ha modellato per la propria autovalorizzazione. Agenti e vittime dell’estensione del potere del sistema alle ore di non-lavoro, in cui è l’immaginario che domina, e prefigura i comportamenti del giorno dopo. Anche le “otto ore per riposarsi” si sono saldate, nel dominio, alle restanti sedici.
Soggetti di questo tipo o votano (in minoranza) per Berlusconi, che in qualche modo ha capito la loro funzione, sia pure da padrone, o non votano affatto. Come si potrebbero sentire rappresentati da una sinistra parlamentare (parlo della sconcia “La Sinistra l’Arcobaleno”, non del Partito Democratico, che è una sfumatura della destra) che non ha nemmeno capito la configurazione attuale della società? Che, suddivisa in molteplici “partiti comunisti”, è rimasta ancorata ai canoni di tre decenni orsono? La “centralità operaia” è indiscutibile, la FIOM (tanto antidemocratica quanto i vertici di CGIL-CISL-UIL) ne è il cuore. Spazio marginale abbiano i Cobas, le RdB, le varie espressioni del sindacalismo di base. I centri sociali, naturale raggruppamento a sinistra di migliaia, o decine di migliaia, di giovani, stiano calmi. Idem per i movimenti locali: No TAV, No Dal Molin, decine di altri. La lotta di classe diventa lotta per le poltrone. Bertinotti pontifica e lancia diktat: la non violenza è un dogma inviolabile, l’adesione alla dialettica parlamentare è fatto acquisito, le “liberalizzazioni” sono un valore da accettare criticamente però da appoggiare, il comunismo è un’idea puramente filosofica.
Raccoglie omaggi e consensi dagli avversari. “Che brava persona”, “Che uomo distinto”, “Con lui sì che si può ragionare”.
Peccato che l’attuale composizione di classe non lo segua. La classe operaia che reggeva il PCI gli preferisce la Lega e la sua concretezza territoriale. Le aree che costituiscono la composizione proletaria presente ed egemonica non vanno nemmeno alle urne, per votare un partito comunista qualsiasi, tra i quattro o cinque in lizza. In chi mai dovrebbero identificarsi? Nessuno sembra capire le loro istanze e l’attuale assetto del lavoro. Le loro posizioni sono ferme agli anni Cinquanta. Trotzkismo? E che diavolo è oggi il trotzkismo?
Una composizione di classe nuova attende oggi risposte concrete. Ha trascinato i burocrati fuori dal Parlamento per farli, a forza, extraparlamentari. O troveranno una nuova vita nelle piazze, o Beppe Grillo seguiterà a godere dei frutti di una scelta strategica giusta. La sinistra consapevole di sé è diffusa nella marcia società italiana. Centinaia di centri sociali, di organizzazioni locali nate su problemi specifici, di istanze sindacali di base attendono di prendere la parola.
La si pianti di essere partitino – la falce e martello, chissenefrega – e si sia composizione di classe. Forse, allora, si troveranno i voti necessari, se è a questo a cui si tiene.
Altrimenti si riceveranno pernacchie. Il degno accompagnamento delle ultime elezioni. Una composizione di classe non ha pietà. Spernacchia ex alleati passati al nemico, “classi operaie” prossime alla pensione e diventate razziste, forme istituzionali che non la rispettano, sindaci che si inventano nemici per meglio abbatterli.
Che tutto ciò vada affanculo. Si vota (a volte) per dovere, ogni tanto per piacere. E’ nella società che li si contrasta, i porconi. Qui, nelle piazze, è atteso ciò che resta della sinistra parlamentare. O viene in tempi utili o si farà da soli.
La sensazione si va diffondendo, entro e oltre i confini nazionali.
Mentre la politica, la rappresentanza e i tradizionali modi di gestione del
conflitto entravano nell’ultima fase di una crisi iniziata molto tempo fa,
forme e pratiche di resistenza, discorso critico, prefigurazione di futuri
possibili si facevano strada nella letteratura.
Sarà che gli artisti prosperano sul caos.
Sarà che abbiamo la maledizione di vivere in tempi interessanti.
Sarà che si e’ lavorato sodo per tanti anni e ora finalmente i contorni sono
nitidi…
Sarà.
Fatto sta che sta accadendo qualcosa di importante, e se ne accorge chi riesce a
spostare lo sguardo, ad andare oltre la “mentalità del ghetto” di cui parlavamo
tempo fa.
Nel saggio che abbiamo appena messo on line - “annunciato” da un articoletto
uscito oggi su Repubblica, una specie di abstract, probabilmente inadeguato -
Wu Ming 1 ha tentato di spiegare e raccontare.
Si intitola “New Italian Epic”, e’ basato sulle conferenze tenute un mese fa in
Canada e negli USA.
Speriamo vi stimoli.
La realtà intorno non è tutta scoramento.
Nessuna vittoria è definitiva.
Ogni ritorno all’ordine è in buona parte illusorio.
Ogni “semplificazione del quadro” sarà seguita da nuovi scompigli di creazione.
Siamo quelli che non vedono il futuro, che dicono: «Quando chiudo gli occhi e penso a me stesso tra dieci anni, non riesco a vedere niente, non riesco a pensarmi più vecchio di come sono».
Guardiamo Amici di Maria De Filippi e ci commuoviamo di nascosto quando Marco – il sardo – alza la coppa e urla «Mamma! Non ci credo! È un sogno!». Però abbiamo difficoltà a confessare i nostri sentimenti; alcuni amici non capirebbero, anche se poi guardano Uomini & Donne per sfottere i tronisti.
Beviamo bottiglie di Nero d’Avola da otto euro, ma non ce lo possiamo permettere. Qualche volta andiamo al giapponese, ordiniamo cotoletta di maiale e California maki, una volta ogni quindici giorni si può fare.
Compriamo «Repubblica» perché così ci hanno abituato i nostri genitori, e perché «certo Scalfari ragiona ancora bene»; qualche volta scriviamo lettere a Corrado Augias per sfogare la rabbia – lui non ci risponde – e guardiamo il video di un tizio che per protesta corre nudo su un campo da baseball a Pasadena.
Abbiamo allargato le nostre percezioni varie volte. Abbiamo installato il nuovo decoder Alice Home Tv. Abbiamo comprato un mobiletto Ikea. Ci piace essere sincretici e accettare i compromessi della modernità. Ci piace indossare scarpe Adidas ed evitare le Nike. Siamo andati a qualche rave con animazioni meccaniche. Anni fa eravamo amici di uno che pippava eroina.
Utilizziamo la giusta dose di retorica quando si parla di morti sul lavoro. I fascisti ci ripugnano perché non sanno cos’è la cultura. I leghisti ci sembrano una nuova specie animale che la domenica veste tute Diadora. Ci sentiamo migliori e vorremmo continuare a vederci tra di noi.
Siamo fuorisede che ascoltano musica salentina, Siamo travestiti che frequentano Mucca assassina. Facciamo lavori interessanti, leggiamo «l’Espresso» sul cesso la mattina e consumiamo grosse dosi di pornografia. Quando sentiamo il panico vicino, facciamo cadere sulle nostre lingue il sapore dei fiori di Bach.
Cerami per noi è comunque un personaggio della cultura. Filippo Timi è bravo e c’ha coraggio. Fabio Volo dipende, ma alcuni non dispiace. «La Dandini invita sempre personaggi interessanti». Abbiamo stipendi da settecento euro e una monocamera con terrazzino che nostro padre ci ha comprato con una parte della sua liquidazione. Per noi è importante conoscere i retroscena delle cose. Michael Moore per esempio è da stimare. Noi che negli anni Novanta leggevamo Pennac e ci riconoscevamo nel marchio Feltrinelli, oggi scegliamo Montalbano e i noir di Massimo Carlotto.
Non siamo i soliti turisti. A Sharm el Sheik d’inverno ci puoi andare, ma è importante essere diversi. Siamo newyorkesi, parigini, berlinesi, siamo quelli che non amano le visite guidate. Andiamo al pub coi compagni di specializzazione – per lo più stranieri d’impronta multiculturale – e usando il nostro inglese elementare, facciamo a meno delle nostre differenze.
Concordiamo con la classe dirigente di sinistra – ma anche di centro riformista – che dà sempre la colpa agli altri, quelli che non capiscono quanto siamo migliori. E diamo ragione a Ezio Mauro quando trova motivi di soddisfazione: per esempio passi avanti in termini di zero virgola qualcosa, o il coraggio di fare certe scelte; siamo anche facce di cazzo con la riga a destra che amano la semplificazione del quadro politico. Siamo noi, siamo in tanti, e arriviamo a circa un terzo del paese.
Venerdì scorso alla libreria Flexi si è tenuto un dibattito (organizzato dalla casa editrice Elèuthera) a sostegno del Critical Art Ensemble, gruppo di artisti e scienziati che, per la loro critica alle biotecnologie, erano stati accusati di bio-terrorismo. L’inchiesta, partita 4 anni fa, si era conclusa con un’accusa corrispondente a 20 anni di reclusione per Steven J. Kurtz. Il dibattito alla libreria Flexi si è rivelato parecchio animato ed ha convinto il giudice Arcara ad assolvere Kurtz dalle accuse.
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