Mal di scuola

Marco Imarisio, autore di “Mal di scuola” (BUR, 2007, 191 pp.) è un bravo cronista del Corriere della Sera. Si occupa per lo più di vicende scabrose come il G8 di Genova. Stupisce dunque che scriva di scuola: è un argomento che le cronache evitano accuratamente, ed è riaffiorato solo grazie a YouTube per qualche mese. Per il resto, scuola vuol dire sindacalese, pedagogia che cade sempre più nel vuoto, riforme di cui non si tiene più il conto e di cui non si tiene più conto. Imarisio spiega benissimo perché, raccontando 12 professori e professoresse: le riforme non si fanno per rispondere alle esigenze della scuola, ma per necessità dettate da altri.

Certo, la scuola non può vivere separata dalla società, dalle esigenze delle famiglie o del mondo del lavoro. Ma se le si sottrae centralità, si avvia un circolo vizioso difficile da arrestare. Meno centralità ha la scuola, meno essa è in grado di trasmettere riferimenti culturali comuni da una generazione all’altra, e una società culturalmente disgregata nella scuola pubblica investe ancor meno. Vale per la destra privatizzatrice e anche per la sinistra infarcita di postmodernità, di “pluralità delle agenzie educative”, di “formazione informale” o “permanente”, che non vuole vedere che in Italia questi sono solo miraggi visti da lontanissimo.

Non è più chiaro a cosa serva la scuola. Così come non è più chiaro a cosa servano l’università, la sanità, gli altri servizi pubblici in Italia, che tutti vorrebbero privatizzare. La scuola pubblica e il “sistema paese” sono andati d’accordo per decenni: dall’Italia rurale degli anni 40 a quella post-industriale di oggi, persino gli imprenditori più straccioni riconoscevano la necessità di avere lavoratori che almeno sapessero leggere e non portassero la tubercolosi in fabbrica. Ora quella mobilità sociale si è arrestata: la transizione è compiuta. Di giovani qualificati ora ce ne sono pure troppi, per l’Italia di Gomorra e dei call center. La scuola non può limitarsi ad accompagnare i mutamenti della società perché, se fosse per i mutamenti, potrebbe anche chiudere. Essa deve dunque riacquisire una capacità critica, contro o attraverso i mutamenti sociali che la circondano per influenzarli, perché qualcuno ne riconosca il valore e la difenda. A costo di essere scomoda e di non seguire i decaloghi confindustriali. Imarisio, in “Mal di scuola” ci fa incontrare dodici professori che, abbandonati da ministri e “education manager”, scomodi non hanno mai smesso di esserlo.

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