Così nascono le nuove idee

di Stefano Baldolini

Tra i commenti al voto, ha inciso politicamente quello della Fondazione Farefuturo, vicina a Gianfranco Fini, che chiede senza mezzi termini di organizzare il Pdl. Insomma, laddove i partiti tradizionali fanno sempre più fatica a rispettare la loro mission – produrre politica – ecco che I think tank (analizzati in un agile manuale da Mattia Diletti per Il Mulino), sono sempre più innovativi, spregiudicati, autorevoli. Persino in Italia. Dove non siamo ancora ai livelli del Policy Network di Peter Mandelson che ispirò nei ’90 la “terza via” di Tony Blair. O al Center for American Progress di John Podesta che disegna oggi il profilo pragmatico di Barack Obama. Sorti in America all’inizio del Novecento, i think tank possono essere classificati in tre modelli.
Il primo risale alla cosiddetta “età progressista” quando contro i monopoli occorreva fare lo stato federale. Quello che è definito “università senza studenti”, come la riformatrice Russel Sage Foundation (1907). O la Brookings Institution (1916), il think tank dell’establishment di Washington, con stella polare efficienza e razionalizzazione della spesa pubblica.
Il secondo modello «è quello dei think tank che vivono di committenza pubblica», a partire dal New Deal fino alla fine dei ’60. Decisiva la “presidenza imperiale”, l’accentramento di poteri alla Casa Bianca. «I primi a entrare nelle agenzie federali saranno gli economisti, poi toccherà agli esperti di politica estera e di problemi militari» (il termine “think tank” proviene proprio dal gergo bellico). Così se «negli anni ’20 i giovani più ambiziosi e di talento si trasferivano a Wall Street, negli anni ’30 andavano a Washington». Ecco allora, la Rand Corporation (1946), di Santa Monica (California), braccio di ricerca del Pentagono. O il Council on Foreign Relations, fondato a New York nel 1921, dipartimento di stato ombra. Con la sua storica rivista Foreign Affairs.
Poi c’è il terzo modello, forse il più vitale, quello dei «cosiddetti partisan think tank, che sostengono un punto di vista connotato ideologicamente». Tipologia che si afferma nei ’70, con la rivoluzione conservatrice che porterà a Ronald Reagan, e culminerà nel ciclo di Bush jr. Si pensi all’American Enterprise Institute, legittimato come uno dei centri ispiratori della guerra in Iraq, o alla Heritage Foundation, altro luogo sacro per i conservatori. Ma come lavora un think tank (americano)? Intanto, massima apertura (almeno nell’ordinaria amministrazione).
«Per partecipare, chiunque voi siate, è sufficiente una registrazione online: nessun controllo di sicurezza all’ingresso, nessun filtro fino a esaurimento posti». La logica è quella del centro di sviluppo delle relazioni, con l’obiettivo di coltivare l’attività del networking, del lavoro in rete. Scrive Diletti: «Essi operano principalmente in due segmenti del ciclo di una policy». In quelli iniziali: nell’identificazione del problema, e nella formulazione di una politica adeguata alla sua risoluzione. È qui che «un’idea, sostenuta da una strategia e da mezzi adeguati, può effettivamente aprirsi un varco ed emergere nel dibattito pubblico cercando alleanze e sostenitori ». Un attimo prima «che la scelta prenda corpo, si trasformi in provvedimento, entri effettivamente nel tritacarne della politica».
Perché ciò sia possibile, in un mercato quanto mai frammentato, occorre innanzitutto una mission («idee, possibilmente poche e chiare»). Poi serve un’organizzazione.
«La prima variabile a influire sui modelli organizzativi è quella ideologica». Per esempio la struttura organizzativa di un partisan think tank come la Heritage è molto differente (gestione piramidale, agenda definita dal presidente) da quella della Brookings (ampia discrezionalità ai direttori d’area).
Indispensabile è la capacità di catturare l’attenzione (un membro del Congresso dedica alla lettura in media 9 minuti quotidiani). Anche qui, «le politiche editoriali sono di segno opposto». I partisan think tank privilegiano «strumenti di facile fruibilità ed estremamente sintetici », i cosiddetti policy briefs (non più di tre pagine).
Poi naturalmente servono molti soldi. Già, perché i think tank costano.
L’Aei, per fare un esempio, ha un budget annuale che si aggira attorno ai 25 milioni di dollari. Eccoci a una delle differenze con il nostro paese. Dove pure, la realtà è in evoluzione. Dove, «più che di think tank è bene parlare di fondazioni di cultura politica ». Oltre alla già citata Farefuturo (2007), ecco allora la Fondazione Liberal (1995) di Adornato, partita come arena per il centrodestra e finita nell’area dell’Udc; Italianieuropei di D’Alema e Amato (1998) nata in piena “terza via”; ma anche Glocus (2003) di Linda Lanzillotta, o Magna Carta (2003), emanazione del tandem Pera- Quagliariello. Senza dimenticare “centri vecchi e nuovi” come l’Ispi, la Fondazione Basso, Quarta Fase… o formule web influenti come voce.info.
«Il vero big bang – scrive Diletti – va collocato all’inizio degli anni ’90 ed è connesso all’esplosione del sistema dei partiti, il conseguente processo di personalizzazione della politica e di trasformazione delle istituzioni, a livello sia locale sia nazionale ».
È qui che «ritroviamo il vero punto di contatto con il caso americano: la crisi dei partiti di massa è il volano di questa affermazione, come accadde all’inizio del Novecento negli Stati Uniti».
Ma l’Italia – si sa – non è l’America.
«I think tank italiani – per quanto numerosi – sono ancora troppo giovani e di dimensioni ridotte». In comune con il resto d’Europa, anche in Italia «non esistono le condizioni strutturali perché si crei un mercato dell’expertise paragonabile a quello degli Stati Uniti», anche in Italia si assiste all’«estrema individualizzazione del loro marchio», al processo di creazione dei cosiddetti think tank del leader, (ben undici dopo il 1992), per non usare l’ironica locuzione vanity tank.
Eppure, ormai indebolite le culture politiche tradizionali, «luoghi del genere sono indispensabili al mantenimento di un livello accettabile di coerenza e continuità» di quelle sopravvissute. Perché come diceva Margaret Thatcher: «You have to win the argument before you win the vote». Prima il pensiero, poi l’azione.

da Europa

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  2. Oct 8, 2009: Così nascono le nuove idee | BNotizie Magazine

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