Monday, July 6th, 2009
La nostra recensione pubblicata su “il Manifesto” il 30 giugno 2009.
Il gene egoista della Santa Trinità
Tra Darwin e le nuove ricerche sul Dna umano
Il prudente rispetto del Papa nei confronti di Charles Darwin suscita spesso curiosità. Persino la Radio Vaticana si è detta stupita per il nuovo «feeling» tra la Santa Sede e lo scienziato inglese. Benedetto XVI ha lasciato che i laici di tutto il mondo celebrassero il bicentenario della nascita di Darwin (1809) senza disturbarli, evitando accuratamente un nuovo caso Galilei come quello che gli fece rinunciare alla visita alla Sapienza. Perché tanto ossequio per lo scopritore della selezione naturale?
Dopotutto, Darwin ha ridotto la Creazione biblica ad una leggenda da almanacchi. Prima di lui, la filosofia attribuiva a un’autorità divina l’esistenza di specie biologiche ben definite. Due cavalli, pur diversi tra loro, possono generare una progenie fertile, ma è impossibile che ciò avvenga tra un cavallo ed un topo. Perciò, la separazione tra le specie doveva derivare da un principio superiore, mentre la differenza tra un individuo e un altro in una stessa specie rappresentava un semplice accidente. Dopo la scoperta della selezione naturale, invece, la specie è divenuta un’entità provvisoria - la mera discendenza degli individui meglio adattati al proprio ecosistema - destinata ad estinguersi con i mutamenti dell’ecosistema stesso. Qui ed ora, la rigida classificazione di Linneo ci appare valida: ma non v’è nulla di trascendentale ed eterno in quella suddivisione in specie, famiglie e generi. Al più, è un comodo manuale di consultazione.
Per capire l’indifferenza vaticana verso l’evoluzionismo, ma soprattutto molto altro sulle odierne teorie dell’ereditarietà, può essere d’aiuto la lettura del volume Né Dio né genoma. Per una nuova teoria dell’ereditarietà scritto da due eminenti biologi francesi, Jean-Jacques Kupiec e Pierre Sonigo, tradotto dalle edizioni Elèuthera con una densa prefazione del filosofo Giulio Giorello. Secondo gli autori, la minaccia materialistica rappresentata dal darwinismo è stata disinnescata dagli scienziati stessi: le moderne biotecnologie hanno reintrodotto, seppure in altre forme, l’antropocentrismo e i preconcetti di cui la scienza sembrava essersi sbarazzata. Il darwinismo che ha abbattuto la concezione «fissista» delle specie, sostengono Kupiec e Sonigo, andrebbe applicato fino in fondo, riconoscendo che nemmeno gli individui rappresentano l’unità fondamentale della Natura. Anche un singolo organismo, in realtà, può essere descritto come un ecosistema in cui miliardi di cellule lottano tra loro per la sopravvivenza. Cellule egoiste, che collaborano solo in quanto l’auto-organizzazione permette loro di sopravvivere e moltiplicarsi. Gli individui, tantomeno gli esseri umani, non godono dunque di alcuna centralità nei meccanismi della natura.
Ma la genetica ha neutralizzato questa deriva ponendo nel codice genetico - identico in tutte le cellule di un organismo - il principio fondamentale della vita e del suo funzionamento. Secondo la maggioranza dei biologi molecolari il Dna, ovvero l’individuo, è il protagonista principale della selezione naturale. Al punto che oggi con i cromosomi si studiano anche la psicologia e la sociologia con il modello del «gene egoista»” di Richard Dawkins, e si consigliano test genetici prima di stipulare una polizza assicurativa. Tuttavia, permangono diverse zone d’ombra in questa teoria Dna-centrica, che il libro racconta in maniera comprensibile: si passa dalla differenziazione cellulare (come nascono tanti tessuti biologici diversi, a partire da un’unica cellula con un unico Dna?) al sistema immunitario e all’Hiv, di cui Sonigo è stato tra gli scopritori. Descrivendo l’organismo come un ecosistema di cellule in competizione, sostengono gli autori di Né Dio né genoma, molte oscurità svanirebbero. Inoltre, non è necessario ipotizzare lo strapotere organizzativo, scarsamente dimostrato, del Dna. La loro è una tesi affascinante ed attuale, che non si limita alla critica ma si spinge a proporre un modello innovativo per spiegare la complessità delle specie viventi: le teorie sull’auto-organizzazione dei sistemi, fiorite soprattutto nel campo della fisica teorica, hanno mostrato come dal disordine possano emergere spontaneamente strutture regolari ed universali. Nel testo, affiora qua e là il dubbio che Kupiec e Sonigo sostituiscano all’egoismo del gene quello della cellula, ricadendo nello stesso errore di Dawkins. È senz’altro questo il punto più delicato della loro teoria: in passato, molte confutazioni ragionevoli di modelli assodati sono state ignorate per la debolezza delle corrispondenti proposte alternative. In anni recenti, ad esempio, l’autorevole oncologo Peter Duesberg contestò la natura virale proprio dell’Hiv con argomenti (allora) ragionevoli, ma perse gran parte della sua credibilità quando provò a spiegare la diffusione dell’Aids con l’uso smodato di droghe tra i gay.
Secondo i due studiosi francesi, dunque, l’identificazione della persona con il suo codice genetico non ha reali conferme scientifiche e dipende piuttosto dalla necessità culturale tutta conservatrice di salvare l’individuo come fondamento indivisibile. Non a caso, nell’Angelus di domenica 7 giugno Ratzinger ha usato una metafora genetista affermando che «l’essere umano porta nel proprio genoma la traccia della Trinità». La ricerca dovrebbe aiutare a superare simili condizionamenti, mentre al contrario essa se ne lascia indirizzare verso vicoli ciechi e fallimenti. Nonostante gli enormi investimenti profusi in questo ambito di ricerca, le sperate applicazioni terapeutiche delle biotecnologie sono ancora limitate e si rivelano più ardue del previsto. In ogni caso, le biotecnologie un risultato lo hanno raggiunto: l’individuo è sopravvissuto al materialismo, sia pure sotto forma di Dna. E finché in cima alla natura c’è un Uomo, non un impasto casuale di linfociti, neuroni e globuli rossi, anche al Vaticano possono dormire sonni tranquilli.
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Thursday, June 18th, 2009
La nostra recensione a Fisica per i presidenti del futuro di Richard Muller (Codice Edizioni, 2009), pubblicata su “Il Manifesto” del 17 giugno 2009. È lunga.
NEUTRALI IN NOME DELLA VERITÀ
La scienza di Obama
Richard A. Muller è un fisico noto per le polemiche sull’uso politico della ricerca. Chiamato alla Casa Bianca come consigliere, è autore di un saggio dove ripropone l’ideologia di una scienza oggettiva che soccorre il potere per prendere le giuste decisioni
Richard A. Muller insegna all’università di Berkeley, in California. Tiene un corso particolarmente indicato allo studente che da grande voglia diventare un nuovo Obama. Si chiama «Fisica per i presidenti del futuro» e, dagli appunti delle lezioni, Muller ha tratto un libro con lo stesso titolo, un successo commerciale ora tradotto e pubblicato dalla casa editrice Codice. Nel nostro basso impero, per la verità, la competenza non pare una virtù indispensabile per le poltrone che contano. Infatti, Fisica per i presidenti del futuro. La scienza dietro i titoli dei giornali (pp. 323, euro 26) non è indirizzato solo all’establishment. È un saggio davvero leggibile, senza formule matematiche e adatto anche per chi non diventerà mai nemmeno assessore in provincia.
Ma immaginate, per un attimo, di dover davvero governare un paese importante come gli Stati Uniti. Secondo Muller, la formazione avvocatesca dei politici tradizionali non vi basterà più. Dovrete avere rudimenti di fisica, perché molte delle sfide che dovrete affrontare potranno essere interpretate correttamente solo se capirete le leggi della natura.
Emotività dei numeri
Prendete ad esempio il terrorismo: temete che un gruppo di invasati possa usare armi nucleari per radere al suolo intere città? Basta ragionarci un po’ sopra per rendersi conto che una bomba sporca all’uranio non è un’arma di distruzione di massa - checché ne dica il diritto internazionale - e che le atomiche di Hiroshima e Nagasaki non possono essere costruite artigianalmente. Capireste dunque perché nel più grande attentato della storia americana, quello dell’11 settembre, è stato impiegato un esplosivo così comune da passare inosservato, il carburante degli aerei (Muller non prende nemmeno in considerazione le tesi cospirazioniste secondo cui il collasso del World Trade Center non è stato causato dai velivoli dirottati). Bastava la fisica, per capirlo. Oltre al terrorismo, con lo stesso atteggiamento positivista Muller passa in rassegna le questioni globali che ritiene più scottanti come l’energia nucleare, i cambiamenti climatici e l’esplorazione dello spazio. In ognuno di questi campi, Muller esamina i dati scientifici a nostra disposizione, li analizza con ragionamenti da liceo scientifico (non serve molto di più, secondo lui) e dimostra che spesso i mezzi di comunicazione e i policy maker, alla ricerca del consenso più che delle soluzioni più appropriate, ci guidano verso strade sbagliate. Muller se la prende soprattutto con chi, per uno scopo o per un altro, diffonde false notizie provocando paure irrazionali o speranze illusorie. Se guardassimo i numeri con meno emotività, ad esempio, le scorie radioattive non ci preoccuperebbero più di tanto: invece di cercare caverne sicure per seppellirle, dovremmo tenerle in circolazione finché non saremo in grado di utilizzarle come combustibile per le centrali nucleari di prossima generazione. Né l’idrogeno tanto amato da Beppe Grillo potrà farci superare la crisi del petrolio, visto che non produce energia ma si limita a trasportarla.
E la favola dell’energia solare gratuita: avete mai chiesto il prezzo di un pannello solare? I costi di un cambiamento tecnologico eccedono spesso i vantaggi economici che ne derivano. Anche sul trattato di Kyoto, Muller la pensa più o meno come George W. Bush: è inutile, senza l’impegno di Cina ed India. Se continueremo ad utilizzare petrolio e carbone, dunque, non sarà colpa di lobby e complotti transnazionali, ma della semplice convenienza economica: basta fare due conti, ma con i fattori giusti. Anche gli esperti, del resto, si affidano spesso al buon senso. Come quella volta in cui un fisico incaricato di vigilare sui piani nucleari nord-coreani chiese solo di prendere in mano un lingotto del loro plutonio: gli fu sufficiente per capire che i militari facevano sul serio.
Ce n’è abbastanza, dunque, per irritare ambientalisti e chiunque promuova un modello di sviluppo diverso da quello dominante. In un commento sul sito della libreria online Amazon.com un lettore ha deformato il titolo del libro in «La fisica per futuri presidenti di destra». Muller, però, non è un ideologo neocon, tutt’altro. È un consigliere dell’amministrazione Obama, ed ha fondato una società di «consulenze imparziali sull’energia» (denominata GreenGov) che collabora con imprese e governi di ogni colore. In tutte le questioni che affronta, infatti, Muller ammette che la conoscenza dei dati scientifici di per sé aiuta, ma non è sufficiente per effettuare scelte politiche corrette.
Le decisioni di un politico dipendono anche da molti altri fattori, che non possono essere valutati a tavolino. Ma più i cittadini e i governanti saranno informati, meglio potranno giudicare se le politiche intraprese sono coerenti con gli scopi prefissati, anche a costo di abbandonare comodi pregiudizi. Come nel campo della crisi energetica: i pannelli solari costano ma il Sole fornisce comunque energia in grande quantità. L’energia solare costituisce realmente un’alternativa possibile, ma non saranno gli spiriti animali del mercato a farci abbandonare il petrolio. Le politiche pubbliche favorevoli alle energie rinnovabili dovranno tenerne conto.
Orsi bianchi alla deriva
È nel capitolo dedicato ai mutamenti climatici - il più approfondito - che Muller argomenta meglio questo suo approccio. Nel dibattito sulle cause umane o naturali del riscaldamento globale, lo studioso americano fa sue le conclusioni dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change, indirizzo Internet: www.ipcc.ch), l’organismo scientifico incaricato di esaminare il problema sulla base di tutta la letteratura scientifica a disposizione. Secondo l’Ipcc, con il 90 per cento di probabilità l’uomo ha contribuito all’attuale temperatura della Terra, la più alta da quattrocento anni. Tuttavia, Muller mette in guardia contro chi, sul riscaldamento globale, ha costruito catastrofismi che non possono essere suffragati dalla scienza. Le dinamiche climatiche, infatti, sono tuttora largamente incomprese dagli studiosi e non permettono troppe certezze. Muller non se la prende tanto con chi nega tout court le responsabilità dell’uomo, ma con i più faziosi del suo stesso campo. Come l’ex-vicepresidente americano Al Gore, che grazie al riscaldamento globale ha accumulato un’enorme fortuna politica, tanto da aggiudicarsi il premio Nobel per la pace nel 2007 proprio insieme all’Ipcc.
Ma Al Gore non è uno scienziato, e usa i dati in maniera disinvolta. Per esempio, nel suo celebre documentario «Una scomoda verità» ha mostrato orsi bianchi aggrappati a zattere di ghiaccio alla deriva, vittime commoventi dei mutamenti climatici. Lo scioglimento della banchisa del polo Sud, tuttavia, non è una prova del riscaldamento globale. Anzi, è in contraddizione con esso (e Muller spiega perché). Diffondere menzogne giustificate da una buona causa non è mai efficace, e rischia di danneggiare la causa stessa. Se gli scienziati scopriranno un giorno che l’anidride carbonica non è all’origine dei mutamenti del clima, come invece Gore dà per assodato, rischia di venire travolta ogni politica di risparmio energetico, la vera soluzione a portata di mano per molte delle questioni mondiali affrontate nel libro. Un politico attento deve tenere conto della complessità e della natura probabilistica delle conoscenze scientifiche, perché senza credibilità non potrà convincere i cittadini che le sue decisioni siano quelle giuste. Un più elevato livello di educazione diffusa, dunque, aiuterebbe i cittadini a sorvegliare meglio i governanti, e questi ultimi a prendere decisioni più assennate.
Impossibile autonomia
Questa tesi, più che l’opinione sul trattato di Kyoto o sulle scorie nucleari, è il punto più discutibile del libro. Muller, infatti, presuppone che la comunità scientifica produca in autonomia conoscenze neutrali ed oggettive, a cui la politica può scegliere di attingere per deliberare. Una democrazia efficiente utilizzerebbe tutte le conoscenze a disposizione, mentre i politici disonesti selezionano i dati secondo le loro convenienze. Gli scienziati, però, non sono isolati dagli altri attori della sfera sociale. Politica e scienza sono legate da un rapporto di reciproca influenza. Da un lato, le autorità - religiose, militari ed economiche, secondo il contesto geografico e storico - utilizzano la conoscenza scientifica per scopi politici. Ma dall’altro, gli esperti spesso cercano la loro legittimazione al di fuori della loro comunità scientifica, e proprio attraverso la politica.
Alla perenne ricerca di finanziatori, gli scienziati indirizzano i propri progetti verso settori in cui i risultati siano più spendibili: verso ricerche di interesse commerciale, nei campi in cui il finanziamento privato sia rilevante, oppure verso ricerche coerenti con le strategie politiche dominanti, laddove invece domina il finanziamento governativo. E ciò è tanto più vero in un’epoca come la nostra, in cui la ricerca a forte contenuto applicativo è privilegiata a scapito della scienza di base, in cui le scoperte non possiedono ricadute tecnologiche immediate. Per fare un esempio pertinente al tema del libro: con il tramonto dell’era-Bush e con l’investimento di Obama nella cosiddetta green economy - anche in chiave anti-cinese - quale climatologo americano intraprenderebbe ricerche che assolvano il petrolio e le politiche energetiche di Dick Cheney & Co.?
Non deve stupire, dunque, se anche la scienza fiuti il vento politico e produca dati «in linea» con lo spirito del tempo. Certo, il metodo scientifico ne garantisce la validità, ma a decidere le priorità dei problemi da affrontare non sono solo gli scienziati. Il lavoro scientifico è orientato almeno in parte verso quelle scoperte che la politica e l’economia hanno già mostrato di preferire: un politico, dunque, nel consultare tutti i dati a sua disposizione, deve tenere conto anche del contesto in cui si sono svolte le ricerche, dei finanziamenti che hanno ricevuto, delle regole interne alla comunità scientifica che li ha creati. In altre parole, un buon presidente del futuro deve tenere conto della scienza per fare politica, ma sapendo che la scienza ne verrà a sua volta influenzata. La questione è più complicata del previsto: persino un buon voto in fisica può non bastare.
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Sunday, February 8th, 2009
Il “Compagno Darwin” è vivo e lotta insieme a noi. Lo dimostra il dibattito sulla teoria dell’evoluzione delle specie iniziato subito dopo la pubblicazione del saggio di Darwin (proprio 150 anni fa) e mai finito, che ora raccontano Nicola Nosengo e Daniela Cipolloni nel saggio appena pubblicato da Sironi Editore. Da allora, le idee di Darwin sono state utilizzate e confutate in ambiti anche lontani dalla biologia, come l’economia, la politica e, naturalmente, la teologia.
Darwin era ammirato da Marx, perché dimostrava che in una specie biologica, come quella umana, nulla è fissato per sempre e che anche i sistemi sociali sono destinati a cambiare. D’altra parte, i capitalisti del XIX secolo utilizzarono le idee di Darwin per giustificare la “naturalezza” della sconfitta dei deboli a vantaggio dei forti. Gli stessi scienziati darwinisti si sono a lungo divisi sull’interpretazione sociale delle teorie dell’evoluzione. Biologi come Wilson e Dawkins applicarono le leggi della selezione naturale anche ai comportamenti umani, come se i rapporti di potere, l’intelligenza e l’egoismo fossero trasmessi nel Dna come il colore degli occhi: la chiamarono “sociobiologia”. Altri, Stephen Jay Gould in testa, dibatterono tutta la vita contro queste interpretazioni, convinti che le regole sociali non potessero spiegarsi interamente con la biologia.
Particolarmente interessanti sono i capitoli dedicati al rapporto tra Darwin e le religioni. Le sue teorie sono osteggiate tuttora dalle chiese evangeliche americane, che da Reagan a Bush hanno persino ottenuto che la Bibbia e l’evoluzione della specie fossero presentate nelle scuole come teorie di pari valore scientifico. Non stupisca che proprio nel paese dominatore della scienza mondiale fioriscano credenze religiose retrive: in Tuchia, il paese più “avanzato” del mondo islamico, si registra il massimo credito per le teorie creazioniste, a dimostrazione che progresso scientifico e sviluppo culturale da tempo hanno smesso di marciare insieme. Il regime berlusconiano ha scimmiottato goffamente queste posizioni anche in Italia, tanto che il ministro Moratti per un bel po’ cancellò Darwin dai programmi scolastici per far piacere a teo-con (e teo-dem). Ma rispetto agli States, il dibattito su Darwin qui da noi è stato tenuto ad un livello molto “superiore”, se passate il termine, proprio da chi doveva osteggiarlo per mestiere: il Vaticano.
Piuttosto che appoggiare l’opposizione cafona delle chiese americane, la raffinata teologia di Ratzinger (fu l’ideologo di Woytila) non si scontra frontalmente con una delle teorie scientifiche più efficaci della storia. Come fa il geniale Don Pizarro di Corrado Guzzanti, la chiesa spende la sua intransigenza nei casi di cronaca, da Eluana Englaro alla legge 40, ma nelle battaglie ideologiche di lungo periodo ha smesso di bruciare scienziati, tanto che Darwin riposa indisturbato nell’abbazia di Westminster. Per Ratzinger & Co. le leggi dell”evoluzione sono il risultato di un “disegno superiore”, di cui i biologi correttamente studiano i meccanismi. Alla Chiesa tocca il compito di indirizzarne le interpretazioni sociali ed etiche - roba troppo importante per lasciarla agli scienziati. A ben vedere, notano Nosengo e Cipolloni, è la stessa critica posta ai sociobiologi da una posizione politica opposta a quella del “pastore tedesco”. Di fronte alla potente costruzione politico-culturale del Vaticano, molti scienziati laici che gli si sono opposti si sono dimostrati superficiali, meno capaci - persino del Papa - di interpretare lo spirito culturale del nostro tempo.
Fa eccezione il biologo Stephen Jay Gould, l’autore de La vita meravigliosa morto nel 2002: è lui (insieme a Darwin, ovviamente) il protagonista più positivo della vita politica del darwinismo. Intellettuale di sinistra consapevole del ruolo sociale della scienza, ha saputo attraversare tutti i dibattiti in cui Darwin è stato tirato in ballo senza mai cedere né, ovviamente, ai deliri religiosi, né a chi intendeva farsi forza delle teorie evoluzionistiche per giustificare inaccettabili discriminazioni sociali e culturali. Lo scienziato Gould non si è mai posto al di sopra della società, accettando sempre che la ricerca fosse messa in discussione dal resto della comunità che, in fondo, paga con le tasse lo stipendio degli scienziati. Una lezione civile che nei nostri laboratori scientifici hanno appreso in pochi.
Andrea Capocci
“Compagno Darwin” verrà presentato alla Libreria Caffè Flexi giovedì 12 febbraio alle ore 19, in occasione del Darwin Day 2009.
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Monday, January 12th, 2009
Giovedì 12 febbraio 2009 ore 19
“Compagno Darwin. L’evoluzione è di destra o di sinistra?”
di e con Daniela Cipolloni e Nicola Nosengo
(Sironi Editore, 2009)
Come si spiega che nei Paesi occidentali (Italia compresa) l’evoluzionismo sia diventato terreno di scontro politico tra destra e sinistra? Che c’entra Darwin con la politica? In realtà, dicono gli autori, questo è stato il suo destino da sempre, fin da prima della pubblicazione di L’origine delle specie. Da allora la polemica non si è mai estinta.
Dai comunisti ai liberali, dalle chiese ai tribunali, dal creazionismo americano a quello di matrice islamica, Compagno Darwin ricostruisce l’accoglienza del darwinismo in politica, mostrando che il naturalista con la barba è buono o cattivo a seconda di chi osserva e di cosa viene osservato attraverso le lenti della sua teoria. Da destra e da sinistra, l’evoluzionismo darwiniano è stato sposato per giustificare – non senza forzature – questa o quella posizione, salvo poi essere attaccato quando risultava scomodo.
> la recensione di Andrea Capocci
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Monday, December 15th, 2008
Giovedì 15 gennaio 2009 ore 19
Presentazione di “Clandestini. Animali e piante senza permesso di soggiorno”
(Bollati Boringhieri, 2008)
di e con Marco di Domenico
Attraverso quarantacinque brevi ritratti, il libro presenta altrettante specie animali o vegetali “clandestine”, che hanno colonizzato habitat naturali differenti da quelli di origine. Tutti hanno in comune storie di invasioni, più o meno drammatiche, hanno inventato fantasiosi sistemi di dispersione, sono stati protagonisti involontari di introduzioni azzardate da parte dell’uomo. Caso emblematico è quello dell’introduzione nel lago Vittoria, in Africa, di giovani esemplari di perca del Nilo: questo gesto ha causato l’estinzione di centinaia di specie di pesci e una irreversibile catastrofe ambientale, ha stravolto per sempre il più grande ecosistema d’acqua dolce del mondo e la vita di intere popolazioni umane, che basavano la propria economia sulla pesca.
Marco Di Domenico è ricercatore al dipartimento di Biologia Animale dell’università di Roma II - Tor Vergata.
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Wednesday, November 12th, 2008
Venerdì 12 dicembre 2008 ore 19
Andrea Baldassarri presenta
“E’ normale la curva normale?”
di e con Felice Addeo
(Bonanno ed., 2008)
Oggi si fa un gran parlare della “coda lunga”: l’economia, la sociologia, l’informatica ci dicono che nella maggior parte dei casi i fenomeni sociali sono caratterizzati da ampie deviazioni, e il concetto stesso di “valore medio” non è poi così significativo. E’ una rivoluzione del pensiero. Per molto tempo, infatti, si è pensato che la variabilità della natura e della società si manifestasse necessariamente seguendo la curva “normale”: comportamenti umani caratterizzati da valori medi (la campana) e piccole deviazioni intorno ad essi (le code). Ma il mito della curva “normale” è stato alimentato da un suo uso distorto, teso a legittimare il ruolo degli scienziati sociali: questa è l’opinione di Felice Addeo, ricercatore all’università di Salerno. Andrea Baldassarri, fisico teorico all’università “La Sapienza”, ci aiuta a capirci meglio, spiegando cosa sia una “coda lunga” in economia, nell’informatica e nelle scienze naturali.
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Friday, January 4th, 2008

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