Nessuna scuola mi consola
(da Anobii) Il romanzo di Chiara Valerio rapisce perché restituisce una sensazione precisa: l’unica scuola che conosciamo è quella che abbiamo frequentato, da cui è impossibile estrapolare analisi, riforme, ddl. È già tanto se abbiamo capito come funziona “quella” scuola, “quel” microcosmo orrendo e/o meraviglioso. Pensate al panico del primo giorno: non è il debutto a spaventare, ma il semplice fatto di trovarsi in una scuola diversa dalla propria. È una sensazione che prende anche da grandi, quandi si entra in una scuola. Si diventa impacciati, si tirano porte su cui è scritto “spingere”, si prendono porte in faccia per sbaglio.
Di solito, chi scrive di scuola privilegia l’oggetto narrato piuttosto che il punto di vista. Forse, è l’inconscio dovere di raccontare gli aspetti di un mondo complicato attraverso gli occhi di un protagonista che vede e capisce tutto. Invece, Chiara Valerio decide di esaltare i punti di vista, corrispondenti ai personaggi del romanzo. In questo modo, invece di ottenere un unico racconto cerchiobottista, se ne ricavano cinque più vividi che mai.
Ed è un romanzo vero: non è solo lo “zoo” della sala professori, brulicante ma separato dall’esterno, quindi immutabile come gli ecosistemi nelle bolle di plexiglas. La scuola è un quadro che cambia colore facilmente. Basta che la quotidianità dell’esterno faccia capolino una volta. Basta una porta che chiude male.
Un dettaglio che aiuta: il romanzo si inizia e finisce in un “andata e ritorno” sui mezzi pubblici (se si vive a Roma).
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