Né Dio né Genoma

La nostra recensione pubblicata su “il Manifesto” il 30 giugno 2009.

Il gene egoista della Santa Trinità
Tra Darwin e le nuove ricerche sul Dna umano

Il prudente rispetto del Papa nei confronti di Charles Darwin suscita spesso curiosità. Persino la Radio Vaticana si è detta stupita per il nuovo «feeling» tra la Santa Sede e lo scienziato inglese. Benedetto XVI ha lasciato che i laici di tutto il mondo celebrassero il bicentenario della nascita di Darwin (1809) senza disturbarli, evitando accuratamente un nuovo caso Galilei come quello che gli fece rinunciare alla visita alla Sapienza. Perché tanto ossequio per lo scopritore della selezione naturale?

Dopotutto, Darwin ha ridotto la Creazione biblica ad una leggenda da almanacchi. Prima di lui, la filosofia attribuiva a un’autorità divina l’esistenza di specie biologiche ben definite. Due cavalli, pur diversi tra loro, possono generare una progenie fertile, ma è impossibile che ciò avvenga tra un cavallo ed un topo. Perciò, la separazione tra le specie doveva derivare da un principio superiore, mentre la differenza tra un individuo e un altro in una stessa specie rappresentava un semplice accidente. Dopo la scoperta della selezione naturale, invece, la specie è divenuta un’entità provvisoria - la mera discendenza degli individui meglio adattati al proprio ecosistema - destinata ad estinguersi con i mutamenti dell’ecosistema stesso. Qui ed ora, la rigida classificazione di Linneo ci appare valida: ma non v’è nulla di trascendentale ed eterno in quella suddivisione in specie, famiglie e generi. Al più, è un comodo manuale di consultazione.
Per capire l’indifferenza vaticana verso l’evoluzionismo, ma soprattutto molto altro sulle odierne teorie dell’ereditarietà, può essere d’aiuto la lettura del volume Né Dio né genoma. Per una nuova teoria dell’ereditarietà scritto da due eminenti biologi francesi, Jean-Jacques Kupiec e Pierre Sonigo, tradotto dalle edizioni Elèuthera con una densa prefazione del filosofo Giulio Giorello. Secondo gli autori, la minaccia materialistica rappresentata dal darwinismo è stata disinnescata dagli scienziati stessi: le moderne biotecnologie hanno reintrodotto, seppure in altre forme, l’antropocentrismo e i preconcetti di cui la scienza sembrava essersi sbarazzata. Il darwinismo che ha abbattuto la concezione «fissista» delle specie, sostengono Kupiec e Sonigo, andrebbe applicato fino in fondo, riconoscendo che nemmeno gli individui rappresentano l’unità fondamentale della Natura. Anche un singolo organismo, in realtà, può essere descritto come un ecosistema in cui miliardi di cellule lottano tra loro per la sopravvivenza. Cellule egoiste, che collaborano solo in quanto l’auto-organizzazione permette loro di sopravvivere e moltiplicarsi. Gli individui, tantomeno gli esseri umani, non godono dunque di alcuna centralità nei meccanismi della natura.

Ma la genetica ha neutralizzato questa deriva ponendo nel codice genetico - identico in tutte le cellule di un organismo - il principio fondamentale della vita e del suo funzionamento. Secondo la maggioranza dei biologi molecolari il Dna, ovvero l’individuo, è il protagonista principale della selezione naturale. Al punto che oggi con i cromosomi si studiano anche la psicologia e la sociologia con il modello del «gene egoista»” di Richard Dawkins, e si consigliano test genetici prima di stipulare una polizza assicurativa. Tuttavia, permangono diverse zone d’ombra in questa teoria Dna-centrica, che il libro racconta in maniera comprensibile: si passa dalla differenziazione cellulare (come nascono tanti tessuti biologici diversi, a partire da un’unica cellula con un unico Dna?) al sistema immunitario e all’Hiv, di cui Sonigo è stato tra gli scopritori. Descrivendo l’organismo come un ecosistema di cellule in competizione, sostengono gli autori di Né Dio né genoma, molte oscurità svanirebbero. Inoltre, non è necessario ipotizzare lo strapotere organizzativo, scarsamente dimostrato, del Dna. La loro è una tesi affascinante ed attuale, che non si limita alla critica ma si spinge a proporre un modello innovativo per spiegare la complessità delle specie viventi: le teorie sull’auto-organizzazione dei sistemi, fiorite soprattutto nel campo della fisica teorica, hanno mostrato come dal disordine possano emergere spontaneamente strutture regolari ed universali. Nel testo, affiora qua e là il dubbio che Kupiec e Sonigo sostituiscano all’egoismo del gene quello della cellula, ricadendo nello stesso errore di Dawkins. È senz’altro questo il punto più delicato della loro teoria: in passato, molte confutazioni ragionevoli di modelli assodati sono state ignorate per la debolezza delle corrispondenti proposte alternative. In anni recenti, ad esempio, l’autorevole oncologo Peter Duesberg contestò la natura virale proprio dell’Hiv con argomenti (allora) ragionevoli, ma perse gran parte della sua credibilità quando provò a spiegare la diffusione dell’Aids con l’uso smodato di droghe tra i gay.

Secondo i due studiosi francesi, dunque, l’identificazione della persona con il suo codice genetico non ha reali conferme scientifiche e dipende piuttosto dalla necessità culturale tutta conservatrice di salvare l’individuo come fondamento indivisibile. Non a caso, nell’Angelus di domenica 7 giugno Ratzinger ha usato una metafora genetista affermando che «l’essere umano porta nel proprio genoma la traccia della Trinità». La ricerca dovrebbe aiutare a superare simili condizionamenti, mentre al contrario essa se ne lascia indirizzare verso vicoli ciechi e fallimenti. Nonostante gli enormi investimenti profusi in questo ambito di ricerca, le sperate applicazioni terapeutiche delle biotecnologie sono ancora limitate e si rivelano più ardue del previsto. In ogni caso, le biotecnologie un risultato lo hanno raggiunto: l’individuo è sopravvissuto al materialismo, sia pure sotto forma di Dna. E finché in cima alla natura c’è un Uomo, non un impasto casuale di linfociti, neuroni e globuli rossi, anche al Vaticano possono dormire sonni tranquilli.

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