Sala professori

di Andrea Capocci.

Dopo la Scuola dei disoccupati di Zelter, dalla Germania arriva un altro romanzo-pamphlet contro il sistema educativo. È Sala professori di Markus Orths, tradotto da Voland in estate dopo un notevole successo in patria. Come allo Sphericon, dove i disoccupati tedeschi venivano rieducati alla disciplina del lavoro, anche nella scuola di Goeppingen narrata da Orths si applicano le più raffinate tecniche di sorveglianza. Ma il “Panopticon” stavolta punta sui professori. Il protagonista Kranich, docente in prova, si scontra con il sistema scolastico tedesco che coniuga burocrazia militaresca e competitività aziendale per soddisfare le manie di dirigenti scolastici e genitori che, racconta Orths, “hanno ampiamente dimostrato come persino la più marginale delle questioni meriti una visita dall’avvocato”. E ci ricorda il nostrano “Mal di scuola” scritto da Marco Imarisio, in cui mamme e papà sono ormai i “sindacalisti degli alunni”.

Anche se non è un’inchiesta, il romanzetto satirico di Orths coglie dunque aspetti reali, come  l’attrito tra il nuovismo didattico e l’eterna arte di arrangiarsi dei professori. Così nasce la “didattica di soglia”, che consiste nel preparare la lezione del giorno mentre si entra in classe. E non potrà che far pensare a Brunetta l’enorme mole di esami e valutazioni cui vengono sottoposti i docenti, al punto che per le lezioni non c’è più tempo. Il sarcasmo di Orths porta all’estremo la tensione da teatrino meccanico che anima la scuola di Goeppingen, trasformando le umiliazioni in commedia fantozziana alla George Grosz, o alla Sturmtruppen. La “Sala professori” diventa quindi una trincea, in cui rifugiarsi guardandosi le spalle da spie e collaborazionisti. Una storia attualissima, dunque, anche per l’Italia di questi mesi, di questi scioperi, di questa “Onda”.

Strano, no? Proprio mentre in sociologia si afferma la “società liquida”, reticolare e relazionale, continuano però ad uscire romanzi contro la gerarchia, il controllo, la disciplina del lavoro. Cose d’altri tempi, quelli di Balestrini e della Mirafiori dei Settanta? Forse no. La crisi, anzi la Crisi, dimostra che il pensiero unico del mercato per tutti, dell’azienda come cellula fondamentale della società, della competizione come diritto naturale non può durare senza un “aiutino”: prima o poi, ci ritroviamo davanti alle scuole Diaz, ai Nazinger o alle “Enduring Freedom”, incubi che speravamo di lasciare al Novecento. Forse ci siamo sbagliati. La società sarà pure liquida, ma forse è solo un attacco di diarrea.

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