Contro il ‘68
In anticipo di qualche mese sull’inizio delle celebrazioni oramai in corso per il quarantennale della “rivolta” del 1968, era uscito questo pamphlet corrosivo, a firma di Alessandro Bertante, spirito polemico del giornalismo milanese. Il libro non parla della storia di quegli anni, si limita ad interpretare, tagliando con l’accetta, il periodo e a denigrare ‘68 e sessantottini.
Il libro, con argomentazioni semplici (e spesso semplicistiche) fa un’operazione apparentemente facile, in realtà difficilissima: demolire quella “meglio gioventù” che occupa la comunicazione e la memoria in Italia, quella generazione di sessantottini, i “padri” di Bertante e miei, che da decenni riscrivono la storia, per continuare ad autoglorificarsi come unica e irripetibile generazione di puri rivoluzionari. I sessantottini pensano, scrivono e dicono che il ‘68 è stata l’unica rivolta bella, pulita nonviolenta. Dopo di loro, il nulla: il terrorismo, la violenza, il riflusso, la droga, la generazione X, i bamboccioni. Poco importa che la generazione mia (e di Bertante) abbia fatto, faccia, studi, ricerchi, viaggi e abbia un bagaglio di esperienze che i sessantottini si sognano in mille campi. Loro hanno già fatto tutto, tu puoi solo imitarli, sempre in forma di parodia. Questo pamphlet è scritto in modo rozzo e tratta la storia a sforbiciate, ma è necessario: per ripartire, per liberarsi di loro. Capirli li capiamo bene, ci hanno raccontato la loro storia centinaia di volte. Sono casomai loro che non capiscono noi. Ma questo è solo uno dei tanti motivi per archiviarli: il ‘68 e i sessantottini. Definitivamente.
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