Storia di Giorgio Marincola, il partigiano dalla pelle nera

di Andrea Capocci (da Queer / Liberazione)

Era certamente inviso ai fascisti, che alla fine degli anni Trenta abrogarono il meticciato per legge. Ma il partigiano Giorgio Marincola doveva esser visto con qualche stupore anche tra i suoi compagni di lotta. Perché lui aveva la pelle nera: era nato nella Somalia occupata nel 1923, ed il padre militare lo aveva portato con sé in Italia tre anni dopo. Giorgio non aveva dimenticato le sue radici: avrebbe studiato le malattie tropicali per tornarsene in Somalia ed alleviare, almeno dal punto di vista sanitario, il sottosviluppo di quella regione. Avrebbe, perché la guerra ne deviò il percorso. Giorgio Marincola non sopportava la sopraffazione, l’ingiustizia, la mancanza di libertà: dunque non poteva non essere antifascista e non combattere contro il nazifascismo a Roma come in Val di Fiemme, dove fu ucciso nell’ultima strage nazista. Aveva ventidue anni.

Carlo Costa e Lorenzo Teodonio, gli autori di “Razza Partigiana. Storia di Giorgio Marincola (1923-1945)” appena pubblicato dall’editore Iacobelli, lo hanno sottratto all’oblio ricostruendone il percorso sin dagli anni romani. Quando il professor Pilo Albertelli, al liceo Umberto I, sbatteva gli agenti dell’Ovra fuori dalla porta. Gli altri insegnanti scherzavano sulla sua pelle, e a lezione di scienze era considerato un curioso esperimento delle neonate teorie della razza. Giorgio capì presto da che parte stare: dopo il bombardamento di Roma entrò nelle formazioni di Giustizia e Libertà che rendevano difficile la vita agli occupanti nazisti. Ma all’indomani della liberazione della città non tornò, come tanti suoi coetanei, ai percorsi prestabiliti. Attraverso una missione inglese, si fece piuttosto paracadutare in Piemonte per unirsi alla guerriglia delle brigate partigiane; fu catturato e trascorse gli ultimi mesi del conflitto nel lager di Bolzano. Nemmeno il 25 aprile lo convinse che la missione era compiuta. Con gli ultimi partigiani andò a sorvegliare la ritirata dei tedeschi, che anche a guerra persa non si risparmiavano infamie. Giorgio morì, sparato alle spalle, nell’eccidio di Stramentizzo (2-5 maggio 1945). L’ultimo: la guerra era finita una settimana prima.

Costa e Teodonio, con un’attenzione che riempie il libro di documenti preziosi, hanno spulciato archivi militari, rintracciato parenti e amici superstiti di Giorgio per seguirne le tracce. Lui non si era preoccupato di lasciarne ai posteri: l’ostinazione che lo portò fino in fondo non aveva nulla a che fare con l’esuberanza, la temerarietà o l’affermazione di sé, come dimostra la lucida speranza con cui scelse sempre la strada più scomoda. Nonostante la frammentarietà delle fonti, però, il libro è anche un racconto sociale vivido ed emozionante. Come nell’episodio della trasmissione radiofonica di Marincola, prigioniero e costretto a parlare ai microfoni tedeschi: con le armi puntate, non si piega a recitare la parte del rinnegato scritta per lui dai nazisti. Però gli autori non si abbandonano alla retorica. Le beghe tra brigate, gli eroismi nascosti e le piccole viltà dei partigiani raccolti nel libro dimostrano che si può raccontare la Resistenza come una storia di uomini e donne in carne ed ossa, senza perciò cadere nel revisionismo di tanta letteratura recente.

Non è un caso, se la storia di Marincola ha interessato anche il collettivo scrivente Wu Ming (quello di “Q”, “Asce di guerra” e “Manituana”), specialista nel ripescare selvagge anomalie nelle pieghe più infeltrite della Storia. La storia di Giorgio Marincola, somalo partigiano in Italia, assomiglia tanto a quella di Vitaliano Ravagli, il vietcong romagnolo raccontato proprio da Wu Ming. Ma sbaglieremmo a farne degli eroi solitari. “Razza partigiana”, come “Asce di guerra”, racconta soprattutto la banalità del bene che coinvolse una generazione chiamata a scegliere. La sua parte migliore non seppe fare altrimenti che ficcarsi in un pasticcio “che aveva da esser fatto”, come Fenoglio fa dire al partigiano Johnny. Vallo a spiegare ai leghisti, che blaterano di fucili. Se oggi possono farlo in tutta libertà devono ringraziare, pensa un po’, un ragazzo somalo. Che un fucile lo imbracciò sul serio.

>> “Razza Partigiana” verrà presentato alla Libreria Flexi mercoledì 25 giugno alle ore 19

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