La recensione a “Universi quasi paralleli” di Antonio Caronia
L’ultimo libro di Antonio Caronia, appena uscito per Cut-up edizioni, propone una lettura certo idiosincratica ma non del tutto isolata della fantascienza. In attesa della ristampa integrale della collezione della rivista Un’ambigua utopia (1977-1982), annunciata presso le edizioni Mimesis, ci si può intanto confrontare con un percorso di articoli e saggi scritti fra il 1981 e il 2005.
La fantascienza, che alle sue origini e per molti decenni ha saputo esprimere al meglio l’immaginario della società industriale, sognando un’espansione illimitata delle forze produttive, uno sviluppo potenzialmente infinito della scienza e della tecnica, ha anche saputo registrare la crisi di quel modello titanico e prometeico, cantandone il tramonto e l’avvento di nuove preoccupazioni e di nuovi scenari dell’immaginario: le tematiche dell’equilibrio ecologico del pianeta scosso e minacciato, la contaminazione delle tecnologie coi corpi. E si è innestata perciò, a un certo punto, anche con le pratiche più radicali dei movimenti di opposizione, fornendo spunti e complicità alle operazioni di fake, di détournement, di nomi collettivi.
Muovendosi fra letteratura e analisi politica, fra espressione artistica e partecipazione alla scena controculturale, Antonio Caronia ha seguito per oltre trent’anni il filo rosso dei cambiamenti in atto. In questo libro raccoglie per la prima volta una selezione degli scritti (inediti in volume) che meglio hanno saputo interpretare il nesso fra scrittura e lotte sociali, fra avanguardia artistica e innovazione tecnologica: dai maestri della fantascienza come P.K. Dick, Samuel Delany, Ursula Le Guin, alle beffe mediatiche di Luther Blissett, da un raffinato uso del falso all’analisi del cyberpunk e del concetto di virtualità. È significativo che alcune fra le più paradossali di queste operazioni si siano mosse nell’ambito del design, una pratica che da sempre combina attenzione per la tecnologia, sensibilità al mutamento sociale e invenzione linguistica.
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di Tommaso de Lorenzis (da l’Unità)
Sono storie di perseguitati e proscritti, di esuli e dissidenti. Sono racconti di carneficine e massacri, di fughe precipitose e peregrinazioni estenuanti. Compongono le trame di tre titoli che, a dispetto della diversità di generi e stili, si richiamano in un gioco di suggestive assonanze, piazzandosi ai piani alti delle rispettive classifiche di vendita. Se l’accostamento tra La mano di Fatima dello scrittore spagnolo Ildefonso Falcones e Altai dell’atelier Wu Ming può risultare ovvio, inaspettata appare la corrispondenza tra la coppia di romanzi e Scintille, l’ultimo lavoro del giornalista Gad Lerner. Le analogie sul versante romanzesco dell’ipotetico trittico narrativo sono evidenti. Falcones e Wu Ming scelgono il XVI secolo come ambientazione dei loro intrecci, con uno scarto temporale praticamente nullo: in un caso siamo nella Spagna del 1568, nell’altro a Venezia nell’anno del Signore 1569.
I due libri, quindi, si collocano agli antipodi del medesimo scacchiere politico. Le rivolte dei moriscos andalusi trovano un’eco nella Costantinopoli di Altai, mentre la presa di Cipro e la battaglia di Lepanto causeranno – anche se indirettamente – la sconfitta della sollevazione musulmana in Spagna. Tuttavia, al di là della pur significativa consonanza di contesto, suona stupefacente la somiglianza dei protagonisti. Ex agente della Serenissima costretto a un’imprevedibile fuga, Emanuele De Zante – io narrante di Altai – patisce lo smarrimento di un’identità sospesa tra due fedi: quella cristiana del Leone di San Marco e quella della diaspora ebraica che ha trovato rifugio a Costantinopoli. Sotto il cielo del medesimo intreccio di culti e culture si muove il morisco Hernando Ruiz, figlio di una musulmana violentata da un prete cattolico. Cresciuto nella dissimulazione del proprio credo islamico, Ruiz subirà alterne, dolorose sventure che lo porteranno a pregare rivolto verso la Mecca e a invocare i chiodi della croce di Cristo, salvo poi scoprire che la verginità di Maria è un dogma riconosciuto da entrambe le religioni. Abiura e apostasia cessano così di valere da infami apposizioni del Rinnegato per farsi legittimi presupposti della convivenza tra diversi.
Il gioco d’identità sfuggenti e i conseguenti conflitti interiori legano saldamente questi spaccati romanzeschi del Mediterraneo cinquecentesco. “Lo sguardo di Hernando vagava sui presenti, musulmani e cristiani. Chi era lui?”, domanda il narratore de La mano di Fatima a proposito dell’uomo che i cattolici giudicano un infedele e i confratelli moriscos appellano con disprezzo il “Nazareno”. “La fuga era una crisalide, ma il bruco non diveniva farfalla: soltanto un altro bruco”, risponde – dall’altro estremo del Mare Nostrum – l’io narrante di Altai, esplicitando dubbi e incertezze sulla natura del mutamento. Dunque, chi sono costoro? Chi sono davvero questi (dis)simulatori e apolidi, martiri e convertiti, ribelli e viaggiatori? Chi sono coloro che continuano il cammino “con parole cangianti e nessuna scrittura”, recando il fardello di tanti nomi e troppi battesimi?
Come risposta, esitante e pensosa, a questi interrogativi procede l’avvincente narrazione di Scintille. Non è un caso che il sottotitolo reciti “Una storia di anime vagabonde”, omaggio alla dottrina chassidica delle anime inquiete che vagano nell’erranza chiamata gilgul dai mistici della Qabbalah. A debita distanza dalle secche di un’autobiografia colta e vezzosa, lontano dalla monotonia “di un’altra saga familiare ebraica nei gironi infernali del Novecento”, Lerner intraprende un cammino nello spazio e nel tempo: sui luoghi della memoria, sì, ma con lo sguardo saldamente rivolto al futuro. “Nessuno può tornare indietro. Era avanti che bisognava guardare”, scrive Wu Ming. “Si deve viaggiare in avanti, facendo un uso parsimonioso della retromarcia”, corregge lievemente il tiro il conduttore de L’infedele. Il senso, però, non cambia e l’invito a liberarsi dal malinconico gravame dell’Esiliato è lo stesso. Da Beirut alla Galizia orientale, dai tramoniti libanesi alle foreste ucraine, Scintille illustra le vicende dei Lerner e dei Taragan, la famiglia materna dell’autore, rimbalzando senza posa tra fatti privati e grandi eventi della Storia. L’oscuro oggetto del racconto giace oltre quel silenzio – disarmato e anestetico – con cui i Lerner, trapiantati in Medioriente, avvolsero l’eliminazione dei consaguinei nel mattatoio nazista di Boryslaw e Leopoli.
“Gilgul”, l’erranza
Ed è a questo punto che la dominante della tragedia parrebbe collegare i tre titoli in un funesto catalogo d’ingiustizie, violenze e abiezioni perpetrate sul crinale in cui la domanda “Chi sei?” diventa la linea che separa la vita dalla morte. Eppure, c’è dell’altro, qualcosa che ha a che fare con la fine del vagare e l’avverarsi delle promesse. Lascia stupiti come la sfiducia nei confronti del “messianismo politico” vibri con uguale intensità nelle pagine di Altai e in Scintille. Poco importa che sia l’utopia d’un regno libero nel Mediterraneo del Cinquecento o la realtà di Eretz Israel. E poco importa che si tratti dei vagheggiamenti di Giuseppe Nasi, il potente giudeo introdotto alla corte del Sultano, o della ferocia di Ariel Sharon. L’inquieta sfiducia che monta nei confronti del separatismo statuale – illuminato ed “entusiasta” o ultranazionalista e finanche razzita – attraversa Altai e riverbera con sfumature differenti in Scintille. In questo senso, il gusto amaro della sconfitta non fa in tempo a impastare la bocca, perché il rumore della tenace lotta di sempre già riecheggia nelle parole che Primo Levi consegnò, nel 1984, al giornalista de “L’Espresso” Gad Lerner: “Bisogna che il baricentro d’Israele torni fra noi ebrei della Diaspora, che abbiamo il compito di ricordare ai nostri amici israeliani il filone ebraico della tolleranza”.
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La recensione de Il Carattere a Potere assoluto. La protezione civile al tempo di Bertolaso di Manuele Bonaccorsi (Edizioni Alegre, 2009).
Che cosa accomuna la preregata della Louis Vuitton cup a Trapani, il G8 della Maddalena (mai avvenuto), quello de L’Aquila, il terremoto del 6 aprile e il Papa? La risposta è Guido Bertolaso e la Protezione civile. Ente creato, o meglio, modificato ad hoc dal governo Berlusconi per poter stanziare finanziamenti a nove zeri senza il controllo preventivo degli organi istituzionali.
Nel libro Potere assoluto, la Protezione civile al tempo di Bertolaso, Manuele Bonaccorsi, redattore del settimanale Left, traccia un documentato ritratto di una macchina gigantesca e potente, che, grazie a decreti e ordinanze, può agire indisturbata in forza di situazioni di emergenza come calamità naturali o di dichiarazioni (discrezionali) di “grandi eventi”.
Il suo capo, Guido Bertolaso, diventa così il Re Sole dei nostri giorni, il “legibus solutus”, che può disporre di fondi pressoché illimitati e poteri di ordinanza non soggetti al vaglio della Corte dei conti o della Corte costituzionale. Un sistema di potere che si regge sulla possibilità di elargire finanziamenti in deroga alle leggi (fino a riscrivere anche norme sull’ordine pubblico come nel caso di Napoli), ai regolamenti per la concessione degli appalti e ai diritti dei lavoratori (vedi G8 della Maddalena).
L’inchiesta di Bonaccorsi parte dalle radici, che affondano negli anni ‘50, quando la Protezione civile doveva essere un organismo militare parallelo per prevenire e ostacolare “la scalata comunista ai posti e alle posizioni di comando e responsabilità” (che ricorda molto Gladio). Per arrivare ai giorni nostri, il Giubileo, le trasferte del papa, i cosiddetti “grandi eventi” come il quattrocentenario della nascita di san Giuseppe da Copertino diventano avallo di ordinanze e decreti che stanziano milioni di euro per appalti concessi a imprenditori amici, come nel caso dei mondiali di nuoto di Roma. Un immenso giro di affari e fabbrica di consensi.
L’ultimo capitolo è dedicato a L’Aquila, forse il più evidente esempio dell’azione della Protezione civile nel controllo del territorio. Dalla gestione rigida e “paramilitare” dell’emergenza, alla totale autonomia e discrezionalità nella fase seguente: una città stravolta nel suo tessuto sociale dal sisma a causa di una prevenzione che non c’è stata. Una città che rischia di morire, sfilacciata, a colpi di decreto, in 20 new town, mentre la ricostruzione è ancora lontana dal cominciare.
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Il Corriere del Mezzogiorno scopre il “gomorrismo”, il genere letterario di denuncia nato sulla scia del libro di Saviano. Lo fa citando una corrosiva recensione a “La ferita” uscita su Napoli Monitor, un mensile gratuito militante di Napoli fatto con cura e grande umiltà, senza toni declamatori. E’ uno dei prodotti di una Napoli semisconosciuta che, quando vuole “normalità”, non intende “normalizzazione”, il perbenismo della brava gente: anche i conflitti sociali sono normali, o dovrebbero esserlo. Perciò è interessante leggere cosa pensano loro del gomorrismo. Ecco la recensione, firmata da Luca Rossomando.
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Silvia Ballestra, I giorni della Rotonda (Rizzoli, 2009).
Silvia Ballestra racconta la transizione ‘70-’80 vista da S. Benedetto del Tronto, provincia di Ascoli Piceno. La presunta gerarchia tra metropoli e provincia in Italia non ha mai significato molto. Un po’ perché a Roma, Milano o Napoli non si respira certo un clima cosmopolita (figuriamoci ad Ascoli). E un po’ perché in provincia ricchi e poveri frequentano le stesse piazzette, parlano la stessa lingua, e la “società liquida” in realtà c’è sempre stata. È più difficile vestirsi da punk, a S. Benedetto, perché i vestiti devi comprarli fuori città; ma è più facile esserlo, perché per disturbare la quiete pubblica non devi prima evadere dal tuo ghetto, dove non disturberesti nessuno: basta vomitare nel giardino del vicino.
Silvia Ballestra aveva esordito narrando la bohème dei fuorisede abruzzesi a Bologna, più provinciale di quanto creste, anfibi, torri, spille e vinili riuscissero a far credere. Ora fa l’operazione inversa. Volete capire un decennio, anzi due? Non c’è bisogno di San Francisco, basta San Benedetto del Tronto, anzi una rotatoria in cui è successo tutto, dalle lotte sociali all’eroina. E o c’eri o non c’eri: mica come a Roma o a Milano che le cose le fanno in tre e le raccontano in tremila. Tanto, chi ti conosce.
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Note a margine di Lo Stato, di Pëtr Kropotkin, Galzerano editore, (2008)
di Peppe Allegri
“È soprattutto la questione dello Stato quella che divide i socialisti”: così quasi l’incipit di Lo Stato, pamphlet (riproposto per i tipi di Galzerano editore, 2008, 10 €, pp. 105) che raccoglie la “conferenza mancata” di Pëtr Kropotkin, invitato a Parigi nel 1897 dai suoi compagni anarchici, ma respinto dal governo della III Repubblica francese, come ospite indesiderato. Del resto quelli erano gli anni dei tumulti insurrezionali in giro per l’Europa, dei “sovversivi” che verranno massacrati dalle cannonate di Bava Beccaris, di socialisti e anarchici che si organizzano per cambiare – chi volendo riformare, chi volendo abbattere – le istituzioni; monarchiche o repubblicane che siano. E Kropotkin parte dalla spaccatura del movimento anarchico e socialista sulla possibilità di “compiere la rivoluzione sociale nell’orbita dello Stato”, ovvero di “abolirlo”, questo Stato. Inutile nascondere che nella ricostruzione del principe russo si parteggia per il superamento-abolizione dello Stato e la fondazione di nuove istituzioni, per “organizzarsi sulle basi del libero accordo, della libera iniziativa dell’individuo, della libera federazione degli interessati”.
È un’ampia e al contempo sintetica ricostruzione storica delle forme di organizzazione delle società quella che ci propone Kropotkin, che non a caso aveva titolato il volume “L’Ètat, son rôle historique”; assegnando quindi una dimensione temporale allo Stato e alla sua ideologia, con un inizio databile con l’Impero romano, e una fine che si auspicava immediata. In particolare è un modo per raccontare la Storia delle esperienze di organizzazione alternative al dominio sovrano dell’autorità statale, dalle tribù ai movimenti operai e socialisti di fine Ottocento: il possesso comune della terra; il comune di villaggio; il movimento comunalista del XII secolo; i comuni e le città libere che poi si federeranno sulla base di liberi accordi; le guilde dell’autorganizzazione sociale; le fratellanze, la nuova comune a venire. Tutte istituzioni condivise dai consociati, fuori dal comando e dall’obbedienza alla “tradizione imperiale, romana e canonica”, che obbliga a idolatrare Stato e Chiesa, dentro modi di produzione delle regole che non siano centralizzati, autoritari e gerarchico-piramidali. Perché il bello dell’impostazione di questo volumetto è nella capacità di affiancare un’inedita ricostruzione delle istituzioni, insieme con un’analisi degli strumenti regolativi che una comunità associata si dà, al di là del normativismo della legge statale.
Si possono leggere molte cose dentro queste novanta assai ricche pagine. In controluce può intravedersi il contesto culturale in cui nasce l’”istituzionalismo” di Santi Romano in Italia e di Maurice Hauriou, Léon Duguit e Adhémar Esmein in Francia. Le masse organizzate che vogliono entrare da protagoniste nella vita politico-istituzionale e gli accademici giurisperiti che reagiscono codificando il droit social e immaginando un “pluralismo istituzionale” che non può, e non vuole, fare a meno dello Stato sovrano. Eppure si scorgono le sperimentazioni del socialismo municipale strappato dentro la Terza Repubblica, tra l’autorganizzazione operaia per i primi servizi comuni e i municipi rossi che verranno. C’è intorno il sincero slancio di laicismo e di autonomia della tradizione radicale francese. Aleggia poi una sensazione di pericolo per la tendenza di una parte dei socialisti a prendere la strumentazione statale come meccanismo per operare la trasformazione sociale; e come non pensare a quello che succederà dopo il 1929 negli States e dopo la seconda guerra mondiale in Europa, con il grande patto sociale fordista tra capitale e forza lavoro, in un’ottica keynesiana. E sembra inaspettatamente tornare di attualità il confronto con le soluzioni socialdemocratiche, se anche Tony Judt, nell’ultimo numero dell’anno di The New York Review of Books, si interroga, quasi crocianamente, su ciò “che è vivo e ciò che è morto delle socialdemocrazie”, finendo col prospettare un’ambigua “socialdemocrazia della paura”1.
Ma poi, soprattutto, ci sono pagine splendide di ribellione contra l’oppressiva burocrazia statale e la funzione iper-regolativa dello Stato, che sembra anticipare di un secolo alcune critiche all’ipertecnicismo normativo delle istituzioni comunitarie, in particolare della Commissione. Quindi un’esortazione continua a rifiutare l’educazione alla servitù volontaria, all’obbedienza, al comando e alla disciplina che rendono schiavi. Si potrebbe tornare a Etienne de la Boétie e il suo Contr’un, ovvero Discorso sulla servitù volontaria; ma anche guardare a noi e alla Millennium People del compianto Ballard, o all’elogio delle affinità nei “nuovissimi movimenti sociali” narrate da Richard J.F. Day, piuttosto che al Commonwealth che verrà, raccontato da Negri e Hardt, o all’Anarchy in the EU di Alex Foti, che in questi giorni marcia su Copenhagen, per la giustizia climatica e sociale nell’intero pianeta.
Suggestioni che in ogni caso ci danno un più ampio respiro, se paragonato all’afonia della sinistra politica e intellettuale italiana, incapace di pensare fuori dai dogmi del partito, dello Stato e del lavoro, terribili parole che essa stessa a contribuito a stravolgere nell’assordante silenzio, quando non nell’inetta azione, che ha contraddistinto il suo atteggiamento nel lungo trentennio ultra-liberista.
A dieci anni da Seattle e a un secolo in più dalle pagine di Pëtr Kropotkin c’è un’altra immaginazione, assai lontana da quella della sinistra tradizionale, da mettere in campo per pensare e praticare le nuove istituzioni dell’autonomia e della libertà nella giustizia sociale, a partire da inedite “fratellanze” possibili sulla questione sociale al tempo della crisi.
[1]Tony Judt, What is Living and What Is Dead in Social Democracy?, in The New York Review of Books, vol. LVI, n° 20, pp. 86-96; in rete: http://www.nybooks.com/articles/23519.
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[da Carmilla] In un’epoca di artificiose costruzioni securitarie la gente si “percepisce” sempre più insicura digerendo telegiornali che minacciano l’avvento di orde di invasori migranti, bande di rom dediti a presunti sequestri di bambini, accolite di terroristi anticristiani. Per ridicolizzare questa propaganda del terrore un gruppo di attivisti del collettivo Collane di ruggine ha dato alle stampe una serie di divertenti cartoline sul tema del Babau. Chi è il Babau? La risposta arriva dagli stessi creatori del progetto: “Il Babau è l’ultima frontiera nella politica dell’ansia. Semplice e primordiale paura. Diverso dal terrore, più simile alla goccia che ti cade in testa e pian piano ti porta incosapevolmente alla pazzia.”
Il progetto è costituito da una serie di trenta cartoline raccolte in un cofanetto. Ogni cartolina presenta da un lato un’opera grafica e dall’altro un racconto breve. Il cofanetto, totalmente autogestito, esce sotto una licenza Creative Commons e può essere sostenuto economicamente e coprodotto attraverso Produzioni dal Basso. Su Carmilla, trovate anche due racconti, quelli di Regina Zabo e Alberto Prunetti.
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di pwd, da Anobii.com
L’”accabadora” è la donna che si incarica a nome della comunità di mettere fine alle sofferenze. Solitamente, sui giornali, l’eutanasia rientra sotto il capitolo “bioetica”, la nuova morale che dovrebbe tenere conto della scienza. Michela Murgia ci mostra come la bioetica, la scienza, il Progresso e gli ospedali non c’entrino niente: “Accabadora” si svolge nella Sardegna contadina degli anni ‘50. Dunque, si tratta di politica: di come una comunità si prenda cura dei suoi membri fino in fondo, e se ne assuma le responsabilità. L’accabadora, però, detiene il libero arbitrio e, se non si fida dei suoi simili, può rifiutare di dare la morte che essi le chiedono (a maggior ragione, una donna ha il diritto di abortire?) Poco importa se l’accabadora sia esistita o no: conta che l’”Accabadora” lavori per tutti, per noi. Solo quando lavora per sé sbaglia. Ma non è l’errore che fa ogni potere?
Accabadora verrà presentato da Bia Sarasini alla Libreria Flexi giovedì 5 novembre alle 19.
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di Stefano Baldolini
Tra i commenti al voto, ha inciso politicamente quello della Fondazione Farefuturo, vicina a Gianfranco Fini, che chiede senza mezzi termini di organizzare il Pdl. Insomma, laddove i partiti tradizionali fanno sempre più fatica a rispettare la loro mission – produrre politica – ecco che I think tank (analizzati in un agile manuale da Mattia Diletti per Il Mulino), sono sempre più innovativi, spregiudicati, autorevoli. Persino in Italia. Dove non siamo ancora ai livelli del Policy Network di Peter Mandelson che ispirò nei ’90 la “terza via” di Tony Blair. O al Center for American Progress di John Podesta che disegna oggi il profilo pragmatico di Barack Obama. Sorti in America all’inizio del Novecento, i think tank possono essere classificati in tre modelli.
Il primo risale alla cosiddetta “età progressista” quando contro i monopoli occorreva fare lo stato federale. Quello che è definito “università senza studenti”, come la riformatrice Russel Sage Foundation (1907). O la Brookings Institution (1916), il think tank dell’establishment di Washington, con stella polare efficienza e razionalizzazione della spesa pubblica.
Il secondo modello «è quello dei think tank che vivono di committenza pubblica», a partire dal New Deal fino alla fine dei ’60. Decisiva la “presidenza imperiale”, l’accentramento di poteri alla Casa Bianca. «I primi a entrare nelle agenzie federali saranno gli economisti, poi toccherà agli esperti di politica estera e di problemi militari» (il termine “think tank” proviene proprio dal gergo bellico). Così se «negli anni ’20 i giovani più ambiziosi e di talento si trasferivano a Wall Street, negli anni ’30 andavano a Washington». Ecco allora, la Rand Corporation (1946), di Santa Monica (California), braccio di ricerca del Pentagono. O il Council on Foreign Relations, fondato a New York nel 1921, dipartimento di stato ombra. Con la sua storica rivista Foreign Affairs.
Poi c’è il terzo modello, forse il più vitale, quello dei «cosiddetti partisan think tank, che sostengono un punto di vista connotato ideologicamente». Tipologia che si afferma nei ’70, con la rivoluzione conservatrice che porterà a Ronald Reagan, e culminerà nel ciclo di Bush jr. Si pensi all’American Enterprise Institute, legittimato come uno dei centri ispiratori della guerra in Iraq, o alla Heritage Foundation, altro luogo sacro per i conservatori. Ma come lavora un think tank (americano)? Intanto, massima apertura (almeno nell’ordinaria amministrazione).
«Per partecipare, chiunque voi siate, è sufficiente una registrazione online: nessun controllo di sicurezza all’ingresso, nessun filtro fino a esaurimento posti». La logica è quella del centro di sviluppo delle relazioni, con l’obiettivo di coltivare l’attività del networking, del lavoro in rete. Scrive Diletti: «Essi operano principalmente in due segmenti del ciclo di una policy». In quelli iniziali: nell’identificazione del problema, e nella formulazione di una politica adeguata alla sua risoluzione. È qui che «un’idea, sostenuta da una strategia e da mezzi adeguati, può effettivamente aprirsi un varco ed emergere nel dibattito pubblico cercando alleanze e sostenitori ». Un attimo prima «che la scelta prenda corpo, si trasformi in provvedimento, entri effettivamente nel tritacarne della politica».
Perché ciò sia possibile, in un mercato quanto mai frammentato, occorre innanzitutto una mission («idee, possibilmente poche e chiare»). Poi serve un’organizzazione.
«La prima variabile a influire sui modelli organizzativi è quella ideologica». Per esempio la struttura organizzativa di un partisan think tank come la Heritage è molto differente (gestione piramidale, agenda definita dal presidente) da quella della Brookings (ampia discrezionalità ai direttori d’area).
Indispensabile è la capacità di catturare l’attenzione (un membro del Congresso dedica alla lettura in media 9 minuti quotidiani). Anche qui, «le politiche editoriali sono di segno opposto». I partisan think tank privilegiano «strumenti di facile fruibilità ed estremamente sintetici », i cosiddetti policy briefs (non più di tre pagine).
Poi naturalmente servono molti soldi. Già, perché i think tank costano.
L’Aei, per fare un esempio, ha un budget annuale che si aggira attorno ai 25 milioni di dollari. Eccoci a una delle differenze con il nostro paese. Dove pure, la realtà è in evoluzione. Dove, «più che di think tank è bene parlare di fondazioni di cultura politica ». Oltre alla già citata Farefuturo (2007), ecco allora la Fondazione Liberal (1995) di Adornato, partita come arena per il centrodestra e finita nell’area dell’Udc; Italianieuropei di D’Alema e Amato (1998) nata in piena “terza via”; ma anche Glocus (2003) di Linda Lanzillotta, o Magna Carta (2003), emanazione del tandem Pera- Quagliariello. Senza dimenticare “centri vecchi e nuovi” come l’Ispi, la Fondazione Basso, Quarta Fase… o formule web influenti come voce.info.
«Il vero big bang – scrive Diletti – va collocato all’inizio degli anni ’90 ed è connesso all’esplosione del sistema dei partiti, il conseguente processo di personalizzazione della politica e di trasformazione delle istituzioni, a livello sia locale sia nazionale ».
È qui che «ritroviamo il vero punto di contatto con il caso americano: la crisi dei partiti di massa è il volano di questa affermazione, come accadde all’inizio del Novecento negli Stati Uniti».
Ma l’Italia – si sa – non è l’America.
«I think tank italiani – per quanto numerosi – sono ancora troppo giovani e di dimensioni ridotte». In comune con il resto d’Europa, anche in Italia «non esistono le condizioni strutturali perché si crei un mercato dell’expertise paragonabile a quello degli Stati Uniti», anche in Italia si assiste all’«estrema individualizzazione del loro marchio», al processo di creazione dei cosiddetti think tank del leader, (ben undici dopo il 1992), per non usare l’ironica locuzione vanity tank.
Eppure, ormai indebolite le culture politiche tradizionali, «luoghi del genere sono indispensabili al mantenimento di un livello accettabile di coerenza e continuità» di quelle sopravvissute. Perché come diceva Margaret Thatcher: «You have to win the argument before you win the vote». Prima il pensiero, poi l’azione.
da Europa
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Vi risparmiamo i fronzoli. Ma sappiate che, in qualche modo, la libreria Flexi nacque da un laboratorio di letteratura che si svolgeva nel centro sociale Acrobax. Il primo racconto del laboratorio doveva raccontare un’improvvisa interruzione dell’elettricità. Proprio come il romanzo “Senza luce” di Luigi Bernardi, che sarà presentato alla libreria Flexi giovedì 8 ottobre. Ecco una bella recensione di Gaja Cenciarelli.
Ho letto tutto di Luigi Bernardi che, per me, non è precisamente un estraneo, ma una persona dalla quale ho avuto la fortuna di imparare molto. È vero: Luigi e io siamo amici. E questa, dunque, sarà una recensione difficile ma sincera.
Senza luce è, a mio avviso, il romanzo più bello che Luigi Bernardi abbia mai scritto. Mi detesterà, ora, visto che anche degli altri sono stata – a ragione – entusiasta. Ma stavolta non c’è dubbio: Senza luce si piazza senza alcuno sforzo in cima alla classifica. È il classico romanzo in cui ogni tassello s’incastra alla perfezione accanto agli altri, con una fluidità e una naturalezza che rendono la trama assai più che verosimile.
Nell’hinterland di Bologna un anziano squilibrato si affaccia alla finestra e comincia a sparare sulla folla. Le forze dell’ordine, per annientarlo, decidono di togliere l’energia elettrica a tutto il quartiere. È in questo contesto che si dipana la trama. La narrazione segue con sguardo spietato le vene che si diramano nel corpo della storia.
Bernardi isola quattro nuclei, quattro microuniversi le cui esistenze, malgrado l’incertezza delle forme, la confusione, le ombre indistinte che caratterizzano il buio, esplodono, con un nitore accecante, in tutta la loro tridimensionalità. Nemmeno un millimetro di animo umano resta intrappolato tra le pieghe dell’oscurità, la scrittura di Luigi Bernardi è assolutamente disambiguante.
Mario, dirigente comunale tenta di sedurre Federica, ausiliaria del 118 e sua vicina di casa. Umberto, docente universitario inventa un gioco familiare – a suo parere innocente e innocuo – che travolgerà lui, la moglie Giuliana e i loro due figli. Loretta ha un bar nel centro del paese e lì conosce Ivano, appena arrivato e apparentemente pieno di risorse. Nel frattempo Domenico, scrittore dalla personalità tormentata e figura tragica per eccellenza del romanzo, si prepara a portare a termine il suo piano. Nulla è, però, innocuo in Senza luce, a differenza di quanto crede Umberto. Le conseguenze pesano come ombre mai scacciate e che il tempo ha inevitabilmente ispessito. Nemmeno l’oscurità è innocente.
«All’assenza di luce si coniuga spesso quella dei suoni: è l’universo intero a precipitare nel coma».
Ma il coma è una condizione che dovrebbe avere una durata limitata. Dal coma ci si dovrebbe risvegliare, oppure morire. E Bernardi descrive proprio questo: uno stato di sospensione temporanea che avrà il suo culmine in un finale tanto agghiacciante da essere decisamente credibile. La realtà supera la fantasia? Nel caso di Senza luce no, è la fantasia a farsi realtà.
Senza luce è, inoltre, un romanzo sensuale. Lo è perché la scrittura dell’autore abbraccia i cinque sensi, compresa la vista. Suoni, sapori (come durante la cena di Mario e Federica, consumata quasi del tutto in silenzio), profumi (come gli aromi che si mescolano sul corpo di Loretta e che inebriano Ivano), sensazioni tattili (le mani di Domenico che prima accarezzano Anna, e poi, quando il suo corpo muore, gli oggetti inquietanti che lei gli ha lasciato in eredità). Tutto si fonde, tutto diventa vivo malgrado il coma.
Ed è proprio per questa ansia di vita che alcuni dei personaggi del romanzo di Bernardi scelgono, alla fine, di uscire di casa, di inoltrarsi nel buio, stufi della sospensione prolungata del sentire. Desiderano andare incontro a una rinascita, inconsciamente certi che l’oscurità sia diventata, per loro, un abbraccio rassicurante.
Ma non si vive senza luce, Domenico ne è sicuro. C’è anche lui, quella sera, quando Federica respinge Mario, Giuliana fugge da Umberto e dai figli, Ivano ritrova Guidino (il fratello di Loretta) e tutti insieme convergono verso la piazza del paese, attratti da un’alternativa, da una seconda possibilità. Domenico c’è, ma è nascosto, e medita.
«Domenico pensa a come si potrebbe raccontare una storia così, una storia senza luce. Il buio non consente la descrizione, le parole hanno bisogno di luce, di materia sulla quale riflettersi. Il buio è l’immagine piatta di un’assenza, presuppone l’oscuramento di qualcosa che comunque c’è e si potrebbe rivedere da un momento all’altro, se solo tornasse la corrente: è un pieno che si è svuotato pur mantenendo inalterato il proprio contenuto».
A questo punto il lettore prova un senso di straniamento: sente, per istinto, che ciò che pensa Domenico è vero. È d’accordo con lui. Ma poi capisce che l’autore ha fatto esattamente il contrario: ha raccontato una storia senza luce, oscura (nelle diverse sfumature semantiche che il termine può assumere), scrivendo come se avesse puntato alle nostre spalle un enorme riflettore che ci ha permesso di seguire gli eventi fino alla loro fatale conclusione.
Luigi Bernardi, fondatore dell’indimenticabile e indimenticata Granata Press, saggista, scrittore, editor, talent scout e molto altro, ha scritto – con Senza Luce – il suo più luminoso romanzo sul destino.
(da “La poesia e lo spirito”)
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Zuckermann, l’alter ego di Philip Roth, è contattato da un suo compagno di scuola dei tempi del liceo: lo svedese. Lo svedese (Seymour Levov) era un mito per lo scrittore, fortissimo in tutti gli sport, ma anche persona umile e umanamente corretta.
Lo svedese muore di lì a poco e Zuckermann non può fare a meno di ricostruire, scrivendola, la vita e i problemi di Seymour Levov.
“Pastorale americana” è un romanzo incredibilmente denso, una storia sul terrorismo, sul rapporto fra generazioni, sugli anni sessanta e settanta, sulla ristrutturazione industriale (in particolare contiene un vero e proprio trattato sulla lavorazione del cuoio), ma soprattutto è un saggio sugli Stati Uniti d’America.
Leggendo questo libro ci si immerge nella storia del Novecento e non se ne esce fuori finché non lo si finisce, e anche dopo.
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Falpa, la subcomandante del gruppo di lettura Amarganta, presenta a modo suo il libro “La piazza del Diamante” di Mercé Rodoreda (La Nuova Frontiera, 2008)
Durante la lettura, arrivata circa a metà del romanzo, mi stavo innervosendo, una storia tristissima, quella di questa donna senza parole, che registra la realtà praticamente senza elaborarla, e subisce le imposizioni e le decisioni altrui. Proseguendo lo stile è cambiato, la narrazione ha iniziato ad essere più complessa e, nonostante sapessi già a grandi linee come sarebbe finita la storia (ho scoperto che c’è un motivo se le note del traduttore vengono poste in post-fazione, e che bisogna fidarsi di questa scelta editoriale e non leggerle prima del romanzo), mi sono appassionata alla vicenda. Inoltre mi sembra che alcuni elementi narrativi trasversali che congiungono le due parti del romanzo, servono a costruire una struttura complessa su quello che apparentemente potrebbe sembrare solo un esercizio stilistico sull’impoverimento del linguaggio funzionale alla narrazione. Ad esempio: la protagonista si definisce senza parole all’inizio per poi lasciarsi andare all’urlo finale liberatorio; l’importanza del nome, sostituito dal primo marito con il soprannome di Colombetta, le viene restituito dal secondo marito insieme ad un’identità negata; la prima notte di nozze che dura una settimana, la seconda che in realtà non c’è; la metafora del tarlo che scava nel legno per racchiudere se stesso in uno spazio protettivo, viene poi ribaltata nel tarlo che esce dal buchino per vedere quello che ha fatto. Comunque ci sto ancora riflettendo, è un romanzo che resta appiccicato addosso, speriamo per parecchio tempo!
“La piazza del Diamante” sarà l’oggetto della discussione del gruppo di lettura “Amarganta” sabato 26 settembre alle ore 18.
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Mentre scrivo, la sentenza giudiziaria sull’omicidio di Federico Aldrovandi sta per arrivare. Federico Aldrovandi a diciott’anni è stato ucciso per strada, pestato durante un fermo di polizia a Ferrara in una notte di quasi quattro anni fa. La morte di Federico passò inosservata per alcuni mesi. Poi, toccò alla madre Patrizia, forse l’ultima persona che dovrebbe farlo in uno stato di diritto, chiedere giustizia in prima persona. Lo fece aprendo un blog qualunque, federicoaldrovandi.blog.kataweb.it. Come fanno in tanti per parlare dei loro problemi piccoli e piccolissimi sperando che Beppe Grillo ne faccia un caso mediatico e li risolva. Quella volta il problema di Patrizia Aldrovandi non poteva essere risolto, perché Federico non sarebbe tornato. Rimaneva un problema che non era di nessuno, quindi di tutti: nella benestante e noiosa Ferrara, si poteva morire di notte per colpa di una gang in divisa, e nessuno avrebbe dovuto assumersene le responsabilità. Anzi: nei commissariati si potevano tranquillamente cancellare le prove e nessuno, in una città sempre in testa alle “classifiche del benessere”, avrebbe alzato un dito.
All’epoca parlavo alla radio. Mentre cercavo spunti per riempire i buchi tra una traccia musicale e l’altra, una mattina capitai sul blog di Patrizia Adrovandi, casualmente tra i primi. Lessi la notizia senza troppi particolari. Il giorno dopo, scorrendo i giornali per la rassegna stampa radiofonica, lessi il primo articolo sull’argomento, su “Liberazione”, e ne svegliai l’autore (i cronisti lavorano fino a tardi, le rassegne stampa vanno in onda all’alba). Era Checchino Antonini, che a lungo rimase il primo e l’unico reporter a seguire da vicino - cioè a Ferrara quando possibile - la ricerca di verità sul caso Aldovrandi. Ci sentimmo spesso, in diretta, ogni volta buttandolo giù dal letto. Per chi da allora ha seguito la vicenda, la voce di Checchino è stata quella più familiare, aggiornata e precisa. Un aiuto prezioso anche per Patrizia e i suoi compagni, che sul blog non hanno mai smesso di martellare il tasto della verità negata.
Sono passati quattro anni. Per una notizia, è un’eternità: pochi rimangono “sul pezzo” così a lungo. Checchino lo ha fatto, scrivendo in treno quando ancora nessuno scriveva al computer in treno perché non c’erano prese per l’alimentatore - sul treno per Ferrara non ci sono ancora. Il caso nel frattempo è diventato di dominio pubblico: anche repubblica.it tra una tetta e l’altra parla della sentenza imminente, vedo. La tenacia di Patrizia Aldrovandi, dei suoi compagni, di Checchino Antonini e di Alessio Spataro, il disegnatore che gli si è affiancato, se non altro, ha raggiunto questo obiettivo. Certo, dopo la sentenza (qualunque sentenza) molti giornali smetteranno di parlarne, anche quelli più ostinati. Checchino ed Alessio invece continueranno a farlo il più a lungo possibile con Zona del silenzio. Una storia di ordinaria violenza italiana, una graphic novel scritta e disegnata a quattro mani per Minimum Fax. Lo presenteranno in molti luoghi quest’estate, se l’editore ci crederà davvero. Avremmo voluto farlo anche al Flexi, ma hanno deciso che il calendario romano è già pieno. Peccato, o forse meglio così: significa che anche a Roma per leggere il libro, saperne di più sulla vicenda e parlarne ci saranno tante occasioni. E, forse, tante “zone del silenzio” in meno.
Per ora, “Zona del silenzio” è stato presentato alla stessa radio di allora, Radio Onda Rossa, che ha messo in rete l’intervista a Patrizia Aldrovandi e Alessio Spataro. Per cominciare, ascoltatela: qui.
Un socio
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La nostra recensione pubblicata su “il Manifesto” il 30 giugno 2009.
Il gene egoista della Santa Trinità
Tra Darwin e le nuove ricerche sul Dna umano
Il prudente rispetto del Papa nei confronti di Charles Darwin suscita spesso curiosità. Persino la Radio Vaticana si è detta stupita per il nuovo «feeling» tra la Santa Sede e lo scienziato inglese. Benedetto XVI ha lasciato che i laici di tutto il mondo celebrassero il bicentenario della nascita di Darwin (1809) senza disturbarli, evitando accuratamente un nuovo caso Galilei come quello che gli fece rinunciare alla visita alla Sapienza. Perché tanto ossequio per lo scopritore della selezione naturale?
Dopotutto, Darwin ha ridotto la Creazione biblica ad una leggenda da almanacchi. Prima di lui, la filosofia attribuiva a un’autorità divina l’esistenza di specie biologiche ben definite. Due cavalli, pur diversi tra loro, possono generare una progenie fertile, ma è impossibile che ciò avvenga tra un cavallo ed un topo. Perciò, la separazione tra le specie doveva derivare da un principio superiore, mentre la differenza tra un individuo e un altro in una stessa specie rappresentava un semplice accidente. Dopo la scoperta della selezione naturale, invece, la specie è divenuta un’entità provvisoria - la mera discendenza degli individui meglio adattati al proprio ecosistema - destinata ad estinguersi con i mutamenti dell’ecosistema stesso. Qui ed ora, la rigida classificazione di Linneo ci appare valida: ma non v’è nulla di trascendentale ed eterno in quella suddivisione in specie, famiglie e generi. Al più, è un comodo manuale di consultazione.
Per capire l’indifferenza vaticana verso l’evoluzionismo, ma soprattutto molto altro sulle odierne teorie dell’ereditarietà, può essere d’aiuto la lettura del volume Né Dio né genoma. Per una nuova teoria dell’ereditarietà scritto da due eminenti biologi francesi, Jean-Jacques Kupiec e Pierre Sonigo, tradotto dalle edizioni Elèuthera con una densa prefazione del filosofo Giulio Giorello. Secondo gli autori, la minaccia materialistica rappresentata dal darwinismo è stata disinnescata dagli scienziati stessi: le moderne biotecnologie hanno reintrodotto, seppure in altre forme, l’antropocentrismo e i preconcetti di cui la scienza sembrava essersi sbarazzata. Il darwinismo che ha abbattuto la concezione «fissista» delle specie, sostengono Kupiec e Sonigo, andrebbe applicato fino in fondo, riconoscendo che nemmeno gli individui rappresentano l’unità fondamentale della Natura. Anche un singolo organismo, in realtà, può essere descritto come un ecosistema in cui miliardi di cellule lottano tra loro per la sopravvivenza. Cellule egoiste, che collaborano solo in quanto l’auto-organizzazione permette loro di sopravvivere e moltiplicarsi. Gli individui, tantomeno gli esseri umani, non godono dunque di alcuna centralità nei meccanismi della natura.
Ma la genetica ha neutralizzato questa deriva ponendo nel codice genetico - identico in tutte le cellule di un organismo - il principio fondamentale della vita e del suo funzionamento. Secondo la maggioranza dei biologi molecolari il Dna, ovvero l’individuo, è il protagonista principale della selezione naturale. Al punto che oggi con i cromosomi si studiano anche la psicologia e la sociologia con il modello del «gene egoista»” di Richard Dawkins, e si consigliano test genetici prima di stipulare una polizza assicurativa. Tuttavia, permangono diverse zone d’ombra in questa teoria Dna-centrica, che il libro racconta in maniera comprensibile: si passa dalla differenziazione cellulare (come nascono tanti tessuti biologici diversi, a partire da un’unica cellula con un unico Dna?) al sistema immunitario e all’Hiv, di cui Sonigo è stato tra gli scopritori. Descrivendo l’organismo come un ecosistema di cellule in competizione, sostengono gli autori di Né Dio né genoma, molte oscurità svanirebbero. Inoltre, non è necessario ipotizzare lo strapotere organizzativo, scarsamente dimostrato, del Dna. La loro è una tesi affascinante ed attuale, che non si limita alla critica ma si spinge a proporre un modello innovativo per spiegare la complessità delle specie viventi: le teorie sull’auto-organizzazione dei sistemi, fiorite soprattutto nel campo della fisica teorica, hanno mostrato come dal disordine possano emergere spontaneamente strutture regolari ed universali. Nel testo, affiora qua e là il dubbio che Kupiec e Sonigo sostituiscano all’egoismo del gene quello della cellula, ricadendo nello stesso errore di Dawkins. È senz’altro questo il punto più delicato della loro teoria: in passato, molte confutazioni ragionevoli di modelli assodati sono state ignorate per la debolezza delle corrispondenti proposte alternative. In anni recenti, ad esempio, l’autorevole oncologo Peter Duesberg contestò la natura virale proprio dell’Hiv con argomenti (allora) ragionevoli, ma perse gran parte della sua credibilità quando provò a spiegare la diffusione dell’Aids con l’uso smodato di droghe tra i gay.
Secondo i due studiosi francesi, dunque, l’identificazione della persona con il suo codice genetico non ha reali conferme scientifiche e dipende piuttosto dalla necessità culturale tutta conservatrice di salvare l’individuo come fondamento indivisibile. Non a caso, nell’Angelus di domenica 7 giugno Ratzinger ha usato una metafora genetista affermando che «l’essere umano porta nel proprio genoma la traccia della Trinità». La ricerca dovrebbe aiutare a superare simili condizionamenti, mentre al contrario essa se ne lascia indirizzare verso vicoli ciechi e fallimenti. Nonostante gli enormi investimenti profusi in questo ambito di ricerca, le sperate applicazioni terapeutiche delle biotecnologie sono ancora limitate e si rivelano più ardue del previsto. In ogni caso, le biotecnologie un risultato lo hanno raggiunto: l’individuo è sopravvissuto al materialismo, sia pure sotto forma di Dna. E finché in cima alla natura c’è un Uomo, non un impasto casuale di linfociti, neuroni e globuli rossi, anche al Vaticano possono dormire sonni tranquilli.
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L’ubicazione del bene è il secondo libro di Giorgio Falco. Aveva esordito con Pausa caffè (Sironi Editore), un capolavoro d’esordio: uno zibaldone di conversazioni da call center, resoconti di serate al night di Umberto Smaila, comizi di periferia di Alleanza Nazionale. Il libro appena uscito invece raccoglie le storie degli abitanti di Cortesforza, piccolo sobborgo immaginario di Milano. Un universo di villette, SUV comprati a rate, sensori in giardino che accendono le luci quando il padrone di casa rientra dal lavoro o dal centro commerciale, servizi fotografici matrimoniali rovinati dalla pioggia. Ci sono in giro recensioni colte e profonde, come quelle di Ade Zeno e di Demetrio Paolin a cui vi rimando. Ma per apprezzare L’ubicazione del bene non servono tanti piani di lettura. Giorgio Falco scrive da Dio, punto. Falco è uno che sa cogliere l’aspetto assurdo, ridicolo, tragico o comico (o tutti insieme) anche quando scrive il C.I.D. di un tamponamento.
Il libro di Falco fa parte di una narrativa “metropolitana” da cui provengono diverse opere di qualità, che andrebbero lette insieme: Il contagio di Walter Siti e Cagnanza e Padronanza di Peppe Fiore, entrambi pubblicati nel 2008, ne sono esempio. Il libro di Fiore ricorda L’ubicazione del bene per l’attenzione alla crisi morale e politica del ceto medio che oggi si dispiega pienamente, così bene analizzata da Sergio Bologna. Ma è il romanzo di Walter Siti quello più paragonabile ai racconti di Falco, anche se esplora il proletariato strettamente non industriale della periferia romana.
Gli si avvicina per l’importanza attribuita ai luoghi. Anche Siti racconta una periferia immaginaria ed emblematica. Nel Contagio il vero protagonista è un condominio simile ad un “open space”: gli inquilini entrano ed escono dagli appartamenti degli altri come se le porte fossero sempre aperte. Siti dimostra che convivenza non significa solo e sempre solidarietà, ma spesso condivisione di un campo di battaglia, in cui stringere alleanze e perpetrare soprusi di tutti contro e dentro tutti. Cortesforza, il sobborgo di Giorgio Falco, assomiglia invece ai comprensori residenziali raccontati da James Ballard. Villette e giardini costosi in quanto promettono un ambiente tranquillo, dove tutti si conoscono ma sanno rispettare gli spazi privati altrui. Ma è solo uno slogan da agenzia immobiliare. Falco ci mostra che l’indifferenza reciproca e la morbosa curiosità per l’erba del vicino non sono contradditori. Anzi, si alimentano a vicenda: guardare attraverso la staccionata del vicino serve a misurare meglio il proprio spazio, a pretendere un frigorifero nuovo o un figlio, costi quel che costi.
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E’ l’ultimo libro uscito in Italia della scrittrice Alicia Giménez-Bartlett.La poliziotta Petra Delicado, poliziotta a Barcellona, si divide tra il lavoro, in coppia col vice Fermin Garzón, e la famiglia, con il (terzo) marito Marcos e i suoi rumorosissimi figli (frutto di altri due matrimoni): una vita di compromessi continui e dubbi a non finire.
“Il Silenzio dei chiostri” parte dall’omicidio di un frate dentro un convento di suore. In quegli ambienti preteschi si muove con impazienza Petra, trovando resistenze, interventi dall’alto, omertà. Tra schifose reliquie, omicidi insensati e intuizioni dell’ultimo momento, il caso della “mummia” di padre Asercio sarà risolto solo dopo 500 pagine di buchi nell’acqua.
Qualcuno ha paragonato questa autrice a Camilleri, e nel modo di costruire la trama “gialla” c’è molto dello scrittore siciliano, autoironico e leggero, pur narrando morti e personaggi mostruosi.
(da salgalaluna)
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Quando uscì Cagnanza e padronanza per il sempre benemerito Gaffi Editore, Peppe Fiore fu salutato come un enfant prodige. In realtà, non era un novellino e si vede. A parte che il suo esordio narrativo è del 2005, già nel 2003 aveva vinto il premio Calvino e poi, caso forse unico in Italia, non aveva voluto pubblicare il testo che vinse, L’amore posteriore: bisogna dunque pensare che suo ogni nuovo libro sia ben meditato e non stupirsi troppo se un “giovane” scriva così bene. Cagnanza e padronanza possiede già molte delle qualità del suo ultimo La futura classe dirigente: l’ironia, il familismo amorale, Roma e la sua media periferia ancora umana (quella a sudest). In dieci racconti viene raccontata la middle class capitolina attuale - un po’ precaria, molto bottegaia, perennemente trentenne: la futura classe dirigente - condannata invece ad un’eterna subalternità economica e sessuale: quella ormai espulsa dalla Roma “de ‘na vorta” e pur sempre in cerca di identità tra centri commerciali, jogging ed elettrodomestici in offerta. Aprendo questo libro sembra di sentire un “bip”, come quando scatta l’antifurto dell’utilitaria. Peppe Fiore è la risposta romana a Giorgio Falco, anche se è campano. Da leggere.
Comunque, se non vi fidate il libro non dovete mica comprarlo: scaricatelo in pdf da qui, è gratis ed è Creative Commons. Poi fateci sapere se vi è convenuto stamparlo in A4 per leggerlo a letto, o comprarlo in libreria a 8 euro e mezzo.
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La nostra recensione a Fisica per i presidenti del futuro di Richard Muller (Codice Edizioni, 2009), pubblicata su “Il Manifesto” del 17 giugno 2009. È lunga.
NEUTRALI IN NOME DELLA VERITÀ
La scienza di Obama
Richard A. Muller è un fisico noto per le polemiche sull’uso politico della ricerca. Chiamato alla Casa Bianca come consigliere, è autore di un saggio dove ripropone l’ideologia di una scienza oggettiva che soccorre il potere per prendere le giuste decisioni
Richard A. Muller insegna all’università di Berkeley, in California. Tiene un corso particolarmente indicato allo studente che da grande voglia diventare un nuovo Obama. Si chiama «Fisica per i presidenti del futuro» e, dagli appunti delle lezioni, Muller ha tratto un libro con lo stesso titolo, un successo commerciale ora tradotto e pubblicato dalla casa editrice Codice. Nel nostro basso impero, per la verità, la competenza non pare una virtù indispensabile per le poltrone che contano. Infatti, Fisica per i presidenti del futuro. La scienza dietro i titoli dei giornali (pp. 323, euro 26) non è indirizzato solo all’establishment. È un saggio davvero leggibile, senza formule matematiche e adatto anche per chi non diventerà mai nemmeno assessore in provincia.
Ma immaginate, per un attimo, di dover davvero governare un paese importante come gli Stati Uniti. Secondo Muller, la formazione avvocatesca dei politici tradizionali non vi basterà più. Dovrete avere rudimenti di fisica, perché molte delle sfide che dovrete affrontare potranno essere interpretate correttamente solo se capirete le leggi della natura.
Emotività dei numeri
Prendete ad esempio il terrorismo: temete che un gruppo di invasati possa usare armi nucleari per radere al suolo intere città? Basta ragionarci un po’ sopra per rendersi conto che una bomba sporca all’uranio non è un’arma di distruzione di massa - checché ne dica il diritto internazionale - e che le atomiche di Hiroshima e Nagasaki non possono essere costruite artigianalmente. Capireste dunque perché nel più grande attentato della storia americana, quello dell’11 settembre, è stato impiegato un esplosivo così comune da passare inosservato, il carburante degli aerei (Muller non prende nemmeno in considerazione le tesi cospirazioniste secondo cui il collasso del World Trade Center non è stato causato dai velivoli dirottati). Bastava la fisica, per capirlo. Oltre al terrorismo, con lo stesso atteggiamento positivista Muller passa in rassegna le questioni globali che ritiene più scottanti come l’energia nucleare, i cambiamenti climatici e l’esplorazione dello spazio. In ognuno di questi campi, Muller esamina i dati scientifici a nostra disposizione, li analizza con ragionamenti da liceo scientifico (non serve molto di più, secondo lui) e dimostra che spesso i mezzi di comunicazione e i policy maker, alla ricerca del consenso più che delle soluzioni più appropriate, ci guidano verso strade sbagliate. Muller se la prende soprattutto con chi, per uno scopo o per un altro, diffonde false notizie provocando paure irrazionali o speranze illusorie. Se guardassimo i numeri con meno emotività, ad esempio, le scorie radioattive non ci preoccuperebbero più di tanto: invece di cercare caverne sicure per seppellirle, dovremmo tenerle in circolazione finché non saremo in grado di utilizzarle come combustibile per le centrali nucleari di prossima generazione. Né l’idrogeno tanto amato da Beppe Grillo potrà farci superare la crisi del petrolio, visto che non produce energia ma si limita a trasportarla.
E la favola dell’energia solare gratuita: avete mai chiesto il prezzo di un pannello solare? I costi di un cambiamento tecnologico eccedono spesso i vantaggi economici che ne derivano. Anche sul trattato di Kyoto, Muller la pensa più o meno come George W. Bush: è inutile, senza l’impegno di Cina ed India. Se continueremo ad utilizzare petrolio e carbone, dunque, non sarà colpa di lobby e complotti transnazionali, ma della semplice convenienza economica: basta fare due conti, ma con i fattori giusti. Anche gli esperti, del resto, si affidano spesso al buon senso. Come quella volta in cui un fisico incaricato di vigilare sui piani nucleari nord-coreani chiese solo di prendere in mano un lingotto del loro plutonio: gli fu sufficiente per capire che i militari facevano sul serio.
Ce n’è abbastanza, dunque, per irritare ambientalisti e chiunque promuova un modello di sviluppo diverso da quello dominante. In un commento sul sito della libreria online Amazon.com un lettore ha deformato il titolo del libro in «La fisica per futuri presidenti di destra». Muller, però, non è un ideologo neocon, tutt’altro. È un consigliere dell’amministrazione Obama, ed ha fondato una società di «consulenze imparziali sull’energia» (denominata GreenGov) che collabora con imprese e governi di ogni colore. In tutte le questioni che affronta, infatti, Muller ammette che la conoscenza dei dati scientifici di per sé aiuta, ma non è sufficiente per effettuare scelte politiche corrette.
Le decisioni di un politico dipendono anche da molti altri fattori, che non possono essere valutati a tavolino. Ma più i cittadini e i governanti saranno informati, meglio potranno giudicare se le politiche intraprese sono coerenti con gli scopi prefissati, anche a costo di abbandonare comodi pregiudizi. Come nel campo della crisi energetica: i pannelli solari costano ma il Sole fornisce comunque energia in grande quantità. L’energia solare costituisce realmente un’alternativa possibile, ma non saranno gli spiriti animali del mercato a farci abbandonare il petrolio. Le politiche pubbliche favorevoli alle energie rinnovabili dovranno tenerne conto.
Orsi bianchi alla deriva
È nel capitolo dedicato ai mutamenti climatici - il più approfondito - che Muller argomenta meglio questo suo approccio. Nel dibattito sulle cause umane o naturali del riscaldamento globale, lo studioso americano fa sue le conclusioni dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change, indirizzo Internet: www.ipcc.ch), l’organismo scientifico incaricato di esaminare il problema sulla base di tutta la letteratura scientifica a disposizione. Secondo l’Ipcc, con il 90 per cento di probabilità l’uomo ha contribuito all’attuale temperatura della Terra, la più alta da quattrocento anni. Tuttavia, Muller mette in guardia contro chi, sul riscaldamento globale, ha costruito catastrofismi che non possono essere suffragati dalla scienza. Le dinamiche climatiche, infatti, sono tuttora largamente incomprese dagli studiosi e non permettono troppe certezze. Muller non se la prende tanto con chi nega tout court le responsabilità dell’uomo, ma con i più faziosi del suo stesso campo. Come l’ex-vicepresidente americano Al Gore, che grazie al riscaldamento globale ha accumulato un’enorme fortuna politica, tanto da aggiudicarsi il premio Nobel per la pace nel 2007 proprio insieme all’Ipcc.
Ma Al Gore non è uno scienziato, e usa i dati in maniera disinvolta. Per esempio, nel suo celebre documentario «Una scomoda verità» ha mostrato orsi bianchi aggrappati a zattere di ghiaccio alla deriva, vittime commoventi dei mutamenti climatici. Lo scioglimento della banchisa del polo Sud, tuttavia, non è una prova del riscaldamento globale. Anzi, è in contraddizione con esso (e Muller spiega perché). Diffondere menzogne giustificate da una buona causa non è mai efficace, e rischia di danneggiare la causa stessa. Se gli scienziati scopriranno un giorno che l’anidride carbonica non è all’origine dei mutamenti del clima, come invece Gore dà per assodato, rischia di venire travolta ogni politica di risparmio energetico, la vera soluzione a portata di mano per molte delle questioni mondiali affrontate nel libro. Un politico attento deve tenere conto della complessità e della natura probabilistica delle conoscenze scientifiche, perché senza credibilità non potrà convincere i cittadini che le sue decisioni siano quelle giuste. Un più elevato livello di educazione diffusa, dunque, aiuterebbe i cittadini a sorvegliare meglio i governanti, e questi ultimi a prendere decisioni più assennate.
Impossibile autonomia
Questa tesi, più che l’opinione sul trattato di Kyoto o sulle scorie nucleari, è il punto più discutibile del libro. Muller, infatti, presuppone che la comunità scientifica produca in autonomia conoscenze neutrali ed oggettive, a cui la politica può scegliere di attingere per deliberare. Una democrazia efficiente utilizzerebbe tutte le conoscenze a disposizione, mentre i politici disonesti selezionano i dati secondo le loro convenienze. Gli scienziati, però, non sono isolati dagli altri attori della sfera sociale. Politica e scienza sono legate da un rapporto di reciproca influenza. Da un lato, le autorità - religiose, militari ed economiche, secondo il contesto geografico e storico - utilizzano la conoscenza scientifica per scopi politici. Ma dall’altro, gli esperti spesso cercano la loro legittimazione al di fuori della loro comunità scientifica, e proprio attraverso la politica.
Alla perenne ricerca di finanziatori, gli scienziati indirizzano i propri progetti verso settori in cui i risultati siano più spendibili: verso ricerche di interesse commerciale, nei campi in cui il finanziamento privato sia rilevante, oppure verso ricerche coerenti con le strategie politiche dominanti, laddove invece domina il finanziamento governativo. E ciò è tanto più vero in un’epoca come la nostra, in cui la ricerca a forte contenuto applicativo è privilegiata a scapito della scienza di base, in cui le scoperte non possiedono ricadute tecnologiche immediate. Per fare un esempio pertinente al tema del libro: con il tramonto dell’era-Bush e con l’investimento di Obama nella cosiddetta green economy - anche in chiave anti-cinese - quale climatologo americano intraprenderebbe ricerche che assolvano il petrolio e le politiche energetiche di Dick Cheney & Co.?
Non deve stupire, dunque, se anche la scienza fiuti il vento politico e produca dati «in linea» con lo spirito del tempo. Certo, il metodo scientifico ne garantisce la validità, ma a decidere le priorità dei problemi da affrontare non sono solo gli scienziati. Il lavoro scientifico è orientato almeno in parte verso quelle scoperte che la politica e l’economia hanno già mostrato di preferire: un politico, dunque, nel consultare tutti i dati a sua disposizione, deve tenere conto anche del contesto in cui si sono svolte le ricerche, dei finanziamenti che hanno ricevuto, delle regole interne alla comunità scientifica che li ha creati. In altre parole, un buon presidente del futuro deve tenere conto della scienza per fare politica, ma sapendo che la scienza ne verrà a sua volta influenzata. La questione è più complicata del previsto: persino un buon voto in fisica può non bastare.
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Due autori, Penzo e Bognetti, e due personaggi, Ravà e Uccello. Tutti e quattro vorrebbero essere scrittori. Penzo (cugino di chi scrive, per gli assatanati del conflitto d’interessi) e Bognetti, visto che ne parliamo in quanto autori di “Negare l’evidenza”, ci riescono. Non va altrettanto bene agli altri due. Non che manchi loro il mestiere, perché in un modo o nell’altro entrambi scrivono per vivere. Ma non hanno una storia da raccontare: questo è il problema. Invischiati in vite
mediocri e conformismi in una Milano bianciardiana, cercano di sfuggirne con droghe e avventure extra-coniugali, inventandosi esistenze più letterarie di quelle che si sono scelti (”Il whisky mi ritorna su, diventa letterario”, cantava Sergio Caputo). Ma l’inganno dura poco, e scoprono che nemmeno loro credono al copione da B-movie che hanno scritto per sé. Figuriamoci se potrà mai crederci il pubblico.
Da qui muove una storia che piacerebbe ai fratelli Cohen: si mescola il noir e il grottesco per costruire un racconto filosofico - peccato che il duo abbia già diretto “Barton Fink”. “Negare l’evidenza”, infatti, è un romanzo ben scritto, con una trama solida e una lingua ben controllata. Ma è anche un’interessantissima ricerca intorno al senso della letteratura. Viviamo un’epoca in cui, come testimoniano l’inondazione dei blog e dei nuovi titoli quasi sempre invenduti, la scrittura si è trasformata in un bisogno fisiologico da espletare autisticamente. Si racconta che oggi, grazie a Internet, chiunque possa diventare uno scrittore. Ma così facendo si nega l’evidenza: per raccontare storie agli altri, occorre dire la verità a se stessi.
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Chi frequenta la libreria Flexi forse sa già cosa sia il guerrilla gardening: proprio un anno fa, quando Chris Carlsson presentò Nowtopia alla libreria Flexi, la serata finì a resuscitare le piante della piazzetta più vicina. Era poco più che un esempio di giardinaggio di guerriglia: cioè, la creazione di giardini urbani negli spazi abbandonati dal cemento, nei cortili, sugli spartitraffico. L’espansione globale delle metropoli, infatti, estende l’asfalto ma lascia molti vuoti: le città post-industriali, da Torino a Detroit abbandonano al loro destino le fabbriche intorno a cui prima ruotavano; la privatizzazione delle città, inoltre, condanna al degrado tutto ciò su cui non si possa speculare, perché l’utilizzo pubblico degli spazi non è più contemplato dall’urbanistica. Anche la scienza ci dice che le città sono frattali, piene di buchi piccoli e grandi come le spugne.
Perciò, il guerrilla gardening non è un ritorno farlocco all’età rurale: al contrario, si nutre di modernità, esiste in quanto esistono le città in continua evoluzione. Da noi è un fenomeno recente (come l’immigrazione), ma a New York, dove tutto accade prima, i giardinieri guerriglieri sono attivi dagli anni Settanta. In particolare, nel Loisaida (Lower East Side nello slang degli immigrati ispanici) di Manhattan hanno creato decine di giardini, trincee di verde creato dal basso da comunità di cittadini alla ricerca di una metropoli più umana. Sono questi, i “giardini di Manhattan” raccontati da Michela Pasquali, con tante foto a colori ed una narrazione della loro storia collettiva. La nascita dei giardini urbani autogestiti coincide con il movimento del Flower Power: pacifisti e naturisti, lanciavano bombe di semi e terra negli
spazi abbandonati di Loisaida, quartiere popolare dominato dall’immigrazione ispanica che attirava fricchettoni ed artisti. Negli anni, i giardini sono sorti in tutta New York, si sono dati regole e forme associative che ne garantissero il carattere pubblico, fino a diventare una vera controparte cittadina dell’industria del cemento e una strategia di pianificazione urbana partecipata. Con vittorie e sconfitte: molti giardini hanno lasciato lo spazio a nuovi edifici, altri ne hanno arginato l’invasione.
Oggi il movimento dei guerrilla gardens è supportato con finanziamenti pubblici e donazioni private, e contribuisce alla creazione di identità collettive in quartieri altrimenti difficili: New York ha capito che la sperimentazione sociale non genera solo problemi da questurini, ma anche opportunità ed innovazioni da valorizzare. Una lezione indispensabile per tanti amministratori di quaggiù.
“I giardini di Manhattan” di Michela Pasquali (Bollati Boringhieri, 2009) verrà presentato dall’autrice, dalle associazioni 4cantoni e la Casa del Cibo alla libreria caffè Flexi sabato 30 maggio alle ore 20.30.
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Di solito, chi scrive di scuola privilegia l’oggetto narrato piuttosto che il punto di vista. Forse, è l’inconscio dovere di raccontare gli aspetti di un mondo complicato attraverso gli occhi di un protagonista che vede e capisce tutto. Invece, Chiara Valerio decide di esaltare i punti di vista, corrispondenti ai personaggi del romanzo. In questo modo, invece di ottenere un unico racconto cerchiobottista, se ne ricavano cinque più vividi che mai.
Ed è un romanzo vero: non è solo lo “zoo” della sala professori, brulicante ma separato dall’esterno, quindi immutabile come gli ecosistemi nelle bolle di plexiglas. La scuola è un quadro che cambia colore facilmente. Basta che la quotidianità dell’esterno faccia capolino una volta. Basta una porta che chiude male.
Un dettaglio che aiuta: il romanzo si inizia e finisce in un “andata e ritorno” sui mezzi pubblici (se si vive a Roma).
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La recensione del Gruppo di Lettura.
I componenti del gruppo di lettura Amarganta, anche dopo la riunione, si chiedono come sia possibile che un libro come “La vedova, il Santo e il segreto del Pacchero estremo” di Gaetano Cappelli possa aver riscosso tanto successo di pubblico e di critica. Se qualcuno ha una spiegazione in merito ci risolva il dubbio, perché questo libro ha messo a dura prova la nostra pazienza di lettori. Ci è sembrato piuttosto irritante e inutile. Possiamo solo immaginare le intenzioni che hanno motivato l’autore, ma abbiamo dei seri dubbi sul risultato finale. Probabimente Cappelli voleva rappresentare con tono sarcastico e pungente la realtà dell’italietta e dei furbetti di provincia (ancora? come se non bastasse la cronaca!) tuttavia questo ipotetico sguardo critico di denuncia perde di valore e credibilità dal momento in cui il suo palese compiacimento assurge a nota dominante di tutto il romanzo.
E tanto per concludere: troppa volgarità gratuita, non era tramontata la stagione fortunata di Alvaro Vitali & C.?
Probabilmente sono stata troppo dura, ma mi appello alla libertà di opinione, e poi… quando ci vuole, vuole!
Paola
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Giovedì 30 aprile 2009 ore 19
Alessia Niccolucci presenta il suo libro
Giulia e Maria. Donne che parlavano con gli alberi
Edizioni Pendragon, 2008
Con questo romanzo l’autrice riprende e amplia l’affresco dedicato alla storia della sua famiglia, iniziato con Filomena. Storie di bruciante passione, inganno, violenza, amore e sacrificio si intrecciano sullo sfondo selvaggio e assolato della Maremma di inizio Novecento. Due donne, Giulia e Maria, legate dal destino allo stesso uomo, una come madre e l’altra come moglie, emergono con forza all’interno di una saga familiare raccontata con limpida sensibilità e profondo realismo. Attraverso guerra e maternità, lutto e rinascita, rovesci di fortuna e dure prove di vita, l’autrice delinea il ritratto di una femminilità antica, un universo di donne che trae la propria indomita e segreta potenza dal legame, atavico e inesplicabile, con le forze e i ritmi della natura.
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Il “Compagno Darwin” è vivo e lotta insieme a noi. Lo dimostra il dibattito sulla teoria dell’evoluzione delle specie iniziato subito dopo la pubblicazione del saggio di Darwin (proprio 150 anni fa) e mai finito, che ora raccontano Nicola Nosengo e Daniela Cipolloni nel saggio appena pubblicato da Sironi Editore. Da allora, le idee di Darwin sono state utilizzate e confutate in ambiti anche lontani dalla biologia, come l’economia, la politica e, naturalmente, la teologia.
Darwin era ammirato da Marx, perché dimostrava che in una specie biologica, come quella umana, nulla è fissato per sempre e che anche i sistemi sociali sono destinati a cambiare. D’altra parte, i capitalisti del XIX secolo utilizzarono le idee di Darwin per giustificare la “naturalezza” della sconfitta dei deboli a vantaggio dei forti. Gli stessi scienziati darwinisti si sono a lungo divisi sull’interpretazione sociale delle teorie dell’evoluzione. Biologi come Wilson e Dawkins applicarono le leggi della selezione naturale anche ai comportamenti umani, come se i rapporti di potere, l’intelligenza e l’egoismo fossero trasmessi nel Dna come il colore degli occhi: la chiamarono “sociobiologia”. Altri, Stephen Jay Gould in testa, dibatterono tutta la vita contro queste interpretazioni, convinti che le regole sociali non potessero spiegarsi interamente con la biologia.
Particolarmente interessanti sono i capitoli dedicati al rapporto tra Darwin e le religioni. Le sue teorie sono osteggiate tuttora dalle chiese evangeliche americane, che da Reagan a Bush hanno persino ottenuto che la Bibbia e l’evoluzione della specie fossero presentate nelle scuole come teorie di pari valore scientifico. Non stupisca che proprio nel paese dominatore della scienza mondiale fioriscano credenze religiose retrive: in Tuchia, il paese più “avanzato” del mondo islamico, si registra il massimo credito per le teorie creazioniste, a dimostrazione che progresso scientifico e sviluppo culturale da tempo hanno smesso di marciare insieme. Il regime berlusconiano ha scimmiottato goffamente queste posizioni anche in Italia, tanto che il ministro Moratti per un bel po’ cancellò Darwin dai programmi scolastici per far piacere a teo-con (e teo-dem). Ma rispetto agli States, il dibattito su Darwin qui da noi è stato tenuto ad un livello molto “superiore”, se passate il termine, proprio da chi doveva osteggiarlo per mestiere: il Vaticano.
Piuttosto che appoggiare l’opposizione cafona delle chiese americane, la raffinata teologia di Ratzinger (fu l’ideologo di Woytila) non si scontra frontalmente con una delle teorie scientifiche più efficaci della storia. Come fa il geniale Don Pizarro di Corrado Guzzanti, la chiesa spende la sua intransigenza nei casi di cronaca, da Eluana Englaro alla legge 40, ma nelle battaglie ideologiche di lungo periodo ha smesso di bruciare scienziati, tanto che Darwin riposa indisturbato nell’abbazia di Westminster. Per Ratzinger & Co. le leggi dell”evoluzione sono il risultato di un “disegno superiore”, di cui i biologi correttamente studiano i meccanismi. Alla Chiesa tocca il compito di indirizzarne le interpretazioni sociali ed etiche - roba troppo importante per lasciarla agli scienziati. A ben vedere, notano Nosengo e Cipolloni, è la stessa critica posta ai sociobiologi da una posizione politica opposta a quella del “pastore tedesco”. Di fronte alla potente costruzione politico-culturale del Vaticano, molti scienziati laici che gli si sono opposti si sono dimostrati superficiali, meno capaci - persino del Papa - di interpretare lo spirito culturale del nostro tempo.
Fa eccezione il biologo Stephen Jay Gould, l’autore de La vita meravigliosa morto nel 2002: è lui (insieme a Darwin, ovviamente) il protagonista più positivo della vita politica del darwinismo. Intellettuale di sinistra consapevole del ruolo sociale della scienza, ha saputo attraversare tutti i dibattiti in cui Darwin è stato tirato in ballo senza mai cedere né, ovviamente, ai deliri religiosi, né a chi intendeva farsi forza delle teorie evoluzionistiche per giustificare inaccettabili discriminazioni sociali e culturali. Lo scienziato Gould non si è mai posto al di sopra della società, accettando sempre che la ricerca fosse messa in discussione dal resto della comunità che, in fondo, paga con le tasse lo stipendio degli scienziati. Una lezione civile che nei nostri laboratori scientifici hanno appreso in pochi.
Andrea Capocci
“Compagno Darwin” verrà presentato alla Libreria Caffè Flexi giovedì 12 febbraio alle ore 19, in occasione del Darwin Day 2009.
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La recensione di Nero al libro “ACAB. All cops are bastards” di Carlo Bonini (Einaudi, 2009).
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La recensione di “TuttoScienze”, il supplemento scientifico de “La Stampa” al libro di Marco Di Domenico “Clandestini. Animali e piante senza permesso di soggiorno” (ed. Bollati Boringhieri).
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Ci sono almeno due motivi plausibili per attribuire a tre undicenni palermitani degli anni settanta le parole, le gesta e la violenza di una cellula brigatista, con tutte le difficoltà letterarie del caso. Il primo è metaforico: si vuole intendere che i brigatisti siano eterni bambini, in fuga dalla realtà (la famiglia, il lavoro, la routine) attraverso un gioco di ruolo. Una partita tra guardie e ladri con pistole vere, che finisce con formule rituali come “Tana!” a nascondino - “mi dichiaro prigioniero politico”. “Estremismo, malattia infantile del comunismo”, scrisse Lenin. (more…)
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I giovani non esistono. Il mondo si sta riempiendo di vecchi. Anzi anziani, anzi (come si dice a Roma) “grandi”. Adulti che, sempre quantitativamente di più, si sono attrezzati, negli ultimi anni, per rimanere giovani e gagliardi, per passare una “vecchiaia” di divertimento e gioia.Bene per loro, per i vecchi. La loro avventura è descritta in un bel libro edito da ISBN, dal titolo molto netto. Appunto: “I giovani non esistono”. Un libro che indaga il mondo attuale, in cui pubblicità, tv, consumi e vacanze si sono piegate agli anziani, corredato peraltro da un allucinante inserto fotografico. Un libro che indaga ovunque, dall’America alla Tailandia, dalla Svezia al Giappone, alla ricerca del mondo dei vecchi felici, omologati e prosperosi.
Mentre i vecchi aumentano e conquistano il pianeta in situazioni che ricordano le spiagge promiscue di Houellebecq, i giovani non esistono, sostiene Stefano Benzoni, psicologo e autore del libro.
Forse Benzoni non ha tenuto conto però dei “giovani”, che negli ultimi mesi, proprio nell’Italia della denatalità e dell’invecchiamento di massa, hanno dato vita al nuovo movimento studentesco: l’Onda.
L’Onda ha già un manifesto, rappresentato dall’Instant Book edito da Derive ApprodiI e rintracciabile per ora nelle assemblee, nelle università occupate, nei cortei. Si chiama “L’esercito del surf” ed è scritto da un’anonima Internazionale surfista. Il librettino si legge in meno di un’ora ed è un affondo sia sul concetto di “giovani”, sia su quello di “studenti”. I giovani, inquadrati dai “vecchi” della stampa e della tv come “bulli”, “drogati” o aspiranti veline e tronisti, hanno spiazzato tutti imbracciando una tavola da surf e cavalcando l’onda che c’è, per non continuare a pagare una crisi che finalmente non è più solo la loro.
E’ la rivolta degli studenti che sconquassa gli schemi precostituiti e anche l’idea di un “conflitto generazionale” insensato: nell’Onda ci sono anche i 40enni e più che la crisi l’hanno sempre pagata, e insieme agli studenti vogliono spazzare via la possibilità che i soliti noti scappino col bottino ancora una volta.
E’ in questo richiamo alla realtà contro i luoghi comuni che questi due libri spiazzano e si uniscono uno all’altro. Perché fanno capire cos’è il mondo e cosa potrebbe diventare veramente, non come lo descrive il Tg2 Società.
| ISBN | Derive Approdi |
(da salgalaluna)
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di Francesco “Baro” Barilli (da fumettidicarta.it)
Non una biografia, ma un omaggio: questo forse è il primo significato del lavoro fatto da Sergio Algozzino su Ballata per Fabrizio De Andrè. Credo che proprio al cantautore genovese, purtroppo scomparso l’11 gennaio 1999, sarebbe piaciuta l’idea, lontana da ricostruzioni apolegetiche e sensazionalistiche o dalle tentazioni del culto della personalità, cose che lui rifiutò sempre.
Nel fumetto, Algozzino sceglie di non far apparire il destinatario di questa dimostrazione di affetto e rispetto, preferendo invece organizzare un incontro virtuale fra i personaggi delle sue canzoni, dai più celebri Tito, Marinella o Bocca di Rosa fino a figure “secondarie” come Il Gorilla o Il Bombarolo. Fabrizio, dunque, nel racconto non appare e non parla, anche perchè Algozzino immagina, per la sua “Ballata”, che i protagonisti nati dalla fantasia del cantautore si incontrino proprio per dare il loro ultimo e personalissimo saluto al proprio creatore, appena dopo la sua scomparsa.
Non so se colgo nel segno, ma in questa scelta vedo un altro omaggio di Algozzino, forse inconscio, a uno dei lavori più celebri di De Andrè. Nel 1970 Fabrizio scelse di raccontare la vita di Gesù in un album (La Buona Novella) attingendo, con scelta certamente non semplice e coraggiosa, nonchè ricca di significati, solo ai vangeli cosiddetti apocrifi e non ai quattro testi riconosciuti come “ufficiali” dalla Chiesa Cattolica. In quel disco De Andrè seppe ricostruire la parabola umana del protagonista, mantenendo una rispettosa lontananza da identificazioni mistiche o propriamente di fede, e soprattutto senza fare mai sentire direttamente la voce del protagonista. Così, ne La buona Novella conoscemmo non tanto la storia di Gesù o una sua biografia “ufficiale, ricostruita secondo un’iconografia ormai consolidata, e nemmeno la sua figura di filosofo precursore dei tempi, ma la sua dimensione umana, e questo tramite le parole di Maria, Giuseppe, Tito (uno dei due ladroni che condivisero con lui la condanna a morte), persino del falegname addetto alla costruzione delle tre croci, ma mai di quello che, per i cristiani, è considerato il Messia. Così pure, Algozzino sceglie di utilizzare Marinella, Andrea, Il Pescatore, per raccontare, più che la vita del loro creatore, la sua sensibilità. Lo fanno ognuno con parole proprie, seguendo l’approccio che all’autore pare il più adatto all’inclinazione dei singoli attori. Così, alla timida ritrosia di Marinella risponde la pacata saggezza da “donna vissuta” di Bocca di Rosa, alla ruvidezza di Tito o di Sinan fa da contraltare la malinconia di Piero. Il loro racconto, più che spiccare per l’originalità del punto di vista, risalta per una sorta di “coralità di differenze” e per la passionalità.
Devo dire che l’autore di questo fumetto fotografa molto bene la varia umanità dei personaggi, creati da De Andrè in quasi quarant’anni di carriera. Credo sia naturale che canzoni così complesse abbiano provocato un’immedesimazione diversa negli ascoltatori, ma personalmente non ho avuto problemi nel ritrovare “la mia” Bocca di Rosa o “il mio” Giudice nelle figure tratteggiate in Ballata per Fabrizio De Andrè. Uniche, modestissime, perplessità, l’Angiolina di Volta la Carta l’avevo interpretata inizialmente come Nina, protagonista di una delle ultime canzoni di De Andrè (Ho visto Nina volare), e avrei voluto trovare nel libro anche il padre che piange straziato la morte del figlio in Sidun, una delle figure più toccanti nel ricco panorama umano disegnato dal poeta genovese (del resto impossibile da riprodurre completamente nel libro).
Il fumetto è strutturato come una piece teatrale, in quattro atti, in cui se la scenografia è assente a livello palese (l’ambientazione onirica del racconto prescinde dalla costruzione di fondali) è invece presente nella scelta della cornice delle tavole, diversa per ognuno dei quattro atti ma sempre richiamante Le Nuvole (album di De Andrè datato 1990), che vanno diradandosi di atto in atto, dalla cupa cornice dell’incontro fino al sereno della catarsi finale.
Nulla da dire sulla confezione del libro. Cartonato, con sovracoperta, prezzo competitivo, dotato di una buona sezione di approfondimenti, anche sotto il punto di vista della mera presentazione la BeccoGiallo ha fatto un ottimo lavoro, proseguendo nella sua filosofia di fumetti che sappiano abbinare, nel prodotto finale, una pregevole ricerca grafica e artistica al rigore di operazioni storiche e filologiche mai banali.
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di Salgalaluna
Chi era Toni Chichiarelli? Un ragazzo con un buon talento nella pittura, che dall’Abruzzo arriva a Roma negli anni ‘70, e si inserisce subito in un ambiente di criminali, estremisti di destra e di sinistra. Tutti i suoi amici sono informatori della polizia o dei servizi.
Toni Chichiarelli è “il falsario di stato”, passato alla storia per aver confezionato nel 1978, durante il sequestro Moro, il falso comunicato numero 7 delle Brigate Rosse, che portò centinaia di mezzi e persone a esplorare, in Abruzzo, il lago della Duchessa, peraltro in quel momento completamente ghiacciato.
Toni Chichiarelli vive tra donne, droga e soldi, e sarà protagonista, solo qualche anno più tardi, della rapina del secolo: 30-35 milardi (forse anche di più) rubati in un solo colpo. E vive sempre citando le sue “opere” del passato: le Brigate Rosse, Pecorelli, il sequestro Moro.
Toni Chichiarelli muore nel 1984 in seguito a un agguato da italiano perfetto: bugiardo e fedifrago, talentuoso, ladro, ironico, traditore e (infine) tradito.
Con una tecnica simile a quella del Lucarelli di “Blu Notte”, Nicola Biondo e Massimo Veneziani hanno raccontato nel prezioso libro Il falsario di Stato la vita di Toni Chichiarelli. Leggetela.
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di Andrea Capocci.
Dopo la Scuola dei disoccupati di Zelter, dalla Germania arriva un altro romanzo-pamphlet contro il sistema educativo. È Sala professori di Markus Orths, tradotto da Voland in estate dopo un notevole successo in patria. Come allo Sphericon, dove i disoccupati tedeschi venivano rieducati alla disciplina del lavoro, anche nella scuola di Goeppingen narrata da Orths si applicano le più raffinate tecniche di sorveglianza. Ma il “Panopticon” stavolta punta sui professori. Il protagonista Kranich, docente in prova, si scontra con il sistema scolastico tedesco che coniuga burocrazia militaresca e competitività aziendale per soddisfare le manie di dirigenti scolastici e genitori che, racconta Orths, “hanno ampiamente dimostrato come persino la più marginale delle questioni meriti una visita dall’avvocato”. E ci ricorda il nostrano “Mal di scuola” scritto da Marco Imarisio, in cui mamme e papà sono ormai i “sindacalisti degli alunni”.
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di Andrea Capocci - Il quarto romanzo di Omar di Monopoli pare tratto dal testo di una canzone dei Baustelle, “Spaghetti western”, anche se di solito sono loro ad ispirarsi ad libri, sculture, articoli e vite altrui. In “Ferro e fuoco” va in scena il tavoliere delle Puglie, la miniera dell’oro rosso che riempie lo scatolame dei supermercati di tutto il mondo. È lì che si spostano le maiuscole: il sistema Paese declamato da Emma Marcegaglia si trasforma in ‘o Sistema-paese, vissuto in prima persona da Sandokan e Saviano. Nel Tavoliere di Di Monopoli (ma è anche quello di Andrea Pazienza) il Pellicano controlla un piccolo esercito di scagnozzi e guardie corrotte, che a loro volta si sfogano su rumeni, polacchi, turchi e nigeriani deportati a fare gli schiavi per fare sì “che i nostri maccheroni al sugo restino i migliori” (Baustelle, op. cit.). E a ognuno tocca la sua droga: la coca al Pellicano per i festini, le anfetamine agli schiavi per arrivare vivi al tramonto. Violenze senza tetto né legge tra uomo e uomo, e tra uomini e una donna, Mahriela, di cui Andrej, il rumeno, è innamorato. E quando lei muore, saltano gli equilibri fragili. Perché le leggi non ci sono, ma gli sgarri sì, e si pagano senza diritto di difesa né habeas corpus.
Si dice, “è il Sud”. ma non è vero. Il Gargano è alla stessa altezza di Roma, e non è solo un fatto geografico. È proprio quello il cuore dell’Italia, non è un’anomalia che verrà corretta dalla modernità. Semmai, sarà quel “Sud” a mangiarsi il nord, ad esportare il suo business model in tutto il Belpaese e anche oltre. Lo vediamo già, nelle fabbriche tossiche del nord-est del miracolo, nella Romania invasa dai nostri puttanieri, nei festini degli onorevoli rattusi negli hotel di via Veneto: è lì che si fa l’Italia, e che si muore.
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Enrico Brizzi è uscito dal gruppo ormai da un po’, e non si occupa solo degli scapigliati bolognesi ormai dai tempi di Jack Frusciante. L’inattesa piega degli eventi sembrerebbe dunque la definitiva prova della maturità: 500 pagine di falso romanzo storico (si dice “ucronico”, adesso) basato sull’ipotesi Cosa sarebbe successo se il fascismo fosse sopravvissuto alla seconda guerra mondiale? Come Fatherland di Harris, che riferiva la stessa domanda al nazismo. Invece no, il tema è lo stesso: come Jack Frusciante, anche L’inattesa piega è dedicato proprio alla sua generazione di post-trentenni.
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di Opinionista
Non c’è spazio per i buoni sentimenti, in questo libro di Omar Di Monopoli uscito per ISBN. Non c’è spazio per la pietà nè per la bellezza: in una Puglia cupa come non mai e lontana anni luce dalle torme di ragazzotti che la invadono d’estate tornando nelle proprie città con le maglie “Salentu 12″, questo giovane autore pugliese mette in scena una tragedia collettiva.
Spietata, brutale, fatta di mucchi di rifiuti, pneumatici bruciati, carcasse di elettrodomestici, cani da combattimento. In una narrazione a mosaico dove i “buoni” non esistono del tutto (ma la figura del guardiano del parco ci si avvicina, sconfitto dalla vita e dai drammi del passato) il Salento descritto è fatto di violenza, di cattiveria.
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Il contagio, ultimo libro di Walter Siti, parte in modo spiazzante. Si descrivono, nei primi due capitoli, alcuni degli inquilini di un condominio di Via Vermeer, periferia romana inventata ma molto reale. Poi si avverte il lettore: questi sono due racconti scritti per Nuovi Argomenti. Quindi si continuano a dilatare le storie del palazzo, che includono crimini, amori (etero e omosessuali), cene e soprattutto tanta cocaina. (more…)
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di Andrea Capocci
È la storia di un uomo che attraversa l’America post-subprime a piedi, con un carrello della spesa rubato e un figlio. (more…)
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del Gruppo di lettura
“Sardinia Blues” di Flavio Soriga è piaciuto ma con delle riserve e i pareri che sono venuti fuori durante la riunione sono molto diversi tra di loro.
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di ZoydPA
Capita anche verso i quaranta di imbarcarsi *nel libro di formazione* che avresti voluto incontrare quando ne avevi venti, di anni. Soprattutto se la nostra eroina è Luce, Lucinda: una thirty-something, me la immagino bella come la Wynona di Taxisti di notteo di Reality Bites (in italiano Giovani, carini e disoccupati; oggi sarebbe precari?), splendida bassista di un gruppo senza nome, ma dal pezzo perfetto: Monster Eyes. Alle prese con un lavoro precario in un’opera d’arte che è un quanto mai reale sportello reclami immaginari di un artista fallito, autoaffermatosi gallerista. Mentre il cantante, amante ossuto, emaciato è alle prese con una cangura depressa; il poeta chitarrista chiuso in casa a vedere per la centesima volta un Fritz Lang in bianco-nero e la batterista che prova a battere i tempi delle loro vite.
Poi arriva l’affascinante reclamante, uomo fatto e grasso; mentre loro quattro, tutti stecchi, con i capelli prima troppo lunghi e poi rasati con le forbicine. “Non è grasso, è solo un uomo fatto. Siamo noi quelli che sembrano strani. Siamo anoressici, siamo degli spettri, siamo degli stecchi”.
Intorno un bestiario di artistoidi, musicanti dopo i fallimenti, visionari fuori tempo massimo, senza il perdersi della “più lucente corona degli angeli in cielo”, ma quasi.
“I sognatori che erano loro, che stavano distruggendo le loro chance alla radio dal vivo, che arrivavano in ritardo alla festa che doveva essere la loro vita, che erano andati a scuola senza pantaloni”. (more…)
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di Carla Benedetti (da “l’Espresso”)
Quando Walter Siti si libera del suo personaggio, ammiccante alla propria mediocrità, e esibito in Troppi paradisi come figura esemplare del degrado dell’Occidente (un’esemplarità tutta negativa, ma non per questo meno compiaciuta), allora dalla sua penna escono narrazioni di grande potenza.
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di Teo Lorini (da “Pulp”)
Lorini recensisce “Regole d’ingaggio” di W. Langewiesche per il n. 71 della rivista “Pulp”.
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da salgalaluna
“Stella del mattino” è l’ultima fatica letteraria del collettivo Wu Ming. E’ opera del numero 4 da solo, ma ricorda i grandi romanzi dei fantastici 5 più di tutte le altre “opere soliste” finora uscite (”New thing” di Wu Ming 1, “Guerra agli umani” di Wu Ming 2, “Free karma food” di Wu Ming 5).
La trama si svolge intorno alla figura di T. E. Lawrence, ovvero Lawrence d’Arabia, “Lord Dinamite”. E’ attorno a lui che si dipana la storia, che però è ambientata nel “dopo”, nel periodo successivo alle grandi battaglie del colonnello inglese (o irlandese?), nel 1920 e negli anni successivi. In un’epoca in cui già si è dispiegato il mito del personaggio Lawrence, eroe pre-terzomondista o (per alcuni, già allora) massone al servizio della corona d’Inghilterra per fregare contemporaneamente turchi ed arabi.
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di Andrea Capocci (da Queer / Liberazione)
Era certamente inviso ai fascisti, che alla fine degli anni Trenta abrogarono il meticciato per legge. Ma il partigiano Giorgio Marincola doveva esser visto con qualche stupore anche tra i suoi compagni di lotta. Perché lui aveva la pelle nera: era nato nella Somalia occupata nel 1923, ed il padre militare lo aveva portato con sé in Italia tre anni dopo. Giorgio non aveva dimenticato le sue radici: avrebbe studiato le malattie tropicali per tornarsene in Somalia ed alleviare, almeno dal punto di vista sanitario, il sottosviluppo di quella regione. Avrebbe, perché la guerra ne deviò il percorso. Giorgio Marincola non sopportava la sopraffazione, l’ingiustizia, la mancanza di libertà: dunque non poteva non essere antifascista e non combattere contro il nazifascismo a Roma come in Val di Fiemme, dove fu ucciso nell’ultima strage nazista. Aveva ventidue anni.
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di Benedetto Vecchi (da “il Manifesto”)
«Siamo il sangue nuovo che scorre nelle metropoli». Il Majakovskij reinterpretato dagli attivisti del Leoncavallo sintetizzava bene la scommessa politica che i centri sociali volevano rappresentare alla fine degli anni Ottanta. Un decennio di controrivoluzione neoliberale aveva cambiato radicalmente il panorama sociale delle metropoli italiane. Le mappe di Milano, Roma, Bologna, Firenze, Napoli, Torino non si erano solo arricchite di nuovi quartieri, ma segnalavano anche la presenza di intere aree dismesse che avevano costituito, solo una manciata di anni prima, luoghi simbolici di quel conflitto operaio e sociale che aveva lanciato l’assalto al cielo. Capannoni industriali, laboratori artigianali, vecchi palazzi, scuole pubbliche fatiscenti e perfino vecchie caserme militari erano stati svuotati degli uomini e delle donne che li avevano fatti diventare punti di riferimento politici, sociali, perfino architettonici. Occuparli sembrava un gioco da ragazzi. E quando il Leoncavallo era riuscito vincente dal conflitto dalla giunta leghista che lo voleva sgomberare, il virus si era diffuso in tutta Italia. (more…)
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Giancarlo De Cataldo, il magistrato che scrisse “Romanzo criminale”, recensisce su Carmilla “L’uomo che volle essere Péron” di Giovanni Maria Bellu. (more…)
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Il romanzo solista di Wu Ming 4 ha suscitato interpretazioni ed elogi, come avviene per molti libri, ma l’autore e la sua crew non si sono limitati a ringraziare i gentili recensori: rispondono, argomentano, ospitano le frasi degli altri sul blog del romanzo. (more…)
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di Monica Mazzitelli (da giugenna.com)
Ho letto questo romanzo in 24 ore, sapendo che non avrei dovuto; che avrei fatto meglio a rallentare, tornare indietro a certi passaggi, lasciar scendere alcuni dialoghi, ripensare alla Storia e le metafore del presente, le scatole cinesi geopolitiche stratificate che avrebbero entusiasmato Sbancor. Ma non ci sono riuscita. Avevo urgenza di restare nel flusso, di correre con i personaggi nella loro stessa smania.
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di Letizia Muratori
(tratto da carmilla on line)
[Letizia Muratori è una delle più importanti autrici italiane contemporanee. Ha pubblicato per Einaudi Stile Libero i romanzi Tu non c’entri e La vita in comune. Per Adelphi sta per uscire La casa madre, chiasmo tra due racconti lunghi su cui si ragionerà in Carmilla. La recensione di Muratori allo splendido “oggetto narrativo” di Giacopini è condotta utilizzando alcuni parametri del memorandum sul
New Italian Epic, enunciati da WM1. gg]
Documentare vite alternative, fare storia alternativa.
Nel saggio New Italian Epic Wu Ming 1 segnala tre esempi di mockbiopic, cioè biografie deviate e alternative rispetto ai fatti storici: Il signor figlio di Alessandro Zaccuri,
L’uomo che volle essere Perón di Giovanni Maria Bellu [clicca per leggere la recensione di Giancarlo De Cataldo, N.d.R.] e Havana Glam di Wu Ming 5. Ovvero Leopardi a Londra dopo il 1837, Perón sardo, e David Bowie simpatizzante comunista.
Su necessità e importanza del lavoro di WM1 tornerò al più presto e con l’attenzione che merita. Al momento ne approfitto per ragionare su
Re in fuga di Vittorio Giacopini (Mondadori, € 17.50), libro che per certi versi rientra nella categoria dei titoli appena citati. Si tratta della vita di Bobby Fischer. Anche in questo caso siamo in territorio mock. (more…)
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da carmilla on line
di Saverio Fattori
Federico Platania, Il primo sangue, Fernandel edizioni, 2008, pagg. 128, € 12,00
Platania fa i conti con le nuove paure metropolitane, che di nuovo non hanno nulla, è l’incapacità di reazione che ci mette all’angolo, la mancanza di anticorpi ad emergenze che pensavamo storicamente risolte a metterci nei guai. Si è inceppato il meccanismo che vuole i figli comunque più ricchi dei padri, la progressione economica è deragliata, la miseria è un mostriciattolo che non si stacca di dosso e che umilia Andrea, un io narrante assolutamente credibile. Non c’è lotta di classe, diritti e identità da rivendicare, nessun riferimento politico, solo disordine, no-future. Rimane l’impotenza e la vergogna per non essere altro.
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di Stefano Gallerani (da Alias)
Tra i suoi coetanei, cioè dei nati negli anni cinquanta, probabilmente Eraldo Affinati è lo scrittore che più degli altri – e sin dall’esordio, nel 1992, con Veglia d’armi. L’uomo di Tolstòj (Marietti) - è andato costruendosi un mondo in tutto e per tutto riconoscibile, l’immagine rifratta di un’idea di letteratura, e dunque di vita; o meglio, insieme a Michele Mari e Gabriele Frasca è sicuramente quello che ha praticato con più accanimento, anche assumendosi il rischio di esiti alterni, la coerenza a un’idea come forma di ricerca, ossia come strumento di conoscenza.
Era evidente nella raccolta di scritti pubblicata nel 2006 per Fandango, Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori, che di questa ricerca rappresenta, per così dire, il carnet di studio, e lo è tanto più ne La città dei ragazzi, appena uscito per Mondadori (“Scrittori italiani e stranieri”, pp. 210, € 17,00). Tornando a praticare, quattro anni dopo Secoli di gioventù, la forma di scrittura a lui più congeniale – una sorta di autobiografismo ibrido in cui la prima persona tracima dal piano personale a quello più propriamente emblematico, e dunque etico -, Affinati sviluppa ora, tra romanzo e diario, due modalità ricorrenti nei suoi libri, due leitmotiv: da un lato, come in Bandiera bianca (1995), c’è il ritratto di un ambiente chiuso, delimitato, còlto nei suoi attimi di cedimento alla realtà: la romana “Città dei ragazzi” fondata nel ’53 dal sacerdote irlandese John Patrick Carroll-Abbing per accogliere, secondo quanto recita oggi il sito ufficiale dell’istituzione, “giovani in particolare stato di disagio sociale, che, privi di un valido sostegno familiare per i più svariati motivi e di un adeguato supporto delle strutture pubbliche, versano in grave rischio di devianza”; dall’altro viene stilato il resoconto del viaggio compiuto in Nordafrica assieme a Omar e Faris, due “cittadini”, nel segno di un’insanabile contraddizione: «scoprire l’enigma delle origini» e confermarsi nella convinzione che «un fatto, al di là della sua flagranza, si riduce alla visione di chi lo riporta».
Ma la circoscrizione di un luogo, la sua clausura eccentrica, o il pellegrinaggio verso un altrove fortemente simbolico (in Campo del sangue, del ’97, si trattava di Auschwitz, qui è il Marocco) non testimoniano, come pure potrebbe sembrare, di un disagio verso il presente (era così, invece, nella dislocazione temporale de Il nemico negli occhi, 2001), bensì esprimono una precisa volontà di comprensione e un accorato sentimento di indulgenza. Ma indulgenza per cosa? In primo luogo, nei confronti dei ragazzi cui Affinati insegna a compitare in italiano, a loro modo tutti illegittimi - che lo siano davvero oppure no, gettati comunque in pasto alla vita illegittimamente, col solo bagaglio, poco più che decenni, di un’esistenza già segnata da un prefisso costante: rialzarsi, ripartire, ricrescere. E poi, appunto, verso la condizione stessa di illegittimità, quella dei suoi allievi, certo, ma anche quella vissuta dal padre dello scrittore, e a questi trasmessa quasi fosse un’eredità biologica, il dramma non redimibile di una famiglia e il suo beffardo stemma araldico. Ecco, dunque, nel legame tra destino e arbitrio, il nucleo intorno a cui il libro si addensa approssimandosi al suo tema effettivo: ovvero, non la paternità – tradita, illegittima, perduta -, che ne è piuttosto la foggia, l’abito, ma la responsabilità dei gesti che compiamo e delle parole che scriviamo avanzando «a testa bassa negli entusiasmi e nei tranelli di cui è tessuto il mondo».
Eppure, il senso del dovere, che della responsabilità è il contrafforte morale, difficilmente si coniuga con quello del divenire, il quale, scrive Affinati chiosando L’adolescente di Dostoevskij, «si esprime nell’identità paterna. Se essa risulta alterata, come in Arkadij, diviso fra due padri, quello naturale, Versilov, e quello putativo, Makarij, entra in crisi il nesso causa-effetto, cioè la stabilità della condizione umana. Dostoevskij studia questa rottura. Vuole comprendere come reagisce l’uomo quando perde i suoi puntelli. Lo scrittore sa che in quella reazione troverà il massimo di verità possibile, qui e ora». Così nasce la volontà di comprensione di cui si diceva, e in questo modo si spiega anche, ne La città, l’ossessione con cui lo scrittore romano annota nomi e redige cataloghi caratteriali e tipologici: «Tu Gianni e la tua ironia profonda. Tu Nabi e la tua balbuzie percussiva. Tu Faris e il tuo rigore morale», e via di seguito in un moltiplicarsi non indistinto di destinatari. Per puntellare la propria esistenza, innanzitutto, e per ricomporre il rapporto eziologico di quella dei ragazzi - amati come farebbe un padre e protetti come farebbe un fratello - Affinati sceglie la forza testimoniale dell’espressione nonché l’inconfondibile, e ambigua, individualità di un nome. Nello specchio di una pagina a tratti fortemente incisa da periodi secchi, perentori e a tratti frastagliata da inserzioni e puntualizzazioni si riflettono, senza soluzione di continuità che non sia quella tipografica dei paragrafi che tramano le sezioni del libro - tre corredate da un epilogo e da un prologo - il “settore privato” dell’uomo Affinati e il presente del narratore. A tenere insieme i due piani - e sono, unitamente alle lettere degli scolari, col loro italiano imbastardito, tra i momenti più toccanti del libro -, le parole con cui, dal passato, la voce del padre torna per spiegare quanto troppo a lungo è rimasto sepolto nella memoria e tuttavia quanto solo il tempo poteva dirimere «eseguendo un compito le cui ragioni non lo riguardano». Parole a cui l’autore di Soldati nel 1956 (1993) affida per se stesso le speranze che, immaginiamo, sono consegnate anche ai ragazzi della Città perché il loro esempio non si cancelli e perché un domani di loro si possa dire, come Don Lorenzo Milani scriveva alla madre in una lettera datata 30.7.1962, che «col libro alla mano improvvisamente tutti hanno imparato a stare a galla e i più agili anche a nuotare».
L’articolo è apparso su Alias n. 15 del 19 aprile 2008.
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di Carla Benedetti (da l’Espresso)
Nel mare magnum dei discorsi sul ‘68, il saggio di Anna Bravo ‘A colpi di cuore. Storie del Sessantotto’ (Laterza, pp. 322, E 15) si fa notare per l’approccio ampio e trasversale, felice proprio in quanto sghembo. Invece di tracciare una storia dei movimenti, o accumulare dati e riflessioni in vista di una tesi interpretativa generale (ne circolano tante in questo anniversario: Zizek vede nella liberazione sessuale di quegli anni i germi dell’odierno edonismo e, richiamando Lacan invece di Pasolini, si chiede se tutto quell’entusiasmo per la libertà non sia stato in realtà solo un mezzo per sostituire una forma di dominio con un’altra; Scalfari vi vede una “resa al presente” e al “qui e ora”; altri, richiamando Badiou, parlano di fine dell’epoca delle rivoluzioni), la Bravo mette fuoco alcuni temi cruciali, lasciando che i materiali e le riflessioni si orientino attorno a essi come a dei magneti.
Il primo, a cui sono dedicati due capitoli, è ‘Radici’. Seguono ‘Amore’, ‘Dolore’, ‘Violenza’. Si tratta di questioni particolarmente ‘calde’ e, nel caso del dolore, quasi di un tabù. Per i movimenti di quegli anni esso restò infatti ‘un corpo estraneo’ - per esempio, in tutta la battaglia per l’aborto nessuno parlò mai del ‘dolore del feto’ - ma la stessa cosa vale per i loro interpreti odierni.
Gli anni ‘60 e i primi ‘70 sono ricordati oggi soprattutto per le trasformazioni culturali e di mentalità che hanno innescato. La Bravo invece, che è storica dei movimenti delle donne, del genocidio e della deportazione, si rifiuta di considerarli nella ristretta prospettiva culturalista e porta dentro al suo discorso ciò che gli altri di solito lasciano fuori.
Così, in questa ‘cognizione del dolore’ (è l’autrice a usare l’espressione) la prospettiva si allarga fino a prendere dentro i corpi, “la materia vivente’, i “limiti della condizione umana” e tante domande che di solito non vengono, né allora né oggi, considerate ‘politiche’. E se c’è un limite in questo libro ricco e vivace, esso sta solo nel non aver imboccato questa via ancor più radicalmente.
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di Gianfranco Bettin
La questione settentrionale ritorna a segnare, radicalmente, il quadro politico nazionale. Le elezioni del 13 e 14 aprile la consegnano al parlamento e al governo prossimi venturi e ne certificano l’insopprimibile centralità. Una centralità che il governo Prodi non ha mai davvero saputo assumere, anzi, che si è peritato spesso, nelle parole e negli atti di alcuni suoi esponenti, di negare o di annacquare o di riformulare in altri termini, dipingendo spesso Nord e Nordest come la terra dei padroncini rancorosi e ignoranti, nonché evasori fiscali e razzisti, o giù di lì. Con il solo risultato di proporsi, al Nord e in particolare nel Nordest, come un governo, e anzi come un intero ceto politico, lontano dagli interessi, dai bisogni, dalle attese di quelle regioni, in particolare dalla richiesta di federalismo, fiscale e istituzionale, che è il vero motore potente della dinamica politica del Nordest (come ricordano anche figure diverse come Giancarlo Galan o Massimo Cacciari, o come Riccardo Illy, da ieri ex governatore del Friuli Venezia Giulia, che certo ha pagato caro questo deficit politico e culturale del centrosinistra italiano e del suo governo).
Questo spiega, in parte, il successo straordinario ottenuto dalla Lega Nord in queste elezioni. Ma ciò che lo spiega di più, e più strutturalmente, sta nella capacità del partito di Bossi di configurarsi, ormai in oltre vent’anni, come la forza politica più organicamente capace di interpretare la nuova composizione sociale regionale, in particolare la piccola e la media impresa, gli artigiani, moltissimi dei quali di origine contadina e operaia, le nuove figure del lavoro, ma anche quelle “geocomunità” e quel “capitalismo personale” che, secondo gli analisti più attenti (a cominciare da Aldo Bonomi, si veda il suo recentissimo Il rancore. Alle radici del malessere del Nord, edito da Feltrinelli, che rielabora un saggio precedentemente apparso nel recente numero degli Annali della stessa editrice dedicato alla questione settentrionale), rappresentano dimensioni sempre più centrali, nel contesto segnato dalle tensioni e dalle inquietudini, oltre che dalle opportunità, della globalizzazione.
Questa realtà sociale e politica ha, non di rado, aspetti, espressioni e pulsioni che possono giustificare diffidenze e deprecazioni, ma che non può essere ridotta a questo (e neanche al modo, a volte certo “scandaloso”, in cui certi esponenti politici si esprimono). La stessa Casa delle Libertà, oggi Partito della Libertà, che pure ottiene grandi risultati nel Nord, a volte stenta a tenere un rapporto solido con questo mondo e la crescita della Lega in queste elezioni può essere vista anche come l’esito di un voto che, autonomo sulla scheda che pure l’apparentava a Berlusconi (e dunque certamente un “voto utile”, non a rischio di dispersione e inefficacia), consentiva una distinta affermazione sia identitaria che politicamente e programmaticamente specificata.
Un voto utile al cubo, per così dire, agli occhi di quegli elettori: contro questa sinistra e il governo Prodi e tuttavia distinto da un Berlusconi non sempre reputato affidabile, oltre che in favore di una forza radicalmente territoriale e naturalmente post ideologica e per certi aspetti, anche se può sembrare paradossale per un partito, post politica. Ma la fortuna della Lega Nord dipende anche dall’incomprensione viscerale che nei suoi confronti manifesta quasi tutto il ceto politico romano, che volentieri ama dipingerla come gli piacerebbe che fosse e non per quello che davvero è, radicata in queste terre e agli occhi dei suoi abitanti ed elettori. È la stessa incomprensione che circonda la questione settentrionale nel suo insieme. Il tentativo di dissolverla nella più generale questione italiana o di ridurla alle espressioni più grevi e rozze di taluni politici fallisce da troppi anni per non dover insegnare qualcosa almeno oggi, dopo la tempesta elettorale di aprile.
Questo articolo è apparso sui quotidiani del gruppo Repubblica-L’Espresso il 15 aprile 2008.
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di Antonella Beccaria (via Carmilla)
Danilo Arona la chiama la “maledetta estate del 1962”. E ha i suoi buoni motivi per farlo. Perché, se si forzano un po’ i confini imposti dal calendario, si vede che di fatti neri ne sono accaduti parecchi proprio in quei mesi. Il 31 maggio, per esempio, nel carcere di Tel Aviv viene giustiziato Adolf Eichmann, il comandante maggiore delle unità d’assalto delle SS naziste, specialista in questioni ebraiche e protagonista della soluzione finale ordita dal Terzo Reich: era stato catturato due anni prima da uomini del Mossad a Buenos Aires ed estradato in Israele per essere processato. Inoltre, tra disastri aerei e ferroviari, pochi giorni dopo si assiste all’evasione di tre detenuti dal carcere di Alcatraz: sono Frank Morris, John Anglin e Clarence Anglin che – si dice – affogarono e i loro corpi mai più vennero ritrovati.
Qualche mese dopo (è l’11 ottobre e l’abbiamo dichiarata la violazione di solstizi ed equinozi) esplode la crisi dei missili di Cuba che rischia di trascinare il mondo verso la terza guerra mondiale e dodici giorni più tardi cade l’aereo su cui viaggiava Enrico Mattei, episodio che andrà a nutrire uno dei capitoli neri del recente passato italiano. E si potrebbe andare avanti ancora con l’elenco di eventi chiave risalenti a quel periodo. Eventi che non sempre però sono stati così sinistri: si pensi ai successi riscossi dai movimenti indipendentisti di Burundi e Algeria o alla “nascita” musicale dei Beatles e cinematografica di James Bond.
Se esista tuttavia un legame che lega questi fatti, insondabile da un punto di vista giudiziario, politico o giornalistico, lo lascio stabilire a Danilo, ben più esperto in materia. Che invece un legame esistesse tra una serie di personaggi – il clan dei Kennedy, le cupole di Cosa Nostra d’oltreoceano e almeno una parte dello star system hollywoodiano che comprende l’attrice Marilyn Monroe – lo stabilisce invece un dossier dell’FBI che, sotto l’ambigua regia e infinita direzione di J. Edgar Hoover (a capo dell’ente federale americano per quarantotto anni, dal 1924 al 1972), costituisce un castello di accuse contro John Fitzgerald Kennedy, il presidente degli Stati Uniti che sarà assassinato a Dallas il 22 novembre 1963, suo fratello Robert e il padre dei due, il temuto Joseph P. Kennedy.
Il dossier, finora rimasto sconosciuto, è il cuore del libro Compagna Marilyn – Comunista, spia, cospiratrice. I retroscena della vita e della morte di Marilyn Monroe (Stampa Alternativa, 2008) scritto da Mario La Ferla. Il quale, avvezzo alle inchieste giornalistiche, fa per vent’anni la posta al dossier, cura i suoi contatti negli Stati Uniti, fa in modo di avvicinarsi sempre di più al fascicolo di Hoover e finalmente si ritrova in mano tremila pagine di schede personali, intercettazioni, confidenze e rapporti. Ecco che ne viene fuori un libro che si direbbe frutto delle fantasie più sfrenate di uno scrittore di fantapolitica, che parte dell’apparente suicidio della più nota delle stelle di Hollywood per ricostruire uno scenario incredibile, ben lontano dai sorrisi rassicuranti del trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti, dalle sfolgoranti pellicole partorite a ciclo continuo dalla Mecca del cinema o da una linea politica che voleva andare a stemperare i più bollenti bubboni della guerra fredda.
La cornice è costituita da barbiturici, depressione, bordelli di lusso, festini a base di droga e celebrità. E il centro della prospettiva di La Ferla è la notte tra il 4 e il 5 agosto 1962, quando Marilyn Monroe morì per quella che venne sbrigativamente etichettata come un’overdose di psicofarmaci. Eppure, proprio quella notte, nella villa in stile messicano di Fifth Helena Drive, da poco acquistata dall’attrice, sembra consumarsi una scena alla Rosemary’s Baby: nella camera da letto della Monroe, in corridoio, sul tetto si concentra una piccola folla di persone che, invece di contribuire alla nascita dell’anticristo, si è riunita per uccidere la più celebre delle dive di quel periodo. E mentre vengono smontati i microfoni piazzati per intercettazioni telefoniche e ambientali, perquisiti ambienti e passate al setaccio diari e rubriche, alcuni dei più brutali scagnozzi della mafia a stelle strisce si occupano di Marilyn mentre governante, addetta stampa, psichiatra e medico attendono che tutto sia finito per dare l’allarme. Un gran guignol che sarebbe servito per impedire alla donna di rivelare alla stampa tutti i peccati dei fratelli Kenndy, entrambi suoi amanti, e ordito da amici di famiglia: quei Sam Giancana, John Rosselli, Jimmy Hoffa che, per tramite di Frank Sinistra, avevano tutto l’interesse a tenersi buoni i rapporti con la dinastia di origine irlandese e non esitavano a ricorrere alle maniere forti, quando ce n’era bisogno.
Ma tutto questo è appunto solo un punto di partenza, quasi un pretesto, per raccontare un pezzo segreto di storia americana. Perché il respiro del libro si amplia e diventa un tornado che, dando fondamento alle voci che a lungo sono seguite alla morte di Marilyn Monroe, racconta di un sistema di corruzione politica capillare, del ricatto come principale arma di contrattazione per conservare posizioni e accrescere patrimoni, delle infiltrazioni della criminalità organizzata in qualsiasi ambito di potere, del dossieraggio illegale come arma per compiere vendette personali ancor prima che politiche. Si sfrutta di tutto, per raggiungere il proprio scopo: fregole e vizi privati in prima istanza, quelli che indeboliscono carriere e reputazioni. Tanto che spiare ciò che avviene tra le lenzuola porta a scoprire giochi spionistici e mercati delle informazioni che varcano i confini degli Stati Uniti e le purghe del maccartismo.
Compagna Marilyn, insomma, costituisce un contributo a comprendere meglio ciò che si cela all’ombra del potere. È un dietro le quinte inquietante di cui si dovrebbe parlare di più. E se La Ferla lo racconta per esempio a Corrado Augias e a Radio Radicale, non è ancora abbastanza. Nei giorni di chiusura della campagna elettorale, c’è stato chi ha chiesto che i fatti narrati nei libri di storia vengano rivisti. E su un’affermazione del genere, alla luce di ciò che rivelano gli archivi finora tenuti segreti, non si può che concordare. Ma attenzione alle boutade da voto imminente: quella era solo polvere da lanciare negli occhi dello schieramento avversario, ritenuto corresponsabile di crimini in odore di stalinismo. Qui, nelle pagine di La Ferla, invece, si trova ben altro: per la precisione, prendendo a prestito le sue parole, si tratta della “rivelazione sorprendente di un capitolo inedito della storia di un periodo irripetibile che appartiene a tutti noi”.
Compagna Marilyn - Comunista, spia, cospiratrice. I retroscena della vita e della morte di Marilyn Monroe in un rapporto segreto dell’Fbi, di Mario La Ferla, edito da Stampa Alternativa – Collana Eretica speciale, 312 pagine – ISBN: 978-88-6222-017-0
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di Christian Raimo (via Nazione Indiana)
Avete presente Pasquale Ametrano? L’emigrato lucano, praticamente muto, che in Bianco, rosso e Verdone torna dalla Germania per votare in Italia e percorre l’intera penisola autostradale, facendo sosta autogrill per autogrill, per mangiare, pisciare, comprare montagne di roba, e a ogni tappa viene derubato di qualcosa: le borchie, l’autoradio, alla fine direttamente la macchina con valigie e tutto? L’iperitaliano Pasquale Ametrano – che si sveglia con il poster gigante di Causio come un altarino davanti al letto e che alla fine del film, vessato e fottuto dai suoi stessi compatrioti, soltanto allora parlerà per mandare a fanculo tutti quanti – proprio lui, così per dire, non potrebbe essere l’elemento-guida per riflettere su quello che l’Italia è stata e non è stata negli ultimi cinquant’anni?
Mi veniva in mente la sua figura andando in libreria e trovando, per caso ma non troppo, accostati nello stesso scaffale dedicato alla storia contemporanea, alla nostra storia contemporanea, alla formazione della nostra identità italiana, due libri speculari, complementari, dialoganti. Uno l’ha scritto (molto bene) Simone Colafranceschi, si intitola Autogrill. Una storia italiana e l’ha edito Il Mulino; l’altro l’ha scritto (molto bene) Michele Colucci, s’intitola Lavoro in movimento. L’emigrazione italiana in Europa 1945-57 e l’ha edito Donzelli; e si può notare facilmente come già dalle copertine questi due studi si parlino tra loro. Su Autogrill c’è un particolare di un depliant pubblicitario a colori: una meravigliosa, sorridentissima famiglia in spider – padre, madre, un solo figlio – che ci saluta dal grande parcheggio vuoto sotto il primo (fondativo) autogrill Pavesi, quello di Novara; mentre Lavoro in movimento esibisce invece una foto in bianco e nero di un treno in partenza dalla stazione di Milano, stipato di emigranti. E se uno dovesse prendere questi due ritratti come le approssimazioni di quello che c’è dentro, non sbaglierebbe a pensare che i macrofenomeni che Colafranceschi e Colucci descrivono, sono – come si rendono ben conto – due storie, due storie assai diverse, dell’Italia moderna, del suo sviluppo, e di quello che siamo oggi. Perché una è la storia di una vittoria, l’altra di una sconfitta.
Da una parte, l’autogrill è effettivamente un simbolo che ha vinto, il pioniere dei non-luoghi, della socialità moderna, la rappresentazione perfetta del modello di progresso che ha attraversato l’Italia contemporanea. Il culto dell’America, il trasporto su auto, la famiglia nucleare, il mito della piccola industria del Nord che – con un po’ di aiuti di Stato – riesce a diventare grande: e soprattutto i consumi. Un’identità moderna, in cui l’immagine fa da volano alla realtà, che per essere veramente moderna dev’essere fondata sui consumi. Progettualmente: come si legge nelle linee guida di quelle aziende che per più di mezzo secolo sono state coinvolte nella creazione degli autogrill, dalla Pavesi alla Motta all’Eni alla Società Autostrade. E strutturalmente: “Tra il 1955 e il 1970”, scrive Colafranceschi, “si consumeranno [sic] quasi 25 milioni di spostamenti di residenza da un comune all’altro. […] Una molteplicità di esodi che, a differenza dell’emigrazione diretta fuori dai confini nazionali, non avviene nel segno di una conservazione del proprio bagaglio identitario, ma si accompagna spesso alla ricerca di una nuova cittadinanza urbana, plasmando nuove identità collettive sotto il segno di un passaggio «dall’etica della produzione all’etica dei consumi»”.
Nel giro di un decennio, quello analizzato invece in Lavoro in movimento, si vede progressivamente sfumare l’idea che si possa formare un’identità italiana a partire dal rigetto delle politiche sociali fasciste, e dall’impulso dato delle esperienze collettive della Resistenza e della Costituzione. Non fu questo a unire l’Italia. Ma, ci tiene a dire Colucci con l’occhio privilegiato sulla faccia oscura del progresso, questo non fu nemmeno un processo casuale: perché, appunto, la storia non è fatta solo di dinamiche sociali, economiche, antropologiche. Fu piuttosto il risultato di scelte, di una politica – dei governi, con responsabilità individuali precise – che fu assente, o volle altro.
La vicenda che viene ricostruita dell’emigrazione italiana in Europa è una parentesi malinconica: Colucci anatomizza bene questa miopia politica dei governi del tempo, capaci d’inventarsi solo una rabberciata “soluzione emigrazione” rispetto all’emergenza disoccupazione, senza poi saperne gestire i costi umani. A fronte di idee isolate sull’emigrazione come aspetto di una cultura pacifista e cosmopolita, come fu la posizione – che viene meritoriamente ricordata – dell’azionista Riccardo Bauer (“Occorre che l’arruolamento dei lavoratori per l’estero avvenga con metodo, con assoluta garanzia di onestà, cessi cioè l’Italia di essere pingue campo d’affari per negrieri d’ogni risma”), la realtà deprimente fu quella di una massa di lavoratori mandati allo sbando con i miti falsi di un’emancipazione attraverso lavori durissimi - e appunto, non a caso, il fenomeno migratorio ebbe un crollo dopo la strage di Marcinelle.
Ma soprattutto Lavoro in movimento illumina un altro carattere deteriore, l’altra faccia della medaglia non solo della storia di cinquant’anni fa, ma dello sviluppo moderno. Questo è l’esito più desolante: alla mancata costituzione di una possibile identità europea si accompagnò la creazione di un modello sociale di sfruttamento tuttora utilizzabile e utilizzato. Un modello pensato e gestito da quei governi che nel dopoguerra crearono con l’emigrazione dal Sud Europa il precedente di uno stato di eccezione, stabilendo accordi bilaterali che nei fatti toglievano agli emigrati tutti i diritti se non quello di fornire manodopera. Un precedente, ci tiene a sottolineare Colucci citando Agamben, che sarà seminale per l’attuale “Fortezza Europa”, una realtà un po’ diversa da quell’idea europea di un Mazzini, così stracitato nelle varie discussioni sull’emigrazione negli anni ’50.
Il panorama che viene fuori dal libro di Colucci è in definitiva disarmante: l’emigrazione è un’esperienza rimossa che ha prodotto un deserto ideale, un non-luogo politico. Ma anche l’esito del libro di Colafranceschi, dove appunto si dovrebbe raccontare la storia vincente dello sviluppo italiano non è così entusiasmante, se proprio l’autore decide di chiudere citando questo Massimo Ilardi: “L’autogrill è lo spazio di vita di milioni di persone che lo attraversano. Qui la metropoli viene risolta senza residui con l’annientamento della sfera pubblica. Qui l’ordine della città viene sconvolto insieme a qualsiasi forma di vita ideale e progettata dall’esterno. […] Qui, infine, come in tutti i territori dell’attraversamento, l’attrattiva principale è l’anomia, è la sospensione della legalità. […] È il fascino del deserto descritto da Baudrillard, è la potenza dell’estensione pura, è la forza dell’incultura”.
Fa sempre un po’ male capire che per sentirci liberi dobbiamo fare a meno della nostra civiltà, e come Pasquale Ametrano, sfogarci al massimo con un vaffanculo.
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di Girolamo De Michele
Sandro Mezzadra, La condizione postcoloniale. Storia e politica nel presente globale, Ombre corte, 2008, 172 pp., € 16.00
Il libro si apre con l’immagine del comandante Achab che, chino sulle carte nautiche dei quattro oceani, traccia le rotte «con l’intento di portare a compimento il pensiero monomaniaco della sua anima», quasi a voler suggerire un primo uso di questo testo: una cartografia critica degli studi postcoloniali, che con colpevole ritardo cominciano ad essere tradotti e studiati anche in Italia.
Si tratta di autori – Dipesh Chakrabarty, Partha Chatterjee, Achille Mbembe, Gayatri Chakravorty Spivak, Kalyan Sanyal, Naoki Sakai, Yann Moulier Boutang – che ridefiniscono «i processi di ibridazione, negoziazione e resistenza che l’intervento dei soggetti colonizzati ha iscritto fin dalle origini della modernità» nella trama del discorso coloniale. E che, attuando un radicale mutamento di paradigma nel rovesciare il rapporto centro-periferia (dall’occidente europeo al mondo globale), mostrano la maggiore ricchezza di un approccio orientato a «provincializzare l’Europa». Questa mappa degli studi postcoloniali, cartografata con perizia e competenza da Sandro Mezzadra (docente di “Studi coloniali e postcoloniali”), varrebbe da sola la fatica della lettura: ma chi intraprende questa lettura difficilmente riuscirà a fermarsi al livello della bibliografia ragionata, perché Mezzadra mostra una spiccata propensione – tipica di chi ha una lunga frequentazione con il pensiero radicale – a complicare, piuttosto che a ridurre, la complessità dell’argomento, mostrando come gli stessi studi postcoloniali non siano sottesi da un paradigma unitario, ma descrivono, nelle loro linee di fuga e di sviluppo, un campo di studi in continua frammentazione. E l’autore, piuttosto che cercare di ricondurre la teoria ad unità, prova a «cogliere le opportunità implicite in questa situazione, ponendo le basi per un uso più libero delle categorie e delle acquisizioni della critica postcoloniale». Un uso che continuamente rinvia alle pratiche, ai conflitti, alle lotte che ridisegnano ogni giorno lo stato dei rapporti di forza nel contesto globale. In altri termini, questo libro per un verso esiste in conseguenza dell’esistere e del confliggere di una condizione migrante globale; per altro verso, esso sa di essere non una esposizione teorica buona per quei talk show televisivi o quelle pagine dei grandi quotidiani dove i Sartori e i Panebianco ci annunciano che il latte è ricco di calcio e i neri hanno il ritmo nel sangue, ma uno strumento al servizio di quelle lotte e di quella critica allo stato di cose esistente – «nella fuga portarsi dietro un’arma», scriveva George Jackson (e ripeteva spesso Gilles Deleuze). Dalla critica postcoloniale, sostiene Mezzadra, si può estrapolare un’immagine del presente come «un tempo in cui l’insieme dei passati che il moderno capitalismo ha incontrato sulla sua strada riemerge disordinatamente in una sorta di “esposizione universale”, in cui “sussunzione formale” e “sussunzione reale del lavoro sotto il capitale”, lungi dal poter definire una tendenza lineare, si ibridano e coesistono fianco a fianco». Il presente, dal punto di vista a-centrico assunto da Mezzadra (qui è consistente la presenza di Benjamin) è un intreccio di forme vecchie e nuovissime di sfruttamento, di soggettività stratificate e in continuo mutamento: più che le carte di Achab, ci viene in mente quel Freud che nel mentre tracciava la mappa delle istanze che compongono l’Io, criticava i propri schemi perché fissavano sulla carta ciò che è in perpetuo movimento. Nondimeno, se questo libro è una bussola per orientarsi in questi mari, il merito è anche dell’autore e del metodo di lavoro:
il recupero della lezione operaista (il metodo della tendenza, lo studio dei soggetti a partire dai conflitti che li generano) incrociata con quella «globalizzazione dell’eredità teorica dell’operaismo italiano» avviata da Negri e Hardt con Impero. A questo metodo Mezzadra aggiunge l’approccio meta-linguistico all’economia politica derivato da Marazzi, ma soprattutto dai lavori del giapponese Naoki Sakai [a sinistra] sui rapporti tra soggettività e traduzione come chiave di lettura della transizione senza fine nella quale siamo in situazione: se il domino del capitale significa traduzione della dimensione globale nell’unico linguaggio del valore - «l’indirizzo omolinguale», dice Sakai -, la moltitudine può essere ripensata come «comunità non aggregata di stranieri», una comunità «al cui interno ci rivolgiamo l’un l’altro attraverso l’attitudine dell’indirizzo eterolinguale».
Solo un folle si mette tra Achab e la sua balena, ha detto un filosofo contemporaneo. L’ambizione di Mezzadra è proprio questa follia che consiste nel mettersi nel mezzo, tra la “naturale” potenza distruttiva del mostro e la riduzione della pluralità dell’umano a monomania paranoica del baleniere: dalla parte di quella moltitudine umana e linguistica che brulica sulla tolda del Pequod - il «sogno di una cosa che dobbiamo finalmente tornare a sognare».
[questa recensione è uscita su “Liberazione” il 23 aprile 2008]
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di I. Domanin
[…] Al termine, di questa ricognizione il libro indica una strada promettente e, a mio avviso, decisiva: il potere nelle mani della filosofia è quello di costruire una filosofia del potere. La filosofia non può certo riproporsi nella chiave spoliticizzata e ideologica della metafisica…
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di Tito Pulsinelli Il Fondo Monetario Internazionale (FMI), lunedì scorso ha deciso di mettere in vendita 400 tonnellate d’oro stivate…
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(a cura di Sbancor) Ripubblicare oggi un testo di J.P. Sartre, scritto nel 1973, edito allora, non è filologia dei movimenti. Chiunque lo legga con attenzione potrà trovarvi riferimenti alle scelte elettorali che dovremo fare fra in questi giorni. E riflettere su cosa fare.
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Original source : http://www.carmillaonline.com/archives/2008/04/002…
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di S. Quadruppani
Venerdì 4 aprile, prima vera giornata di primavera parigina, la dolcezza e la luminosità che c’era nell’aria si accordava perfettamente con la personalità di Roberto Silvi, morto tre giorni prima, e al quale abbiamo detto addio quel giorno, al cimitero di Père Lachaise…
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Original source : http://www.carmillaonline.com/archives/2008/04/002…
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di S. Fattori
Era subentrato in un tempo remoto a un vecchio ingegnere dai modi nobili e dorotei alla guida del mio ente. Unascesa veloce e spregiudicata che aveva gettato lo scompiglio tra le nostre fila.
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di salgalaluna
Non è la Storia (con la s maiuscola), ma la storia, quella che si racconta in questo fumetto: è la storia di Rinaldo, un ragazzo che studia architettura, e vive (anzi “vivacchia”) negli anni ‘70 a Milano, conoscendo il mondo del ‘68 e di quello che verrà dopo. La storia di Rinaldo comincia alla Calusca, la libreria di Primo Moroni, ma torna indietro e va avanti, con episodi, volantini, gruppi, personaggi, che Rinaldo si trova davanti.
Lui, timido e “uno dei tanti”, ma non spettatore. I disegni mescolano fotografia, documentazione e ogni tanto fanno una panoramica dall’alto di Milano, e sono la cosa migliore del fumetto di Elfo.
link: libreria pagina dodici | smemoranda
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Il romanzo di Silvia Pingitore è tutto dentro una classe di liceo. Siamo a Roma, il liceo è l’Artistico di Via Ripetta, centrale ma non troppo. Gli studenti si dividono in varie categorie: la più gettonata è quella delle “soggettone”, ma c’è anche un secchione con problemi di udito (Enrico), un aspirante criminale del condono (Cosimo), un paio di sgallettate (Elvira e Adriana) e poi c’è Lei. Lei vorrebbe portare Oscar Wilde alla maturità ed esprimersi nel disegno. Ma contro di Lei ci sono tante difficoltà. Soprattutto il corpo docente: una gerarchia ittiologica, dalla preside Squalo, fino al Nasello, la Tracina e soprattutto all’Orata, l’insegnante di italiano, sempre con quel quotidiano di sinistra pieno di inserti colorati sotto il braccio (proprio le vicende dell’Orata proseguiranno anche dopo la maturità).
Il libro dell’esordiente Silvia Pingitore, paragonato (impropriamente) a Moccia, non ha la struttura di un vero e proprio romanzo. Ma è ben scritto, molto divertente e - qui e là - lascia emergere tratti di lirismo vero e proprio, considerazioni valide non solo per capire la scuola di oggi e i suoi tanto vituperati studenti, ma anche il mondo del lavoro precario, la città e i suoi spazi. Insuperabile la parodia dannunziana dedicata a Leonora Mastrichelli:
E piove su i nostri volti
sempre più incazzati,
piove sulle nostre mani
tristemente italiane,
sui nostri vestimenti
sempre più zuppi e meno alla moda.
Su gli invidiosi pensieri
che le tue cervella schiudono
cattivelle,
sulle tue compagne che di te son meglio
che già ieri
eran belle, ma oggi di più.
Oh orrida Mastrichelli.
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Un ragazzo senza lineamenti vive tutta la sua giornata sul divano del suo soggiorno con un telecomando in mano. Gli unici compagni di vita sono strani animali, reali o meccanici. Chiama servizi al telefono, ma cerca di interagire il meno possibile con l’esterno. L’autore di Brian the brain continua ad ossessionare ed inquietare i lettori con questo libro, edito anche questo dalla Coniglio editore.
link:
| Coniglio editore | Comics blog | lo spazio bianco |
da salgalaluna
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Che differenza c’è tra autogrill colla lettera minuscola e Autogrill con la A grande? C’è tutta una storia, a fare la differenza. La storia è quella degli autogrill, nati in Italia con il boom economico degli anni ‘50 dall’idea di alcuni imprenditori (Pavesi, Motta, Alemagna) che volevano creare punti vendita per i loro prodotti dolciari e allo stesso tempo suggerire un nuovo stile di vita che veniva dall’America. Con il tempo gli autogrill italiani diventano qualcosa di diverso, massificato, fino ad entrare in crisi negli anni ‘70 ed essere acquisiti e integrati dalla società statale SME. Ai giorni nostri gli autogrill sono usciti dalla crisi e sono una florida multinazionale che incassa più all’estero che in Italia, più negli aeroporti e nelle stazioni che sulle autostrade.Tra citazioni letterarie, pezzi di storia, analisi antropologiche e depliant pubblicitari d’epoca, il libro di Simone Colafranceschi, un saggio di storia, scorre come fosse un romanzo, grazie ai colpi di scena e alle fonti molteplici di un racconto dell’Italia di oggi e di ieri che riconosciamo in ogni pagina.
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di G. De Michele
Lo storico agisce in favore di un tempo in cui le rovine non si accumulano infinitamente sotto la tempesta del progresso, ma vengono ricomposte e riscattate.
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di G. De Michele
L’apparizione dell’Angelus Novus introduce la questione: cosa fare delle rovine? E chi deve prendersi cura delle rovine, posto che lAngelo vorrebbe, ma non ne ha la possibilità?
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di I. Domanin
Nel piccolo e densissimo scritto Che cosè un dispositivo Agamben prova a fare dei passi in avanti rispetto alle analisi di Foucault verso la comprensione delle trasformazioni attuali dellesercizio del potere nel contesto della società dellinformazione.
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di G. Bavagnoli
Sardinia Blues va letto come grande “affresco bukovskiano” dellisola appartenente alla letteratura sarda prima che italiana. Alle sue spalle non si può infatti eliminare lapporto straordinario del genio letterario di Sergio Atzeni…
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di A. Prunetti
Gauss combatte sia gli stereotipi negativi sui rom (e ce nè bisogno, visto che sono rinfocolati ad arte da un basso giornalismo sprezzante che soffia sul fuoco dellantiziganismo), sia gli stereotipi positivi (i rom figli del vento, tutti grandi musicisti, etc), così lontani da una realtà che è tragica…
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di G. De Michele
Un romanzo come Magdeburg ci dice con più chiarezza di un saggio storico che oggi viviamo in una Guerra dei Trentanni globale, perché in fondo non ne eravamo mai usciti.
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Recensione di Wu Ming 1 a “Tana per la bambina con i capelli ad ombrellone” di Monica Viola (da l’Unità) > il sito del libro
Forse, alla buon’ora, volge al termine l’epoca in cui editori stolti si rifiutavano di pubblicare un libro nel caso questo fosse già scaricabile in rete, come se il download, anziché favorirle, potesse interferire con le vendite in libreria (antica credenza oscurantistica, ancora presente nelle énclaves più arretrate dell’industria culturale). La casistica dei dinieghi è più ricca e variegata di quel che si potrebbe pensare, tra i libri a farne le spese anche opere pregevoli, come Eroina di Lello Voce (in seguito riedito all’interno de Il Cristo elettrico, No Reply, 2006).
Tuttavia, non siamo qui per mettere alla gogna chi non sa fare il proprio lavoro: la lunghezza della gogna eccederebbe quella della Penisola. No, siamo qui per segnalare gli esiti di un progetto, Vibrisselibri, avviato nel 2006 dallo scrittore Giulio Mozzi, progetto che scommetteva su un percorso a tre tappe: scoperta di nuovi autori e libri; pubblicazione e valorizzazione in rete; ricerca di editori disposti a proporli su carta con tutti i crismi e le garanzie. Una sfida all’industria del libro, un invito a tirar fuori gli attributi.
Bene, la ruota gira nel verso giusto, la sfida viene raccolta. Per il piccolo e intenso bildungsroman di Monica Viola - fra i primissimi titoli pubblicati on line - si è fatta avanti la Rizzoli, e ora eccolo qui, Tana per la bambina con i capelli a ombrellone.
Si è già scritto molto di questa cavalcata lungo l’infanzia e l’adolescenza di una ragazza romana, dalla fine degli anni Sessanta alla prima metà degli Ottanta. Una bambina in perenne carenza d’affetto, che iper-compensa il sentirsi inferiore a suon di invadenze e impacciati protagonismi. Non a caso il suo nomignolo è “Appiccicume”. In diversi hanno posato l’accento sulle violenze al corpo e all’anima, sull’incesto e gli abusi sessuali, sul tessuto cicatriziale lasciato da quelle esperienze. Sono pagine forti, quelle in cui Appiccicume - profilo incerto tra Lolita e anatroccolo - è sballottata tra i pompini ai fratelli maggiori e gli sbotti di collera di un padre inadeguato a tutto, sotto i radar malfunzionanti di una madre che ha troppi figli e di una nonna materna chiusa in un sarcofago di sordità e ricordi esotici (personaggio bellissimo, quest’ultimo).
Altri sguardi sul libro hanno messo a fuoco il fondale che incombe - e sovente precipita - sulla storia: l’Italia del boom che finisce, dell’austerity che arriva, della politica che diviene feroce (e a un certo punto fischiano proiettili e muore pure qualche amico), dei branchi di fascisti modello Circeo o, secondo alcuni (e a dire dello stesso Pino Pelosi), modello Idroscalo di Ostia.
Tutto vero, c’è questo e c’è quello. C’è la deflorazione a opera di un fratello maggiore (con fatalistico consenso e torpida iniziativa di Appiccicume) e c’è l’attentato neo-fascista al magistrato Vittorio Occorsio, 10 luglio del ‘76. C’è lo stupro di gruppo sfiorato per un pelo e c’è l’assassinio da parte dei NAR di un giovane militante di Terza Posizione accusato di essere un “infame” (episodio di una faida interna alla destra armata, speculare ad altre faide in corso a sinistra, nelle carceri speciali).
C’è anche molto altro, però. Ad esempio, c’è un frizzante compendio di etologia umana, che farebbe la gioia del compianto Konrad Lorenz e dialoga a distanza con certe pagine su amore e odio scritte da Irenäus Eibl-Eibesfeldt. La bambina coi capelli a ombrellone descrive “da dentro” comportamenti che mai come nell’adolescenza si mostrano leggibili: indica strategie di sopravvivenza e adattamento dell’individuo a branchi (gruppi di amici) soggetti a rapidi mutamenti, e racconta le inquiete ritualizzazioni tipiche dell’adolescenza. Da ragazzi si ritualizza la fuga (ci si allontana per essere inseguiti, tanto nelle fughe da casa quanto nella “civetteria” dei flirt e dei corteggiamenti, fino all’estremo di appariscenti tentativi di suicidio per chiamare l’attenzione) e si ritualizza l’aggressività (è il periodo della vita in cui assumono massima importanza il “piumaggio” acceso del singolo e i “colori di guerra” del gruppo).
La parte più toccante del libro è la lenta, tenace risalita della protagonista, che supera traumi e problemi facendo lo slalom tra perdite gravi (agonia e morte della madre) e conquiste che, realizzandosi, la svuotano. L’affannato e tremulo assedio a Marco (anzi, MARCO, tutto maiuscolo), il grande oggetto d’amore, sfocia in una vittoria, ma già due capitoli dopo Appiccicume scrive: “Ora che l’ho acquisito, l’ho anche consumato un po’. E’ la mia sicurezza ma da quando ho portato a casa il punto ho perso motivazione. E’ la pillola salvavita ma non mi basta più, voglio oltre, devo oltre”.
Tale “oltre” finirà per collocarsi, almeno per qualche tempo, a Londra, la Londra dei languori New Romantic, degli Spandau Ballet e - specialmente - dei Duran Duran. 1983-85, la nuova ragione di vita è incontrare e conquistare John Taylor, bassista bel-tenebroso della band di Girls on Film.
Per implausibile che possa sembrare, questo capriccio frivolo, quest’ultima mattana, è il culmine del processo di emancipazione. La bambina coi capelli a ombrellone, tra bruschi scarti e paradossi, si è allontanata dalla tana. Altre la guardano, lei sorride, alza le spalle e indica la via. Tana libera tutti!
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Marco Imarisio, autore di “Mal di scuola” (BUR, 2007, 191 pp.) è un bravo cronista del Corriere della Sera. Si occupa per lo più di vicende scabrose come il G8 di Genova. Stupisce dunque che scriva di scuola: è un argomento che le cronache evitano accuratamente, ed è riaffiorato solo grazie a YouTube per qualche mese. Per il resto, scuola vuol dire sindacalese, pedagogia che cade sempre più nel vuoto, riforme di cui non si tiene più il conto e di cui non si tiene più conto. Imarisio spiega benissimo perché, raccontando 12 professori e professoresse: le riforme non si fanno per rispondere alle esigenze della scuola, ma per necessità dettate da altri.
Certo, la scuola non può vivere separata dalla società, dalle esigenze delle famiglie o del mondo del lavoro. Ma se le si sottrae centralità, si avvia un circolo vizioso difficile da arrestare. Meno centralità ha la scuola, meno essa è in grado di trasmettere riferimenti culturali comuni da una generazione all’altra, e una società culturalmente disgregata nella scuola pubblica investe ancor meno. Vale per la destra privatizzatrice e anche per la sinistra infarcita di postmodernità, di “pluralità delle agenzie educative”, di “formazione informale” o “permanente”, che non vuole vedere che in Italia questi sono solo miraggi visti da lontanissimo.
Non è più chiaro a cosa serva la scuola. Così come non è più chiaro a cosa servano l’università, la sanità, gli altri servizi pubblici in Italia, che tutti vorrebbero privatizzare. La scuola pubblica e il “sistema paese” sono andati d’accordo per decenni: dall’Italia rurale degli anni 40 a quella post-industriale di oggi, persino gli imprenditori più straccioni riconoscevano la necessità di avere lavoratori che almeno sapessero leggere e non portassero la tubercolosi in fabbrica. Ora quella mobilità sociale si è arrestata: la transizione è compiuta. Di giovani qualificati ora ce ne sono pure troppi, per l’Italia di Gomorra e dei call center. La scuola non può limitarsi ad accompagnare i mutamenti della società perché, se fosse per i mutamenti, potrebbe anche chiudere. Essa deve dunque riacquisire una capacità critica, contro o attraverso i mutamenti sociali che la circondano per influenzarli, perché qualcuno ne riconosca il valore e la difenda. A costo di essere scomoda e di non seguire i decaloghi confindustriali. Imarisio, in “Mal di scuola” ci fa incontrare dodici professori che, abbandonati da ministri e “education manager”, scomodi non hanno mai smesso di esserlo.
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Cristiano De Majo e Francesco Longo sostengono che quanto narrato nel romanzo “Vita di Isaia Carter, avatar” (2008, ed. Laterza, 9 euro) è accaduto “veramente”. Ma che vuol dire “veramente”, in questo caso? I due, infatti, hanno scritto un romanzo ambientato in Second Life (SL), la realtà virtuale su cui molte decine di migliaia di utenti di Internet spendono ore quotidianamente. E’ un mondo parallelo a tutti gli effetti, abitato da personaggi- gli “avatar”- che intrattengono relazioni sociali e svolgono attività economiche scambiandosi Lindendollar, moneta convertibile in dollari reali, con tutto ciò che ne consegue. Di Pietro vi ha aperto una sezione del suo partito. La FIOM ci ha fatto una manifestazione. De Majo, tra l’altro, è un esperto del settore: con Fabio Viola ha appena pubblicato “Italia 2” per raccontare “Second Italy”, quell’ecoballa a forma di stivale che noi italiani abbiamo scambiato per la realtà. (more…)
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Il libro è uscito un paio di anni fa e l’anno scorso ha avuto anche un piccolo upgrade (Contro Ratzinger 2.0). L’anonimo autore cambia registro varie volte. Si inizia (e si finisce) con un racconto di fantasia. Come sarà il mondo tra qualche anno, se la Chiesa cattolica vincesse la sua battaglia e si imponesse sulla politica come “ragione superiore” come vuole Ratzinger? Così comincia il libro, immaginando un mondo dominato da Dio, che però continua a comportarsi come prima. (more…)
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Dopo “La banda dei brocchi“, arriva (fortunatamente) questo romanzo, a spiegare 20 anni dopo com’è andata a finire, e a risolvere anche i misteri lasciati in sospeso nel primo libro: il cerchio si chiude. Ogni personaggio è visto da una prospettiva diversa, è cambiato pur rimanendo nel solco tracciato dall’adolescenza. Benjamin è un intellettuale fallito in preda a crisi mistiche. Paul Trotter, suo fratello, già giovanissimo liberista selvaggio e conservatore, è dopo 20 anni un deputato laburista fedelissimo di Toni Blair. Il cazzaro Harding è diventato un neonazista rincoglionito. Doug, il rivoluzionario, figlio del sindacalista di fabbrica, è un autorevole editorialista di sinistra. Ma ci sono anche le conferme (l’intelligente Claire e il normalissimo Phil, in primis) e si introducono nuovi personaggi, tra cui spicca la figura di Malvina, tenera e provocante.
Insomma un libro fondamentale per chi ha letto la Banda dei brocchi e per capire l’Inghilterra di oggi.
link: | google books | threemonkeysonline | in my place | miserabili | nsc |
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Birmingham, seconda metà degli anni ‘70. Un trio di amici (o forse sono quattro? o cinque?) si trovano a condividere passioni, amori, musica, scoperta della politica. Si innamorano della musica progressive (e poi del punk) e di Cicely, la bella della scuola, vedono lottare il prepotente Culpepper con il nero Steve per il primato del miglior sportivo, guardano i genitori. Il tutto in un periodo in cui tutto sta per cambiare. Con la fine degli anni ‘70 finirà la scuola e ognuno prenderà la sua strada, mentre l’Inghilterra entrerà negli anni ‘80 con la vittoria della Thatcher e la sconfitta dei sindacati.
Il romanzo ci fa entrare nella vita e nella crescita dei personaggi, che diventano durante la lettura veri e propri compagni di vita (Ben, Claire, Doug, Phil, Cicely…). Per fortuna il libro - quando finisce - promette un seguito: “Circolo chiuso”.
da salgalaluna
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di ricambiriciclati
Romanzo di Stieg Larsson (morto nel 2004), il primo di una trilogia. Storia familiare che si incrocia con il capitalismo criminale della finanza. Ossessioni personali di diverso segno, con disagi presi in cura dalle istituzioni socialdemocratiche e perversioni che si trasformano in orribili hobby. Il tutto con molto thrilling, una scrittura che scorre bene (ma anche una traduzione non sempre felicissima), e personaggi cui ci si affeziona. 600 e passa pagine che volano via: poche sfumature nei personaggi, molte di più nel leggere la società svedese.
Per alcuni versi ricorda il Coe della Famiglia Winshaw, per altri e’ in un ampia tradizione di gialli, con la novità di un’ambientazione (la Svezia) inusuale. Non un capolavoro, ma sicuramente una lettura molto piacevole. Su Carmilla molta roba in piu’, tra cui un’intervista.
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In anticipo di qualche mese sull’inizio delle celebrazioni oramai in corso per il quarantennale della “rivolta” del 1968, era uscito questo pamphlet corrosivo, a firma di Alessandro Bertante, spirito polemico del giornalismo milanese. Il libro non parla della storia di quegli anni, si limita ad interpretare, tagliando con l’accetta, il periodo e a denigrare ‘68 e sessantottini.
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Ingredienti: una parte di La Vita Agra di Ugo Luciano Bianciardi, due parti della Trilogia della città di K. di Agota Kristof, una parte di Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni e due fette di limone.
Fate macerare due fette di limone (da aperitivo in centro, se possibile) ne La Vita Agra, finché non diventi così agra e da farvi scappare a Nord. Poi versate il tutto nella Trilogia della Città di K., aggiungendo due cubetti di ghiaccio svizzero per diluire le passioni e apprezzarne il retrogusto con anni di ritardo, piuttosto che il sapore immediato. Prima di servire, aggiungere Zabriskie Point fino al botto liberatorio nel deserto del Far West.
Otterrete un ottimo cocktail, da centellinare in solitudine e adatto alla metropolitana fuori dalle ore di punta: quando ci si può sedere ma inevitabilmente, che sia mezzogiorno o sera tardi, ci si sente fuori posto.
Letizia Muratori, La vita in comune, Einaudi 2007
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La metropolitana della Linea A di Roma. Meglio: la metro A, da Battistini ad Anagnina, “che toglie i peccati del mondo”, giù, nell’inferno di una estate bollente. Ecco i 33 “canti” del gruppo de iQuindici, lettori in rete illuminati dalla saggezza “senza nome” della post-blissettiana WuMingFoundation. Brevi racconti, alcuni quasi flash, altri divertissement, raccolti da Monica Mazzitelli in “Tutti giù all’inferno. Anagnina che toglie i peccati del mondo”, Giulio Perrone editore, 10 €, 160 pp.
Ci si lascia trasportare come nelle nere gallerie del caos di piazza di Spagna, tra camicette sintetiche con aloni di sudore sotto le ascelle, spartiti di future cantanti in cerca di audizione e benedizione da Santa Cecilia, sguardi persi nel vuoto di ventennali impiegati statali, un puzzolente insurrezionalista mentre squadra quel che diparte dai tacchi a spillo della “fascia pariola”, aspiranti mosche su un parabrezza.
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Ogni C è Tristano, ogni Tristano è C, ogni nome è mito, ogni mito è funzione
Tristano è un romanzo che Nanni Balestrini concepì all’inizio degli anni Sessanta, su un’idea splendida. Si scrivono con un gruppo sufficientemente ampio di frasi dei paragrafi più o meno tutti uguali come dimensione, con semplici regole legate alle ripetizioni delle frasi: alcune vengono ripetute in modo ordinato in diversi capitoli. Poi si sostituiscono alcuni nomi propri con C: che siano città, luoghi, persone. Si mescolano i paragrafi ad ogni copia del volume. Ogni lettore avrà dunque un romanzo diverso. Grazie alle tecnologie ora disponibili Balestrini ha potuto mettere in pratica quello che all’epoca era solo un’idea, e di cui venne pubblicata solo un’unica versione nel 1966. Tra tutte le (quasi) infinite versioni possibili, io ho la copia JJ4004.
Tutto ciò, come scrive la Risset nella prefazione dell’edizione francese del 1972 (da cui proviene la frase in corsivo all’inizio di questo post), per mostrare l’importanza del contesto nel decifrare qualsiasi segno. Anche il titolo Tristano, archetipo europeo, rimanda alla contestualizzazione. Senza dimenticare il ruolo del lettore, creativo quasi quanto l’autore.
La lettura non è ovviamente entusiasmante quanto l’idea, che invece mi affascina. Ne risente anche la stampa: i macchinari non raggiungono la qualità delle tipografie normali. Applausi per Balestrini, e comprateve ’sto libro.
Che cosa ci andiamo a fare. Si ricomincia ogni volta da capo. Bisogna scegliere. Decidi tu. Basta mettersi d’accordo. Prese dalla cassa un altro libro lo aprì a caso e lesse la prima frase che gli capitava sotto gli occhi. I processi cambiano e mentre i vecchi processi e le vecchie contraddizioni spariscono sorgono nuovi processi e nuove contraddizioni e in corrispondenza mutano anche i metodi per risolvere le contraddizioni. C non voleva più saperne di aspettare. Perché sei tanto maledettamente difficile. Mi conosco abbastanza bene. Per una volta credevo di esserci arrivato. Credo che a essere così si vive meglio si è e si resta più vivi. Ho fame anch’io. Lo guardò come se lo vedesse per la prima volta. Sentì una strana emozione attraversarlo. Il dirigibile si sposta molto lentamente. C diventava sempre più impaziente. Muoviamoci adesso. Lo stesso movimento è una contraddizione.
ricambi riciclati
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Walter Veltroni è oggi - oltre che un leader politico - un genere letterario. Le librerie si affollano di libri di Veltroni e su Veltroni. L’ultimo uscito, che aspira anche ad essere il più completo, è “Veltroni il piccolo principe”, edito da Sperling & Kupfer e scritto da tre bravi giovani giornalisti.
Il “piccolo principe” del titolo è a metà tra lo stralunato bambino sognatore di Saint-Exupery e lo spietato e “politico puro” di Machiavelli: quello che esce fuori dal libro è un personaggio ambiguo. Intriso di politica e antipolitico fin dagli esordi, uomo di apparato, ma anche l’unico del Pci capace di comunicare in senso “televisivo”, “buono” e però anche spietato quando serve. Capace, soprattutto, di sottrarsi alle sconfitte o almeno alla “memoria storica” delle sconfitte, trasformandole mediaticamente in vittorie. Capace di “aspettare” sulla riva del fiume per vedere passare il cadavere del nemico.
In qualche modo il libro, pur non essendo né un’apologia veltroniana né un pamphlet contro il sindaco di Roma, è obbligato ad essere veltroniano nella sostanza, pieno di “ma anche” e di “al tempo stesso”, per descrivere un politico che alla fine è difficile sia idolatrare che demolire.
Le parti migliori del testo sono quelle ricche di aneddoti, soprattutto quelle che scavano nel passato più remoto del segretario del PD: Veltroni bambino, Veltroni e le donne, Veltroni nella Fgci, Veltroni negli anni ‘80. Il libro, ben documentato, scorre e si legge con piacere, seppure a volte ci sono ripetizioni, evidentemente dovute alla molteplicità degli autori, e alcune parti sarebbe stato meglio ridurle.
link: | nuovaevoluzione | incipit | sperling & kupfer |
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E’ un libro di 25 anni fa, ma ancora non l’avevo letto. Ambientato tra Parigi e il Perù, tratta di un argomento universale: la scelta tra l’Ideale e l’Amore. Due rivoluzionari peruviani fanno due scelte diverse. Uno lascia l’amore per combattere per la libertà, l’altro abbandona la lotta per una donna. Entrambi finiranno per rimpiangere l’alternativa scartata.
Divertente e intrigante, anche se l’edizione nei tascabili Feltrinelli ne rende difficoltosa la lettura, con quei caratteri così piccoli.
link: | google books | una delle conversazioni-chiave del libro |
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E’ il terzo piccolo libro di Ugo Cornia. I primi due mi erano piaciuti molto. Questo terzo è ancora più breve, ma altrettanto vero e quasi completamente condivisibile, soprattutto quando l’autore parla del lavoro e del realizzarsi in esso, ma anche quando tratteggia, lui modenese, un ritratto di Roma, città in cui il traffico e gli spostamenti diventano una parte integrante della vita. Si legge in metà pomeriggio. Costa otto euro, ben spesi.
link: | Quasi Amore | Sulla felicità a oltranza | un brano di “Roma” (ChicaVQ) |
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